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8 Dicembre Dic 2016 1800 08 dicembre 2016

Rai, dopo Renzi resta solo il caos

Casse con un buco di 280 milioni di euro. Forte calo negli ascolti. Vertici in guerra tra loro. Il dopo Renzi a viale Mazzini rischia di essere un Day After.

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Ma il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, renziano di ferro e leopoldino della prima ora, resta o va? E la tivù pubblica in che stato di salute è dopo la batosta referendaria e la conseguente uscita di scena (anche se temporanea) del premier Matteo Renzi?

TANTI DUBBI E INCERTEZZE. A porsi le domande, tutt’altro che retoriche ma serie e concrete, non sono solo gli uomini di viale Mazzini, grandi anticipatori degli eventi politici, ma soprattutto gli esponenti dei primo piano dei tre schieramenti in campo. Perché anche all’interno del Pd, sulle cose di casa Rai, sono più i dubbi delle certezze.

DALL'ORTO RESTA IN BILICO. Partiamo dal primo interrogativo. Il direttore generale ha sempre detto che il suo mandato è strettamente connesso a quello del premier, ben sapendo di essere una sua diretta emanazione. Dunque potrebbe anche mollare. Potrebbe, ma pare che non ne abbia la benché minima voglia.

Sul tavolo l’agenda dei lavori e la linea da seguire. Con molta probabilità l'ex premier vuole che il Cda resti al suo posto, costi quel che costi, in modo da evitare l’apertura di un altro fronte. Il problema è che restare significa fare i conti con una situazione sempre più complicata, determinata dalla politica. Con l’idea di far dimettere Campo Dall’Orto la Rai si ritrova a dover affrontare una serie di questioni che potrebbero mettere in difficoltà tutta l’azienda.

IL RISCHIO DI STRAVOLGERE TUTTI I PIANI. Da una parte ci sono gli aspetti legali e giuridici, dall’altra quelli economici. I primi si chiamano Istat e contratto di Servizio. L’inserimento dell’emittente di viale Mazzini fra le società pubbliche, senza che il governo sia riuscito a disinnescare la mina piazzata sotto le antenne dall’istituto di Statistica, potrebbe costringere la Rai ha rivedere tutti i piani, sua quello industriale che quello editoriale.

IL PASSO FALSO DEL CANONE. In pratica equiparando la Rai aduna società dello Stato tutti gli acquisti devono essere fatti con gare d’appalto e ogni contratto deve essere vagliato e valutato dall’azionista. In pratica significa imbalsamare la tivù pubblica. Sul fronte economico, invece, le note dolenti arrivano dalla riduzione del canone da 100 a 90 euro, la rimodulazione degli affollamenti della pubblicità e il tetto agli stipendi per tutti, compresi gli artisti, fissato a 240 mila euro.

il Consiglio di amministrazione del 14 dicembre rischia di essere solo un regolamento di conti fra i consiglieri e non una finestra su futuro

Se il governo non metterà mano a questi tre capitoli, ed è improbabile che riesca a farlo entro la fine dell’anno, nel 2017 la Rai rischia di avere un buco nei conti pari a 280 milioni di euro, derivanti dal minor gettito del canone e dal calo del fatturato legato agli spot. Una voragine che rischia di far crollare tutto. A partire dalle produzioni sempre più costose, volute da Campo Dall’Orto per incrementare la qualità dell’offerta.

SCELTE SBAGLIATE E TRACOLLO DELLO SHARE. Incremento che non c’è stato, dato che la Rai è in forte calo negli ascolti, soprattutto nel settore dell’approfondimento. Ed è qui che l’eredità renziana rischia di lasciare profondamente il segno. La chiusura di alcune trasmissioni, come Ballarò, e il varo di programmi come Politics, Sunday Tabloid e i contenitori sportivi, hanno provocato un tracollo dello share è un forte impoverimento dell’offerta che potrebbe incidere anche sui contratti pubblicitari. Soprattutto in chiave Sanremo. E la cosa non è affatto secondaria, dato che dal Festival dipende buona parte del fatturato della Rai.

IL PROSSIMO CDA RISCHIA DI ESSERE UN REDDE RATIONEM. Insomma, il post Renzi in Rai rischia davvero di essere un Day After particolarmente oneroso e rischioso, con una serie di macerie sulle quali sarà difficile ricostruire. Il piano di riorganizzazione dell’informazione pensato da Carlo Verdelli, per esempio, rischia di essere già morto, senza essere mai nato. L’assenza di una stima dei costi e l’impossibilità di avere l’ok di massima della politica, visto che nessun membro del board ha visto il famigerato piano, avrebbe indotto il settimo piano di vale Mazzini a congelare l’operazione. Ragione, questa, per la quale il Consiglio di amministrazione del 14 dicembre rischia di essere solo un regolamento di conti fra i consiglieri e non una finestra su futuro.

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