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EDITORIA 18 Maggio Mag 2016 1308 18 maggio 2016

Libero, lo zampino di Melania Rizzoli nel cambio al vertice

All'ultimo incontro tra Belpietro e Angelucci ha partecipato anche l'ex deputata. Molto vicina a Feltri. Che adesso tratta il suo ritorno a Libero. Promosso Senaldi.

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Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri.

La settimana scorsa Maurizio Belpietro ha incontrato il suo editore, il senatore Antonio Angelucci.
Gli ha chiesto se la proprietà fosse soddisfatta del suo lavoro ed è stata rassicurato sulla linea del giornale. E sul suo posto.
Poi ha visto che ad accompagnare il tycoon della sanità c’era l’ex parlamentare azzurra Melania Rizzoli, molto vicina in questa fase a Vittorio Feltri.
E lì ha capito che il suo vecchio maestro sarebbe tornato a essere direttore di Libero.
In queste ore Feltri sta trattando con il suo nuovo editore le regole d’ingaggio. Non aveva ancora accettato quando gli Angelucci hanno messo alla porta Belpietro.
RAPPORTI TESI FELTRI-BELPIETRO. Come al Giornale, non voleva essere direttore responsabile (l'incarico è andato a Pietro Senaldi, ndr): ha già tante condanne in giudicato per reati legate a querele per mancato controllo di articoli diffamatori, non ne vuole altre e soprattutto teme di finire in carcere. Cosa già avvenuta a un altro suo famoso “secondo”, Alessandro Sallusti.
La decisione di riportarlo in viale Majno è stata soltanto degli Angelucci. Belpietro l’ha subita e patita non poco.
I due non si parlano. L'ormai ex direttore ha anche approfittato del fatto che Feltri è stato assunto da un’altra società della galassia Tosinvest (la Tms), e non dall’editrice di Libero, per negargli un ufficio in redazione. Qui, infatti, Feltri non ha mai messo piede né partecipato alle riunioni, relegato in una stanza un piano sopra gli altri.
LO ZAMPINO DI VERDINI. C’è anche chi racconta di un ordine del giorno, ma forse è soltanto una disposizione orale, del direttore bresciano ai suoi giornalisti: non dialogate con chi non fa parte del quotidiano.
Per non parlare del fatto che gli articoli di Feltri giacevano per giorni sulla sua scrivania.
Chi ha sentito Belpietro nelle ultime ore dice che l’ex direttore ripete come un mantra: «Mi hanno anche cacciato per le prime pagine sul caso Etruria e per il no a referendum». Confermando lo zampino di Denis Verdini. Per poi aggiungere mestamente: «In questo Paese non c’è più libertà di informazione».
L'EUFORIA DI SANTANCHÈ. Non a caso, la mattina del 18 maggio, il parlamentare azzurro Augusto Minzolini faceva notare ai colleghi del Transatlantico: «C’è una certa distonia tra le copie dei giornali che si vendono e il consenso degli italiani. Soltanto Renzi può pensare di conquistare voti controllando la stampa. Anche perché Libero renziano non lo leggerà nessuno».
Era invece euforica Daniela Santanché: «Tutti i lettori in uscita da Libero andranno al Giornale».
Quotidiano al quale lei è legata per motivi affettivi (è stata fino a poco fa la compagna del direttore Sallusti) ed economici (ha un contratto per la raccolta pubblicitaria).
FUGA DA VIALE MAJNO. In viale Majno i giornalisti sono invece molto preoccupati. Come Minzolini, temono un crollo nelle vendite per il cambio di linea.
Alcune firme importanti che in passato sono arrivate qui scappando dal Giornale di Feltri (Filippo Facci, Luca Telese, Mario Giordano, Franco Bechis) potrebbero andarsene.
Quel che è certo, in questa vicenda, è che il divorzio Belpietro–Libero si è consumato in maniera repentina.
Eppure la cosa potrebbe avere non pochi effetti nel centrodestra politico e in quello giornalistico.
A Milano già si discute di un rimescolamento nelle testate berlusconiane: il direttore-mercato vuole Belpietro alla guida del Giornale, Sallusti a Panorama e Giorgio Mulè al Tg4.

Twitter @FrrrrrPacifico

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