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8 Febbraio Feb 2018 0900 08 febbraio 2018

Perché fare i giornalisti (anche sulla carta) non passa mai di moda

Il fascino della professione resta immutato. Come dimostra il successo del film The Post. Serve dunque la stessa tenacia dei protagonisti delle battaglie del passato, ma padroneggiando gli strumenti di oggi.

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Di giornali e giornalisti questa rubrica si è occupata molto spesso, soprattutto dal punto di vista del comunicatore d’impresa, ossia vedendo i media come interlocutori a cui raccontare i punti di forza e i successi di un’azienda e come stakeholder da tenere sempre in considerazione nella costante opera di costruzione della nostra reputazione. Le media relation sono insomma una componente della comunicazione che conserva tutta la sua strategicità nella nostra professione, anche se sottoposta a un cambiamento radicale dagli esiti ancora imprevedibili.

CAMBIANO ABITUDINI DI LETTURA. Se la comunicazione digitale è stata creata ex novo dall’avvento del web e dall’impetuosa diffusione dei social media, le relazioni con i media si trovano di fronte un contesto in cui il primato della carta è sempre più insidiato dalla stampa online e dal cambiamento delle abitudini di lettura.

SI PASSA DALLE CHAT ALLE NOTIZIE. C’è un’immagine forse banale ma emblematica che circola sul web: una carrozza della metropolitana di qualche decennio fa in cui tutti i passeggeri sono coperti dalle pagine dei quotidiani aperti davanti a loro, confrontata con una fotografia simile, scattata più recentemente, in cui tutte le persone in viaggio sono concentrate sullo schermo del proprio smartphone. Chattano con gli amici o leggono le notizie? Fanno probabilmente entrambe le cose, con una rapidità di passaggio da un’attività all’altra prima inimmaginabile.

Il giornale è prima di tutto una pagina costruita con una determinata gerarchia degli argomenti e uno stile grafico che diventa familiare

Questa riflessione serve a introdurre un tema che trovo molto interessante: se il mondo dell’informazione cambia, cosa sta succedendo alla professione di giornalista? Ho ascoltato come molti colleghi il rumore delle rotative fin dall’inizio della mia carriera e sono cresciuto professionalmente in un mondo in cui si lavorava fino a tardi per produrre un giornale da distribuire nelle edicole all’alba del giorno dopo.

CARTACEO CHE RESISTE AL WEB. Quello stesso cartaceo che nell’era del web sembra non passare mai di moda, nonostante le profonde innovazioni che stiamo vivendo. Che lo si legga prendendo un caffè al bar o lo si sfogli virtualmente sul proprio iPad, il giornale è prima di tutto una pagina costruita con una determinata gerarchia degli argomenti e uno stile grafico che diventa familiare per il lettore più affezionato.

LA REPUBBLICA SI È "ABBELLITA". Pensiamo, per esempio, al recente elegante restyling de la Repubblica, uno dei quotidiani italiani per antonomasia, noto anche per le sue battaglie civili e politiche che hanno fatto la storia del nostro Paese. Un carattere riconoscibile, pagine essenziali e piacevoli da guardare, un certo rigore nella forma: sono questi gli elementi che i lettori sembrano apprezzare sempre di più quando riescono a riservare un po’ di tempo delle loro giornate alla lettura.

I giornali di carta non scompariranno, a condizione di diventare un oggetto sempre più bello, stimolante e ricco di idee

Katharine Viner, direttrice di The Guardian

Un altro esempio è il restyling e il cambio di format a cui è stato sottoposto il quotidiano progressista inglese The Guardian, che sotto la guida energica della direttrice Katharine Viner è passato a una versione tabloid all’insegna del motto: “Small size, big ideas”. In una bella intervista proprio a la Repubblica, la Viner ha dichiarato, con una buona dose di ottimismo e determinazione: «I giornali di carta non scompariranno, a condizione di diventare un oggetto sempre più bello, stimolante e ricco di idee».

