Bonomi
VISTI DA VICINISSIMO 20 Febbraio Feb 2017 1000 20 febbraio 2017

Bonomi pronto a rilevare una quota de Il Sole 24 Ore

Persa la partita Rcs, il finanziere guarda al quotidiano rosa. Dietro di lui Assolombarda, cosa non gradita a Boccia. Che teme, complice il management, oscure manovre sul giornale.

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Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Così, al tempo che fu, il mitico Enrico Cuccia bollò la scalata di Mario Schimberni a Fondiaria, dopo che il manager romano dagli occhi di ghiaccio (figlio di un barbiere che aveva bottega in via dei Serpenti e di una sarta) aveva già consumato un primo grande affronto sfilandogli la Montedison.

BATTAGLIA EPOCALE. Occhio di lince a quei tempi già esercitava il suo sguardo lungo, e vi assicuro, cari e affezionati lettori, che quella fu davvero una battaglia epocale. Tant’è che ogni tanto mi piace rievocarne i tratti con gli amici dell’epoca, anche se alla fine prevale il ricordo di quelli, oramai tanti, che non ci sono più. Ma perché ho iniziato rammentando la massima del grande vecchio di Mediobanca?

SCONTRO SULLE AZIONI. Semplice. Quando Schimberni puntò il colosso della chimica, i Bonomi sotto l’ala protettiva di Cuccia ne erano assieme agli Agnelli e ai Pirelli importanti azionisti. Cosa fece SuperMario? Esattamente come i tedeschi quando invasero la Francia aggirando la linea Maginot. Passò da sopra, ovvero scalò Bi Invest, la finanziaria di famiglia, determinando di fatto l’uscita di scena di Anna Bonomi di suo figlio Carlo e mettendo le mani sul ricco pacchetto di azioni della società di Foro Buonaparte.

DA CARLO AD ANDREA. Da allora, eravamo agli inizi degli Anni 80, molta acqua è passata sotto i ponti. Alcuni protagonisti non ci sono più mentre Carlo Bonomi, ritiratosi dalle scene, ha passato il comando delle attività di famiglia all’intraprendente figlio Andrea. A proposito. Si vede che non sono un giornalista di professione. Secondo quelli del mestiere i manuali insegnano che la notizia deve essere data nelle prime cinque righe, e io la sto menando di storia e memoria. Vengo dunque al punto.

La sede de Il Sole 24 Ore.

Il 52enne Andrea, ed è cosa recente, ha sviluppato una discreta passione per i giornali (quelli, per inciso, da cui Cuccia raccomandava di tenersi alla larga). E dopo aver fatto da perno alla sfortunata difesa di Rcs nel tentativo di porla al riparo dalle ambizioni di Urbano Cairo, ora ha fatto sapere di essere disponibile a rilevare una quota de Il Sole 24 Ore. Quanto? Un 10%, in sé poca roba anche in termini di investimento. Ma tanta se invece la si confronta con le rigide regole di governance che impongono ai soci privati di via Monte Rosa di non superare il 2% del capitale. Una soglia che vige da quando la casa editrice si quotò in Borsa, in quello che fu uno dei più sgangherati e deludenti collocamenti della storia.

TITOLO SENZA GLORIA. Basti sapere che dal giorno del suo ingresso sul mercato, era un freddo dicembre del 2007, il titolo non ha mai superato il prezzo del debutto di 5,77 euro. Oggi, a guardare gli ultimi corsi, galleggia senza gloria in zona 0,35. Insomma, dopo aver tentato la strada di via Solferino il finanziere nato a New York vira verso via Monte Rosa. Ma chi lo ha indotto a cimentarsi nell’impresa?

LA PISTA DEI LOMBARDI. E qui viene il bello. Una pista, la più accreditata, chiama in causa i dioscuri di Assolombarda, ovvero la più potente territoriale di Confindustria che già a suo tempo era andata da Boccia a dirgli che voleva comprarsi il giornale. E la cosa, inutile dirlo, non piace al capo degli industriali e a Luigi Abete. Il presidente di viale dell’Astronomia e l’inossidabile professionista dell’organizzazione, che oltretutto da anni siede nel consiglio di amministrazione del Sole impermeabile a tutti i cambiamenti, hanno mangiato la foglia. E la cosa li ha messi sul chi vive.

Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria.

ANSA

Vero che Boccia ha di recente fatto pace con Gianfelice Rocca siglando il patto del risotto con l’ossobuco, ma fidarsi è bene non fidarsi è meglio. Risultato: quando il neo amministratore delegato del Sole Franco Moscetti e il presidente Giorgio Fossa sono andati a dirgli che occorreva voltare pagina, magari tra le tante cose anche trovando una nuova guida per il giornale, li ha respinti con perdite. Da allora sono come due vasi incomunicanti.

BOCCIA CONTRO I MANAGER. Da una parte l’azienda con la prima linea di nuovi manager in trincea, che diffida dell’azionista al punto dal tenerlo ai margini dei processi decisionali aspettando che apra generosamente il portafoglio. Dall’altra Boccia che non vuol sentir parlare di cambi di sorta finché non verrà definito l’aumento di capitale.

VIATICO DI UNA (S)VENDITA? Come vedete grande è la confusione sotto il cielo, cari lettori. Per passare Bonomi ha bisogno che Confindustria tolga di mezzo i paletti che limitano al 2% il possesso azionario da parte dei privati. Non una passeggiata. Ma, a parte questo, il 10% in mano a un singolo investitore per una organizzazione così divisa al suo interno sarebbe come il viatico alla sicura vendita (per meglio dire, svendita) del giornale.

Roberto Napoletano, direttore del Sole.

E ancora, a guardare i paradossi: è appena stato silurato Gabriele Del Torchio, l’ex ad i cui legami con Bonomi sono scolpiti nella sua storia manageriale. E qualcuno ci fa pure la battuta: siccome, a meno che la cosa non si sia chiusa negli ultimi giorni, Del Torchio sta ancora trattando la sua buona uscita, vuoi vedere che ce lo ritroveremo nel consiglio di amministrazione ?

SORDI ALLE SOLLECITAZIONI. Battute a parte, Boccia sospetta che l’affacciarsi in scena di Bonomi nasconda un altro tentativo dei lombardi (Rocca, Bracco, Squinzi, eccetera) di prendersi il quotidiano rosa. In più lamenta che la casa editrice sia sorda alle sollecitazioni che arrivano da Roma (pensare che, ironia della sorte, Moscetti è stato a lungo capo di Amplifon). Per questo lunedì 13 febbraio 2017 il numero uno di viale dell’Astronomia è andato a consulto in Banca Intesa, dove il patron di Investindustrial, il fondo da 2 miliardi di euro che a lui fa capo, lo conoscono bene.

DA ALLEATO A RIVALE. È infatti a Bonomi che la banca guidata da Carlo Messina si era rivolta originariamente nel tentativo di smuovere la morta gora di Rcs, ricevendone un rifiuto. Salvo poi trovarselo nel fronte opposto come paladino della cordata capeggiata da Mediobanca.

Franco Moscetti, amministratore delegato del Gruppo Sole 24 Ore.

Inutile dire che Intesa, come creditore di riferimento del Sole, gioca un ruolo determinante nella partita. L’approccio della banca è stato sin qui mediano: ha respinto una prima volta il piano industriale (che a Ca’de Sass dovrebbe presentarsi martedì 21 febbraio), ha minacciato di non partecipare all’aumento di capitale, ma al tempo stesso ha aperto i cordoni della borsa per dare un po’ di ossigeno alle provate casse del giornale.

SICURI DEL FORMATO TABLOID? Questi gli schieramenti in campo a ridosso del Cda del 20 febbraio, con all’ordine del giorno la presentazione del nuovo piano industriale (a proposito, ma ci avete pensato bene signori amministratori prima di ritirar fuori la vecchia idea di un giornale formato tabloid venduto a 1 euro, cosa che lo avvicina pericolosamente alla decaduta free press?). Dentro quella riunione lo sguardo di Occhio di lince non arriva, ma vi assicuro, affezionati lettori, che ci sono fidati occhi che guardano per lui.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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