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EDITORIA 2 Marzo Mar 2016 1828 02 marzo 2016

Mentana: «Stampa-Repubblica, fusione di necessità»

Il direttore del TgLa7: «Nozze scontate, ma fanno capire come i costi dei giornali siano insostenibili per tutti. I salotti buoni? Mondo vecchio che non esiste più».

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«Le nozze tra Repubblica e Stampa? È un matrimonio di necessità, ci si integra per mantenere la barra di galleggiamento, ma resta una 'notiziona' solo per noi addetti ai lavori, cosa vuoi che interessi ai lettori?».
Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, ex Rai, ex Tg5, non ha molta voglia di parlare della fusione tra il Gruppo Espresso e la Stampa di Torino. Ma alla fine due battute sull'incontro tra la famiglia Agnelli e i De Benedetti le concede. «Ma non è una notizia spiazzante», spiega a Lettera43, «lo storico direttore della Stampa, Giulio De Benedetti era il suocero di Eugenio Scalfari, Carlo è stato amministratore delegato della Fiat, Gianni Agnelli ha sposato una Caracciolo».
In queste ore nelle redazioni di mezza Italia non si fa che parlare di spostamenti di colleghi, nuove alleanze giornalistiche, nuove relazioni politiche, chi va con chi e per chi e come ci va, salotti e controsalotti che si muovono in ordine sparso, una grande giostra impazzita. «Ma i salotti sono morti e sepolti», avverte Mentana, «ormai quando si parla di salotti uno pensa a Poltrone e Sofà. È un mondo vecchio, perché noi stessi ci rapportiamo a un mondo vecchio. Io poi devo ammettere che tutta questa forza dei salotti nella mia carriera non l'ho mai vista, sarà perché ho sempre bazzicato circuiti giornalistici che non erano benedetti, diciamo».

Enrico Mentana, direttore del TgLa7.

DOMANDA. E quindi non fa notizia la nascita di questo nuovo gruppo editoriale?
RISPOSTA. Ma non stiamo parlando di una fusione tra Milan e Inter. O, che ne so, di Elton John che sposa Belen Rodriguez. Sono cose che riguardano Prima Comunicazione. Il problema è un altro.
D. Quale?
R. Il sistema dell'informazione non regge più. I giornalisti che sono rimasti nelle redazioni prima della tempesta sono pagati in maniera insensata rispetto al nuovo mondo. E allo stesso tempo i giovani vengono usati come gregari e sono sotto pagati. Non esiste nessuna solidarietà intergenerazionale nella nostra categoria. A questo si aggiunge che i cittadini non risparmiano più i soldi per comprare i giornali. E noi, perché questo riguarda anche me, non ci siamo fatti trovare attrezzati. È un passaggio lungo e difficile perché tutti i parametri si sono indeboliti.
D. Però il quadro editoriale in Italia sta cambiando.
R. Te lo ripeto. È una notiziona nel nostro mondo, ma francamente così come il lettore del Secolo XIX ha continuato a leggere il Secolo XIX non sapendo che è una propaggine della Stampa, ora continuerà a leggere La Stampa, anche perché sul quotidiano di Torino non ci sarà scritto fondata da Eugenio Scalfari.
D. Erano nozze inevitabili?
R. Gli ultimi due direttori di Repubblica, due eccellenti giornalisti come Ezio Mauro e Mario Calabresi arrivano da lì.
D. Non c'è di mezzo anche una questione politica? Le cose stanno cambiando, c'è il nuovo vento del renzismo...
R. Ma sono cose che non sappiamo e che vedremo più avanti. L'unica certezza che abbiamo è che i costi dei giornali in questo momento non si reggono più. È inutile cercare cose che scopriremo solo con il tempo.
D. Troppa rilevanza intorno alla notizia?
R. Da ragazzo mi interessavo di queste cose. Chi passa agli altri giornali, chi resta... Ora mi sembra inutile. Anche perché produciamo un tipo di prodotto che leggono e guardano i sessantenni più che i trentenni.
D. È un problema che riguarda anche la televisione.
R. Certamente. Le modalità di accesso all'informazione sono totalmente cambiate. Non è un segreto. La tivù ha il vantaggio della gratuità. E poi è arrivato internet che ha creato una frattura digitale devastante. Davanti alle edicole non trovi giovani, anzi non trovi più nessuno. Bisogna fare i conti con questo.
D. Si danno poche notizie?
R. Non è tanto questo. C'è stata una grande crisi economica che ha causato una diminuzione delle inserzioni pubblicitarie e al tempo stesso ha portato i lettori a non pagare più per comprare i giornali di carta. E le uniche cifre che non si sono abbassate in questi anni sono quelle per pagare il lavoro giornalistico.
D. E poi?
R. La crisi è uguale in tutto il mondo. Lo strumento del giornale è aggiornato fino all'inizio della nottata, quando tu ti svegli la mattina hai mille altri modi per sapere quello che è successo fino a quel momento. Anche se ci si reinventa, se si dà un taglio più di opinione, sempre quel problema ha, cioè che costa. E questo costo viene visto come una tassa inutile. Questa è la questione di fondo, l'era di internet ha sconvolto completamente il mondo dell'informazione. Bisogna attrezzarsi.
D. Serve un rinnovamento generazionale?
R. Siamo ancorati a giornali che sono letti da un certo tipo di pubblico. Non puoi cambiarli rischiando di perdere i tuoi utenti. Qui sta lo sforzo conservativo che si scontra con il rinnovamento. Non raccontiamoci balle: un sessantenne che legge il Corriere sul tablet è un sessantenne.
D. Insomma neppure gli Agnelli che escono dal Corriere sono una notizia?
R. Sono questioni nostre. Basta andare davanti a un'edicola e chiedere a uno dei pochi che acquista un giornale chi è il proprietario del Corriere. Nessuno ti saprà rispondere.
D. Ma il giornalismo è più vivo adesso o vent'anni fa?
R. Rispetto al 1992 ora ci sono meno equilibri, quindi è più vivo. Io non penso di lavorare peggio rispetto a 20 anni fa. Ma è meno rinnovato, è nel mezzo di una crisi economica che si è riverberata sull'editoria. Non è facile vivere una situazione in cui contemporaneamente la gente ha meno soldi per comprare i giornali e ci sono le industrie che investono di meno nella pubblicità.
D. Anche i fondi per l'editoria sono diminuiti.
R. Le provvidenze statali sono sempre messe in discussione e quando le ottieni hai meno forze per essere del tutto indipendente.
D. Ma adesso magari cambieranno anche gli assetti interni, potrebbero nascere nuovi contratti giornalistici, come quello di un inviato per tutte le testate.
R. Possiamo stare qui ore a parlare di nuovi modelli editoriali, ma quel mondo non esiste più. Un tempo gli inviati servivano perché raccontavano ai lettori quello che non potevano vedere. Ora i lettori conoscono meglio degli stessi inviati i Paesi esteri. Ti faccio un esempio.
D. Va bene.
R. A Roma ci sono sempre meno botteghe di antiquari. Sono bellissime, ma continuano a chiudere anche perché i giovani ci entrano sempre di meno. Si è spezzata la linea di continuità con i nostri genitori, con quel tipo di bellezza che coincevipamo una volta. Ora i giovani vanno all'Ikea. Allo stesso modo questo capita con il giornalismo.

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