MA NON BASTA SOLO LA GRAFICA. Certo, non possiamo pensare che uno stile grafico più fresco sia sufficiente per rilanciare un quotidiano e ampliarne il bacino di lettori. Il cambio di passo al Guardian è soprattutto un segnale a quanti già lo apprezzano tutti i giorni e un’innovazione che serve a far sentire ancora più coesa una comunità riunita da un elemento distintivo: il desiderio di approfondire le grandi tematiche dell’attualità.

UNA FUNZIONE DA RIPENSARE. Va ripensato il giornale, dunque, come qualcosa di più di un semplice bollettino delle notizie: una funzione che non si addice più ai “tempi lunghi” della carta e che non potrebbe mai reggere la competizione dei network radiotelevisivi e di siti web in costante aggiornamento. La carta va vista, piuttosto, come uno strumento che permette di sedimentare interpretazioni e di confrontare punti di vista.

La lentezza dell’informazione stampata la sottrae al ciclo continuo delle breaking news e privilegia invece la riflessione

«Qualcosa da mettere da parte, quasi da collezionare», come ha osservato argutamente la Viner nella stessa intervista. La lentezza apparente dell’informazione stampata diventa in questo senso un valore aggiunto, perché la sottrae al ciclo continuo delle breaking news e privilegia invece la riflessione.

LE GRANDI STORIE APPASSIONANO. C’è un altro segnale che dimostra quanto rimanga immutato il fascino di questa professione. In un contesto in cui le belle notizie fanno più rumore di quelle cattive (pensiamo all’inedita seconda vita di Jeff Bezos come editore e al successo della sua cura per rilanciare il glorioso ma acciaccato Washington Post), le grandi storie del passato continuano a coinvolgere spettatori di tutte le età.

EMBLEMATICO IL FILM DI SPIELBERG. Pensiamo per esempio all’accoglienza riservata all’ultimo film di Steven Spielberg, The Post, che narra grazie alle interpretazioni di due veterani come Tom Hanks e Meryl Streep la travagliata decisione della direzione e della proprietà del giornale di sfidare la Casa bianca pubblicando documenti riservati sulla guerra in Vietnam.

In un'epoca con l'ossessione per le fake news avvertiamo l'esigenza di investire sul giornalismo per far luce sui lati oscuri della vita pubblica

L’attenzione di Hollywood per le storie degli Anni 70 dimostra, come ha ben argomentato Gianni Riotta su La Stampa, che è soprattutto la «passione per la verità» di quei cronisti a colpire di più. Nell’epoca che stiamo attraversando, dominata dall’ossessione per le fake news e da una concezione forse meno sacrale dell’informazione, avvertiamo con maggiore urgenza l’esigenza di investire sul giornalismo per far luce sui lati oscuri della vita pubblica, oltre che sui grandi fenomeni globali che impattano sulle nostre vite.

BISOGNA RACCONTARE IL MESTIERE. Non si tratta solo di creare prodotti editoriali sempre più innovativi, in cui la bellezza della forma si coniuga con la profondità dei contenuti. È necessario tornare a raccontare alle persone il mestiere del giornalista (efficaci in questo senso le riunioni di redazione in streaming), rilanciare la diffusione di esperienze e valori del buon giornalismo.

SFIDA CON MOLTE INCERTEZZE. Ma bisogna anche facilitare la formazione di una nuova generazione di professionisti, creare contenuti che intercettino la curiosità dei lettori, promuovere forme di fidelizzazione (a pagamento, possibilmente) che rendano sostenibile il business e non trasformino il giornalismo in una pura battaglia di testimonianza. È una sfida intessuta di molte incertezze, da affrontare con la stessa tenacia dei protagonisti delle battaglie del passato, ma padroneggiando gli strumenti di oggi.

*Professore di Strategie di comunicazione, Luiss, Roma

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