I 400 colpi

De Benedetti
4 Dicembre Dic 2017 1006 04 dicembre 2017

La memoria corta di De Benedetti

Adesso l'Ingegnere attacca Eugenio Scalfari per le sue parole su Berlusconi. Dimenticando che nel 2005 fu proprio lui a volersi accordare col Cav per costituire un fondo salva imprese.

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Ma guarda il caso. Il Censis aveva appena finito di dire nel suo tradizionale check up sullo stato di salute del Paese che si sta facendo largo tra le sue genti un certo diffuso rancore che Carlo De Benedetti domenica 4 dicembre rilascia al Corriere della Sera una intervista piuttosto rancorosetta dove regola più di un conto in sospeso. Che lo stato d’animo dell’Ingegnere in questi mesi non fosse dei più mansueti lo avevamo qui scritto più volte. Da quando non è più presidente dell’Espresso, avendo lasciato la poltrona al figlio Marco, è diventato implacabilmente frondista verso i giornali cui ha legato parte della propria storia. Ma dirlo nei salotti o nel backstage dei convegni cui partecipa è un conto, spiattellarlo sul principale concorrente di Repubblica è un altro.

UNA VOCE STONATA. Cosa stia succedendo nella testa di Carlo all’alba dei suoi 83 anni (li ha compiuti il 14 novembre) non è facile da capire. Anche perché il passaggio generazionale sembrava averlo gestito con la piena consapevolezza e serenità di fare un naturale passo indietro, di dare spazio ai tre figli uno dei quali, Rodolfo, ha lavorato sempre al suo fianco. Pensavamo che si volesse ritagliare un ruolo di padre nobile, di imprenditore che avendo attraversato un pezzo importante e turbolento di storia italiana fosse provvisto di un olimpico distacco, invece ha deciso di diventare la voce stonata del coro dove ha a lungo cantato.

Forse Scalfari ha commesso una leggerezza nel dire che tra B e Di Maio, se costretto, avrebbe scelto il primo. Se non altro perché l’anti berlusconismo è stato il collante che intorno a Repubblica ha cementato una formidabile comunità di lettori

In questo cupio dissolvi, che per altro non ci azzecca minimamente con l’indole laicamente lucida con cui De Benedetti ha sempre letto attualità e storia, c’è dentro tutto. I figli beneficiati dalla sua generosità («Sono stato l’unico imprenditore italiano a donare loro l’azienda», ricorda nell’intervista da Aldo Cazzullo facendone un punto d’onore). L’amministratore delegato dell’Espresso Monica Mondardini, per tanti anni portata in palmo di mano tanto da promuoverla anche alla guida della capogruppo. L’attuale direzione di Repubblica, finendo per coinvolgere, oltre a Calabresi da lui voluto alla testa del giornale salvo disamorarsene una settimana dopo, anche l’incolpevole Tommaso Cerno appena arrivato alla condirezione. Oltretutto all’indomani di un restyling grafico del giornale piuttosto bello che l’Ingegnere liquida con uno sbrigativo cenno di plauso.

SCALFARI DA FONDATORE AD AFFONDATORE. Ora, ammesso che Carlo possa avere ragione, che Repubblica stia perdendo la costituency che le ha consentito di diventare il più grande successo editoriale del Dopoguerra, è opinabile che invece di lavare i panni in casa propria abbia scelto la lavatrice di via Solferino. Come opinabile, se non ingrato, è l‘attacco portato a Eugenio Scalfari, il fondatore che nelle sue parole sembra essersi tramutato nell’affondatore. Forse Eugenio ha commesso una leggerezza nel dire che tra Berlusconi e Di Maio, se costretto, avrebbe scelto il primo. Se non altro perché l’anti berlusconismo è stato per almeno 20 anni il collante che intorno a Repubblica ha cementato una formidabile comunità di lettori. Anche perché Scalfari, che alla stoccata non ha sin qui reagito, avrebbe buon gioco nel chiedergli se il De Benedetti che oggi gli rimprovera debolezza verso il Cavaliere è lo stesso che nel 2005 voleva mettersi con lui per costituire un fondo salva imprese. Ma la memoria corta sembra contagiare anche chi invece dovrebbe averla, per età e storia personale, molto lunga.

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