I 400 colpi

Sole 24 Ore: verso nomina Moscetti A.d.
15 Giugno Giu 2017 0940 15 giugno 2017

Stanno uccidendo il Sole 24 Ore, fate presto

Il giornale è all’atto finale. Per salvarlo le banche chiedono a Confindustria di farsi da parte, ma Boccia pensa al concordato in continuità. L’ennesima follia.

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D’accordo, l’informazione è una commodity che ormai vale zero, forse nell’era digitale i giornali sono qualcosa di drammaticamente obsoleto e inutile. Però quando rischia di morirne uno è sempre un grave vulnus per la democrazia e il dibattito delle idee.

UN PATRIMONIO INFORMATIVO IN PERICOLO. Se poi l’uno che sta morendo non è una gazzetta di paese (con tutto il rispetto dovuto a questo tipo di testate) ma il più importante quotidiano economico italiano, il discorso si fa maledettamente serio. Tanto più che di mezzo ci sono centinaia di dipendenti, fior di professionisti, un patrimonio informativo d’eccellenza. È vero, in questi anni al Sole 24 Ore sono state consumate una tale quantità di nefandezze che si potrebbe dire «ben gli sta» e tirare dritto. Rispondeva Enrico Cuccia a chi nei momenti difficili gli paventava la possibile fine della sua creatura: «Mio caro, è caduto anche l’Impero romano, che vuole che sia la scomparsa di Mediobanca».

UN GIORNALE FUNESTATO DA LOTTE INTERNE. Se dovessimo quindi seguire l’ironico fatalismo di quello che fu uno dei più colti banchieri italiani, all’idea che il giornale scompaia dovremmo fare spallucce e andare oltre. Invece, siccome è ancora possibile sottrarre il 24 ore all’inglorioso destino che lo aspetta, occorrerebbe un’assunzione di responsabilità da parte di coloro da cui ne dipendono le sorti. E che invece si stanno trastullando in un gioco di inutili e dannose ripicche, guerre fratricide tra imprenditori e apparati confindustriali che antepongono il proprio tornaconto al senso di appartenenza alla categoria.

Da tempo gli istituti hanno fatto sapere che con un patrimonio negativo di 40 milioni e 4 di cassa bruciati ogni mese un aumento di capitale da 70 è come buttare i soldi in un falò

Il clima di veleni e sospetti è tale che serve un niente a incendiare le polveri. Così è bastato che qualche giorno fa il neo presidente di Assolombarda Carlo Bonomi dichiarasse che la più importante Associazione di Confindustria è pronta a fare la sua parte al fine di riportare il Sole all’antico splendore per scatenare le ire dei vertici romani della medesima che vi hanno intravisto gli indizi di una subdola manovra per impadronirsene.

LA GUERRA TRA MOSCETTI E BOCCIA. Affinché ciò non accada sembra addirittura che il presidente di viale dell’Astronomia Vincenzo Boccia voglia rimangiarsi la decisione di aumentare il capitale della casa editrice e chiedere la procedura di concordato preventivo. È l’ultima di una delle tante diatribe che ha ridotto il giornale allo stremo e la sua capitalizzazione di borsa a 17 milioni di euro, più o meno il fatturato di un’avviata catena di pizzerie. Boccia vorrebbe chiedere la procedura, nominare un nuovo direttore (per la cronaca, i tre papabili sono Fabio Tamburini, Nicola Porro e Fabio Bogo) e tenersi stretto il controllo del giornale nell’illusione di poterlo risanare. Cosa peraltro complicata dal fatto che tra lui e l’amministratore delegato, messo lì a suo tempo per compiacere Renzi in quanto finanziatore della prima ora della sua Leopolda, è guerra dichiarata.

IL RUOLO CENTRALE DELLE BANCHE. La vicenda, oramai arrivata alle ultime battute, non promette insomma nulla di buono. A questo punto l’unico spiraglio di ragionevolezza può venire dalle banche creditrici, imprescindibile attore in qualsivoglia operazione di rilancio. Da tempo gli istituti hanno fatto sapere che con un patrimonio negativo di 40 milioni e 4 di cassa bruciati ogni mese un aumento di capitale da 70 è come buttare i soldi in un falò. E propongono di triplicarne l’importo, a patto che Confindustria, compensata da una sorta di golden share che per un certo periodo ne tuteli ruolo e influenza, accetti di fare il socio di minoranza in una compagine in cui molti e robusti soggetti sono pronti a entrare. L’agonia del giornale è arrivata alle battute finali, e quella indicata dalle banche è l’unica via per salvargli la vita. Sarebbe bene che su questa partita Confindustria evitasse di giocarsi quell’infimo residuo di credibilità che ancora le resta.

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