Susanna Camusso Segretario 141120181220
POLEMICA 22 Febbraio Feb 2017 1800 22 febbraio 2017

Camusso, porta in faccia a Sky

Il segretario della Cgil in assemblea a Roma si scaglia contro il piano di esuberi e trasferimenti: «È una vertenza diversa dalle altre, l'azienda non è in crisi. Ne riparleremo a Palazzo Chigi».

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C'è Alitalia, c'è stata Almaviva, ci sono situazioni occupazionali di ben più drammatica portata che un cambio di sede, ma Susanna Camusso non si è fatta scappare la passerella mediatica. Sì, perché si tratta di Sky, dunque televisione, dunque luci della ribalta. Così il segretario generale della Cgil ha chiuso la porta al dialogo con l'emittente. Dalla sede romana della pay tivù che fa capo a News Corp Camusso ha addirittura chiesto «al governo un tavolo a Palazzo Chigi per affrontare la vertenza». In ballo non una deportazione di massa, ma il trasferimento di 370 dipendeni da Roma a MIlano e di 118 esuberi.

«È TUTTO LECITO?». La leader sindacale, per cui solo l'idea di una riorganizzazione aziendale deve essere qualcosa di tabù, ha ribadito di non comprendere le ragioni del piano: «Siamo abituati in questi anni di crisi ad aziende che non ce la fanno più e anche in quelle situazioni proviamo a salvare l'occupazione, ma quando le aziende vanno bene in ragione di cosa decidono di avere una crisi? Èuna vertenza diversa dalle altre, che può aprire una modalità anche per altri. Il tema è 'è tutto lecito'?'»

«LO CHOC È DOPPIO». E ancora: «Sky non appare un'azienda qualunque in un momento di difficoltà, è un grande gruppo: lo choc è anche doppio perchè nulla faceva pensare di essere in una situazione di difficoltà». Anche per questo per Camusso «è il caso di alzare i toni e per questo mi faccio interprete e portatrice della richiesta di aprire un tavolo a Palazzo Chigi. Su questo nessun dubbio, c'è la giustificazione che non esiste uno stato di crisi. Al presidente del Consiglio, (neanche al ministro del Lavoro,ndr) bisogna chiedere se vogliamo proporre una etica del lavoro in questo Paese, perché io di sentire dire che chi ha un lavoro con un contratto e diritti è un privilegiato non ce la faccio più».

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