Benedetti
23 Giugno Giu 2017 1709 23 giugno 2017

Gedi, De Benedetti lascia la presidenza: i 50 anni di carriera

L'Ingegnere passa l'ultima carica operativa che gli era rimasta al figlio Marco. Gli inizi nell'industria, lo scontro con Berlusconi, l'avventura nell'energia: le tappe chiave.

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Per un Cavaliere che non vuole lasciare il campo, c'è un Ingegnere che se ne va. Dopo 50 anni di carriera, nel giorno in cui il rivale di sempre Silvio Berlusconi si dice «costretto» a fermare i 5 stelle, Carlo De Benedetti ha lasciato il suo posto al figlio Marco. Il Cda del Gruppo Editoriale Gedi ha tenuto a Roma una riunione convocata dallo stesso Carlo in cui «il presidente ha informato il Consiglio della sua decisione di rassegnare le proprie dimissioni da presidente e da consigliere. Il Consiglio, su proposta del consigliere Rodolfo De Benedetti (fratello di Marco, ndr), ha cooptato come consigliere Marco De Benedetti, nominandolo presidente e formulandogli gli auguri di buon lavoro».

LA FUSIONE CON LA STAMPA «FORTEMENTE VOLUTA». «Ho partecipato con impegno e passione alla fondazione di Repubblica. Ringrazio i giornalisti, il management e tutti i collaboratori che hanno contribuito a rendere il gruppo punto di riferimento culturale e civico per il Paese», ha commentato l'Ingegnere, «a conclusione dell'operazione di integrazione tra Espresso e Itedi (l'editore della Stampa, ndr), che ho fortemente voluto e che dà vita al primo gruppo di informazione quotidiana in Italia, ho deciso di favorire ancora una volta il ricambio generazionale così come ho già fatto alcuni anni fa in Cir».

Durante 50 dei suoi 83 anni, De Benedetti ha segnato la storia imprenditoriale italiana, iscrivendosi tra gli uomini d'affari più influenti del Paese. L'Ingegnere ha lasciato l'ultimo incarico che deteneva nel gruppo dopo aver già trasferito il controllo ai suoi tre figli, Marco, Rodolfo e Edoardo quattro anni fa. Proprio il 21 giugno l'Ingegnere aveva tirato le conclusioni del convegno 'The future of the newspaper' che ha visto a confronto a Torino i maggiori player del settore con un discorso nel quale ha lanciato l'idea degli stati generali dell'editoria. «Non vogliamo aiuti di Stato né sovvenzioni, vogliamo cercare il modo per rimanere remunerativi perché se muore l'editoria, non muore solo un settore industriale: muore una funzione essenziale dei sistemi democratici», ha detto De Benedetti concludendo l'incontro.

I 50 anni di carriera: industria, editoria ed energia

L'Ingegnere, chiamato così per il suo titolo di studio, non è identificabile però con un solo settore, perché è stato l'Olivetti, la telefonia mobile con Omnitel quando questa era ancora avanguardia, ma anche l'industria tradizionale con la componentistica auto e quella dell'era internet con le varie attività avviate negli anni Novanta fino all'ingresso nell'energia.

L'avventura editoriale è però centrale nella sua vita, tanto che nel 2009, quando decide di lasciare tutte le cariche delle sue imprese, consegnandole in mano ai figli, mantiene comunque un ruolo, anche formale, nel Gruppo Espresso e assicura che quell'attività non sarà dismessa almeno fino a quando rimarrà in vita.

IN FUGA DURANTE IL FASCISMO. Nato torinese, è naturalizzato svizzero: oltreconfine si trasferisce con la famiglia durante le leggi razziali (il padre era ebreo) e, quando decide di prendere la seconda cittadinanza, è accusato di farlo per ragioni fiscali, circostanza da lui sempre negata. Il debutto professionale avviene nel 1959 nell'azienda paterna, la Compagnia Italiana Tubi Metallici Flessibili. Impresa valorizzata fino all'acquisizione nel 1972 della Gilardini, che De Benedetti guida fino al '76 come presidente e amministratore delegato. Proprio in quell'anno diventa amministratore delegato della Fiat anche grazie all'appoggio di Umberto Agnelli. Una esperienza di soli quattro mesi, un rapido divorzio che sorprende e attira su di lui ancora di più l'attenzione del mondo economico.

LEGATO ALL'OLIVETTI. Con la vendita della sua quota in Fiat, avuta in cambio del conferimento della Gilardini nel gruppo torinese, emerge quello che sarà poi il cuore finanziario del suo impero, la Cir (Compagnie Industriali Riunite), di cui assume il controllo nel novembre del 1976. Gli investimenti della compagnia si diversificano rapidamente: ad esempio con la Sasib e l'Euromobiliare, una delle grandi finanziarie italiane. In quegli anni l'Ingegnere lega il suo destino a quello dell'Olivetti, una delle imprese italiane più conosciute nel mondo, diventandone nel 1983 presidente e amministratore delegato. Non tutte le sue iniziative hanno successo: entra in Buitoni-Perugina e contratta nel 1985 con Romano Prodi l'acquisto dall'Iri del gruppo alimentare Sme. L'affare viene bloccato dalle forze politiche e sfuma.

LA SFIDA CON BERLUSCONI. Guai arrivano anche per il rapido passaggio nel Banco Ambrosiano di Calvi. De Benedetti apporta capitali e viene nominato vicepresidente nel novembre 1981: dopo pochi mesi cede la sua quota ed esce. Anni dopo questo passaggio gli sarà imputato in sede giudiziaria, dopo il crack del vecchio Ambrosiano. Altro epico scontro è quello legato alla guerra di Segrate per il controllo della Mondadori, scoppiata nel 1991 e spiegatasi anche nelle aule dei tribunali. Un conflitto che porta al riconoscimento del maxi-risarcimento di 500 milioni di euro alla Cir. Da quella guerra nasce la spartizione che segna la storia dell'editoria italiana con il Gruppo Espresso nelle mani di De Benedetti e la Mondadori nell'orbita di Berlusconi.

«L'AMERICA PREOCCUPA PIÙ DELL'EUROPA». Tra i suoi celebri giudizi sferzanti, ultimo quello su Donald Trump, aprendo i lavori della Repubblica delle Idee: «Tra la crisi dell'Europa e gli Usa di Trump mi preoccupa molto di più l'America: Trump è un pazzo furioso che, in un mondo che cerca di integrarsi, proclama autonomia degli Stati Uniti. Come ha detto la Merkel, essendo gli Usa così isolazionisti, ora il futuro dell'Europa è sempre di più nelle nostre mani».

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