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24 Marzo Mar 2017 0925 24 marzo 2017

La Rai e l’ipocrisia dei 240 mila euro

Le star mugugnano e minacciano di lasciare l'azienda a causa del tetto agli stipendi. Ma il tema compensi ha senso solo se si decide cosa sia davvero viale Mazzini: tivù di Stato o tivù commerciale?

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Sono pochi 240 mila euro? In assoluto diremmo proprio di no. Sono pochi come compenso massimo per un teledivo Rai? Beh, sì. Perché, è il mercato bellezza, a tutte le latitudini i famosi del piccolo schermo viaggiano su cifre ben più alte. E siccome la televisione di Stato pare non aver come obiettivo il martirio dell’audience deve pure poter competere ad armi pari con le altre.

LE STAR TIVÙ MINACCIANO DI MOLLARE. Però, e qui sta il problema con relativa canea, essendo di Stato deve soggiacere alla stringente (stringente?) regola che chi lavora nel pubblico non può essere compensato oltre la fatidica soglia. Così si assiste alla quotidiana lamentazione di gente abituata a guadagni milionari che preconizza un doloroso impoverimento. Coloro che possono minacciano migrazioni di massa verso lidi più generosi, anche se Mediaset ha le sue gatte da pelare e non è più il bengodi di un tempo. Altri, vedi la Lucia Annunziata, si adeguano con indomito spirito di servizio. Pubblico.

LA QUESTIONE IDENTITARIA DELLA RAI. E qui casca l’asino, o se volete si squarcia il velo dell’ipocrisia che rende un tantino noiosa e inutile la polemica. Perché invece che accapigliarsi sui cascami, bisognerebbe prima dirimere la questione identitaria. Che cos’è la Rai ? Televisione commerciale o televisione che il sabato in prima serata può mandare un documentario sugli ultimi butteri senza che di fronte allo zero virgola dell’Auditel nessuno abbia alcunché da ridire?

Bruno Vespa.

Finora è stata tutte e due le cose. E questo spiega lo strabismo dei suoi proventi che vengono dalla pubblicità e dal canone dei contribuenti. Il tema dei compensi ha un senso solo una volta deciso cosa viale Mazzini vuole diventare. Adesso è un ibrido, un Paguro Bernardo che si muove in simbiosi.

LA MOSSA A SORPRESA DI VESPA. Nell’attesa, ci ha pensato Bruno Vespa o sbrogliare la matassa. I suoi avvocati hanno fatto cadere sulla scrivania dei loro omologhi in Rai l’articolo 3 comma 44 della legge 244 del dicembre 2007. Ovvero un escamotage che consente di aggirare il tetto dei 240 mila euro per coloro che, ancorché in una azienda totalmente pubblica, offrono «una prestazione artistica o professionale che consente di competere sul mercato in condizioni di effettiva concorrenza». Tanto di cappello al conduttore di Porta a porta. Se la scappatoia è buona, si dovrà a lui il cavillo che salverà Cavallo e portafoglio.

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