Sole 24 Ore
10 Marzo Mar 2017 1842 10 marzo 2017

Il Sole 24 Ore, gli affari di Londra che inguaiano Napoletano

La procura di Milano indaga sulle vendite del quotidiano di Confindustria «gonfiate» tramite la società inglese DiSource e un'altra controllata Oltremanica. Il direttore, Benedini e Treu sotto la lente dei magistrati.

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In procura di Milano si aspettava da giorni un'accelerazione dell'inchiesta su Il Sole 24 Ore, ribattezzata al Palazzaccio «patata bollente». Dopo le bocche cucite da parte del capo della procura Francesco Greco e dell'aggiunto Fabio De Pasquale c'è stato un colpo di coda che s'intreccia con l'imminente aumento di capitale e con la necessità di un nuovo piano industriale, appesi entrambi alla sostituzione del direttore Roberto Napoletano, al centro di un braccio di ferro tra il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e l'ex numero uno Giorgio Squinzi, dimessosi in polemica a ottobre 2016. Il giornale brucia 5 milioni di euro al mese, servirebbe subito liquidità per almeno 100 milioni, ma Confindustria non sembra voler andare oltre i 60.

CDR SUL PIEDE DI GUERRA. L'ex direttore de Il Messaggero, in carica in viale Monterosa dal 2011, quando arrivò al posto di Gianni Riotta, nonostante l'indagine e la sfiducia da parte del comitato di redazione (i giornalisti hanno indetto uno sciopero a oltranza fino a quando non sarà licenziato dal consiglio di amministrazione o si dimetterà) continua a resistere, anche se per la sua sostituzione si fa già il nome di Ferruccio De Bortoli. Napoletano però si è detto «certo di poter dimostrare in tutte le sedi la piena linearità dei miei comportamenti che è quella di una vita».

«GESTIONE DEFICITARIA». Ma la sua posizione inizia a diventare spinosa dal punto di vista giudiziario. E conferma quello che i giornalisti avevano già espresso a ottobre, cioè che «a Napoletano deve essere attribuito un ruolo di primo piano in una gestione editoriale del tutto deficitaria, che ha contribuito a portare la società sull’orlo del fallimento». Perché dopo le perquisizioni di venerdì 10 marzo 2017 del Nucleo valutario della Guardia di finanza negli uffici del Sole, De Pasquale ha iscritto nel registro degli indagati 10 persone per false comunicazioni sociali, tra cui, oltre all'amministratore delegato Donatella Treu e al presidente della casa editrice Benito Benedini, lo stesso Napoletano.

È il giornalista di La Spezia, secondo gli inquirenti, ad aver avuto un ruolo «preponderante» in particolar modo nel secondo filone di indagine, quello più spinoso, che secondo quanto riportato nel decreto di perquisizione configura un'appropriazione indebita di 3 milioni di euro con un giro di società estere. I fondi sarebbero stati spartiti insieme agli altri indagati, l'ex direttore dell'area digitale Stefano Quintarelli, ora deputato di Civici Innovatori, l'ex direttore finanziario Massimo Arioli e l'ex direttore dell'area vendite Alberto Biella, che sarebbero stati "soci occulti" della società inglese DiSource.

GLI «SPOT» SUI CONTI A POSTO. Del resto già avvisaglie sulla situazione drammatica c'erano state durante l'assemblea del novembre 2016, quando il consigliere Giuseppe Zigliotto, presidente di Confindustria Vicenza, aveva spiegato: «Purtroppo abbiamo sentito tutti gli spot del presidente Benedini e del direttore Napoletano che venivano a raccontarci che andavamo bene e non bruciavamo cassa. Li abbiamo ascoltati tutti, ma poi abbiamo amaramente scoperto che buona parte delle risorse derivavano da vendite di asset come la società informatica e non da elementi positivi derivanti da una gestione efficace». Proprio su questo si sono svolte le indagini della procura.

DiSource è contemporaneamente cliente e fornitore del Gruppo 24 Ore. Negli anni 2014 e 2015 le attività correnti sono passate da 1,45 milioni di sterline a 4,67 milioni

La configurazione di società e contatti che avrebbe portato all'appropriazione indebita sembra essere chiara ai pubblici ministeri, anche perché il lavoro del giornalista de Il Sole 24 Ore Nicola Borzi, autore degli esposti che sono arrivati in procura, lascia poco spazio a dubbi e interpretazioni. La DiSource, società di diritto inglese il cui titolare è il pugliese Angelo Prete (nominato il 30 dicembre 2016 dopo i primi rumors sull'inchiesta), detiene il 100% di Fleet Street, altra società di base a Londra dove si incrociano lo stesso Prete e e Filippo Beltramini, un altro degli indagati.

CURIOSO ANDAMENTO DEI CONTI. Beltramini, per conto di DiSource, tramite la controllata Fleet Street si occupa di abbonamenti del Sole ed è a sua volta socio della Bw Consulting di Muggiò, insieme con Daniele Di Rocco. Chi è Di Rocco? Colui che nel periodo dell'operazione DiSource-Sole 24 Ore (2012) è stato consulente per l'area digital del gruppo di via Monterosa: dal gennaio al novembre 2012. Allo stesso tempo Di Rocco è stato socio in un altra società di uno degli indagati: Massimo Luca Arioli, ex direttore finanziario del Sole dal 2011 al 2013. In sostanza DiSource è contemporaneamente cliente e fornitore del Gruppo 24 Ore. Curioso è l'andamento dei conti proprio di DiSource negli anni 2014 e 2015, con le attività correnti passate nel giro di un anno da 1,45 milioni di sterline a 4,67 milioni.

Attivare abbonamenti digitali anche quando non erano utilizzati era una strategia volta a mostrare la buona salute dell'azienda in fatto di copie e che di conseguenza portava a una migliore vendita della pubblicità

Un rapporto, quello tra il Gruppo e le società britanniche, che ha contribuito a gonfiare i numeri del giornale. DiSource e Fleet Street procedevano in sostanza alla gestione, alla raccolta e all'attivazione degli abbonamenti. Ed è proprio sul verbo attivare che si gioca una questione di lana caprina da 3 milioni di euro. In poche parole un abbonamento venduto può anche non essere attivato. Senza l'attivazione l'associazione che rileva i dati (Asd) non lo conteggia. Quando avviene l'attivazione invece l'abbonamento, per citare il deputato Mattia Villarosa che ha presentato a ottobre 2016 un'interpellanza urgente alla Camera, «sembra un abbonamento utilizzato». Una strategia volta a mostrare la buona salute dell'azienda in fatto di copie e che di conseguenza porta a migliorare la vendita della pubblicità. DiSource quindi acquistava gli abbonamenti digitali per poi attivarli anche quando l'abbonamento non era in realtà utilizzato.

COPIE AL MACERO MA CONTATE. Un'attività di vendita soltanto virtuale che secondo i pm veniva eseguita su mandato del Gruppo 24 Ore che avrebbe poi messo a bilancio anche le vendite virtuali. Il tutto contando anche alcune migliaia di copie cartacee (non sono ancora state quantificate dagli inquirenti) che sarebbero finite direttamente «al macero», ma conteggiate nelle vendite. La strategia avrebbe fruttato 3 milioni di euro che secondo l'accusa i sette indagati in questo secondo filone si sarebbero spartiti.

DIFFUSIONE DA RIVEDERE «DEL 34%». Numero emerso anche dalla perizia che la società Protiviti ha fatto arrivare sul tavolo all'assemblea degli azionisti del gruppo il 22 dicembre 2016, che sottolineava come il dato della diffusione sarebbe da rivedere al ribasso di «circa il 34%» portando così lo stesso dato a «circa 248 mila copie» dalle 375 mila dichiarate nella Relazione finanziaria annuale 2015.

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