BIGNARDI
25 Luglio Lug 2017 1747 25 luglio 2017

RaiTre, l'addio di Bignardi segna la fine di un ciclo

Dopo Campo Dall'Orto, si dimette anche la direttrice. Che lascia (in punta di piedi) una rete svuotata dei pezzi pregiati. Al suo posto arriva Stefano Coletta. 

  • ...

Un ciclo è finito, dicono in Rai parlando delle dimissioni di Daria Bignardi da direttore di RaiTre. E il ciclo a cui tutti fanno un po’ riferimento aveva iniziato a chiudersi quando Antonio Campo Dall’Orto ha mollato la poltrona di direttore generale, messo alle corde dagli attacchi della politica. Più che un ciclo, in quel momento, è finito un sogno, dicono i maliziosi, ma molto Anni 70: la fantasia al potere come metodo di lavoro. Perché, argomentano gli stessi, c’è voluta molta fantasia per scegliere Gianluca Semprini quale conduttore di Politics, il programma di approfondimento di RaiTre che avrebbe dovuto competere con la corazzata di Giovanni Floris, solido conduttore di DiMartedi su La7. Quella scelta, quella scommessa persa, in qualche modo rappresenta l’impronta lasciata da Bignardi alla guida del terzo canale della Rai e proprio per quel gesto di lucida follia c’è anche chi le riconosce l’onore delle armi.

Doveva sperimentare e lo ha fatto, mettendoci la faccia. Una faccia che ora, potrebbe anche tornare in video. Magari non subito ma in un futuro non troppo prossimo chissà. In fondo, Bignardi resta una donna di spettacolo, una intervistatrice capace di tirare fuori il meglio e il peggio di chi le si para davanti. Certo in queste settimane le voci si sono rincorse come treni della metropolitana, senza fermarsi mai. "Molla per motivi di salute". "Ma no, ha superato tutto". "Non c’entra nulla, lascia perché questa non è più la sua Rai. Fuori Campo Dall'Orto, fuori anche lei". Insomma, come vuole la tradizione nel calderone dei "si dice", "fidati che io so", c’è tutto e il suo esatto contrario. L’unica certezza è che Daria ha messo insieme un palinsesto degno di esser chiamato tale, nonostante la fuga di Fabio Fazio, sempre nel mirino del Pd per il suo contratto e i costi stellari dei programmi che farà, e l’addio della banda di Gazebo. Senza pezzi pregiati e con l’azienda particolarmente distratta lavorare non è semplice. Per questo, dicono coloro che la conoscono bene, Daria ha mollato tutto ed è uscita di scena come sa fare lei. In punta di piedi e senza troppo clamore.

DISCONTINUITÀ SÌ, MA INTERNA. Il guaio è che la Rai, nel suo evidente processo di normalizzazione, molto vicino alla democristianizzazione, sta mettendo a nudo tutti i suoi difetti. Dal tentativo del pluralismo come cifra stilistica per assopire e assecondare la politica, viale Mazzini sta puntando sul solipsismo di Fazio, diventato il dominus dei giochi della tivù pubblica. Forse l’addio di Bignardi potrà non essere connesso all’ascesa del conduttore di Che tempo che fa, ma vedere un possibile legame fra i due eventi non è difficile. L’ex direttore di RaiTre aveva tentato di creare una rete capace di dialogare tanto con l’alto quanto con il basso mentre Campo Dall'Orto mirava all’orizzontale. Insomma, una Rai che fosse davvero degli italiani, questa era l'idea dei sognatori piazzati e poi messi fuori gioco dallo stesso Renzi e da quanti stanno attorno all’ex presidente del Consiglio. La ragion di Stato ha prevalso sulle ragioni del cuore. E della cassa. Il 27 luglio, il Cda della Rai - fra la conferma di Paolo del Brocco a Rai Cinema e il piano editoriale del Tg1 - dovrebbe trovare il tempo per nominare Stefano Coletta al posto di Bignardi. Un segno di discontinuità, ma comunque tutta interna. Per i sogni non c’è più spazio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso