I 400 colpi

CAMPO DA Ll'o RTO
23 Maggio Mag 2017 0913 23 maggio 2017

Campo Dall’Orto, l’ennesimo figlio divorato da Crono-Renzi

Il direttore generale Rai verso l'addio a Viale Mazzini. Storia di un figlio della Leopolda caduto in disgrazia.

  • ...

A questo punto il sospetto è diventato realtà. Matteo Renzi, come Crono, divora i suoi figli. Non solo quelli che gli fanno ombra, che minacciano il suo dissennato incedere di uomo solo al comando. Ma anche quelli che gli sono stati devoti, che ne hanno accompagnato con ammirazione e convinzione l’irresistibile ascesa. Antonio Campo Dall’Orto è uno di questi. Un figlio della Leopolda, un renziano della prima ora dunque, uno della stretta cerchia cui si possono con tranquillità affidare le chiavi della televisione pubblica, fondamentale cinghia di trasmissione del consenso dove la politica entra a piedi uniti dopo aver giurato a parole di volersene stare lontana. Il direttore generale della Rai, sfiduciato sul piano news (che poi era quello di Verdelli, altra vittima illustre) che il cda ha preso a pretesto, sta per lasciare viale Mazzini.

FEDELE E MAZZIATO. Che il manager sia una vittima della bulimia renziana per il controllo dell’informazione non v’è dubbio, non fosse altro che dopo poche settimane dal suo insediamento il fedelissimo Michele Anzaldi, lo spin doctor delle sue primarie, ha cominciato a puntarlo via Twitter e interviste con un inesausto fuoco ad alzo zero. Ora, sicuramente Campo Dall’Orto non si è distinto per particolare spirito innovativo, di certo la sua gestione Rai non si è discostata da quella dei suoi predecessori, perché nella tivù pubblica la regola è assecondare l’andazzo per non disturbare il manovratore di turno, o al massimo fare ammuina in modo che dietro l’apparente cambiamento tutto resti uguale. Di certo ha fatto pasticci con l’assunzione di manager esterni, tanto da suscitare la riprovazione dell’Autorità anticorruzione.

Ma dopo questa pretestuosa cacciata ci tocca difenderlo, perché è l’ennesima vittima di colpe e contraddizioni non sue. Per inciso: lo si accusa di aver assunto professionisti esterni all’azienda ignorando le competenze che aveva in casa e provocando così un danno economico all’azienda. Ma come mai il collegio sindacale non ha detto lo stesso dei direttori di rete presi da fuori perché fulgidi cantori del renzismo imperante? A proposito dell’ex premier, che gli giova profondersi in ostentate manifestazione di disinteresse verso ciò che accade in Rai per poi fare e disfare a seconda dei suoi desiderata? «Via i partiti dalla Rai, via da Finmeccanica, via dalle nomine nei cda, L’ho detto a #serviziopubblico, ma lo diciamo fin dalla Leopolda», cinguettava Renzi nell’ aprile del 2012. «Niente paura. Il futuro arriverà anche alla Rai. Senza ordini dei partiti. #cambiaverso #italiariparte», twittava nel maggio di due anni dopo.

DALLA LOTTIZZAZIONE ALLA 'ROTTIZZAZIONE'. E ancora: «Costi quel che costi io ho intenzione di togliere la Rai ai partiti. Se siamo rottamatori vuol dire che lo siamo non per finta. Io non ho mai parlato con i vertici Rai e trovo folle che ora si pensi che la Rai sia nelle mani del Pd» (Radio 24, maggio 2014). E subito dopo a Piazza Pulita: «Fuori i partiti dalla Rai, mai più nomine politiche. In passato i partiti hanno già messo troppo bocca. Io invece non metterò mai il mio partito nelle condizioni di prendere decisioni sulla Rai». Il florilegio delle dichiarazioni di totale disinteresse per le vicende Rai potrebbe continuare. Ma preferiamo chiudere con un folgorante tweet-commento di Mentana (quando ancora il direttore del tg di La7 frequentava il social network) che la dice tutta sulla sconcertante schizofrenia renziana: «Ora si chiama rottizzazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso