Tvgambaro
9 Aprile Apr 2018 1045 09 aprile 2018

Come sarà la televisione italiana tra cinque anni

Contrazione degli investimenti pubblicitari. Concorrenza con l'online. Moltiplicazione dell'offerta. Il business tv è in affanno. Il docente di Economia della comunicazione Gambaro spiega limiti e sfide del settore. 

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Guardare la televisione è l’attività preferita dagli italiani dopo dormire: lo facciamo mediamente per 4 ore e mezzo al giorno, numeri che solo in maniera molto parziale sono stati scalfiti dall’avanzata dell’Internet mobile. Eppure, rispetto a 10 anni fa, fare soldi con la televisione sembra essere sempre più difficile.

SETTORE IN PERDITA. La7, nonostante la cura Cairo, ha chiuso il 2017 con un risultato operativo in rosso per circa 3 milioni. Sky va meglio, ma la guerra con Mediaset sulle pay tivù ha ridotto moltissimo la redditività (41,6 milioni di euro nel 2016-2017 dopo il -63,2 milioni dell’anno precedente). Il Biscione ha chiuso un 2016 disastroso a causa dello scontro con Vivendi (quasi 300 milioni di perdite) e ha recuperato un po’ nei primi nove mesi del 2017, con utili a 35,9 milioni di euro, comunque lontani dai tempi d’oro. Secondo un report Mediobanca del 2017, le aziende televisive hanno perso complessivamente 900 milioni nel quinquennio 2011-2015.

UNO SCENARIO IN EVOLUZIONE. Allo stesso tempo, è un momento di grandi cambiamenti ed evoluzioni: dall’accordo Sky-Mediaset allo scontro per i diritti televisivi, per non tacere del ruolo degli “sfidanti” Ott (over the top, ovvero i soggetti come Netflix) e delle società delle telecomunicazioni. Marco Gambaro, docente di Economia della comunicazione alla Statale di Milano, spiega a Lettera43 dove sta andando la televisione italiana.

Marco Gambaro.

DOMANDA. Perché è diventato più difficile fare soldi con la televisione oggi in Italia?
RISPOSTA. Soprattutto è un effetto della recessione che da una parte ha contratto gli investimenti pubblicitari (dai 4,6 miliardi del 2008 ai 3,8 del 2017, ndr) e dall’altra ha fatto crescere le disdette alle pay-tivù e reso più difficile conquistare nuovi abbonati. L’altro fattore ha a che fare con le nostre abitudini: il tempo passato online limita la crescita del consumo televisivo e, anzi, presto inizierà a “rosicchiarlo” almeno un po’. E poi c’è una trasformazione importante di cui si parla poco...

D. Quale?
R. I primi sei canali, prima del digitale terrestre, facevano l’80% degli ascolti, divisi tra due soggetti, Rai e Mediaset. Oggi fanno il 50%-55%, Sky il 10%, La7 intorno al 3%, tutti gli altri canali hanno quote sotto l’1,5%. Questo ha contributo a ridurre i margini di redditività dei big. Allo stesso tempo, i costi per crescere anche di un punto di share sono molto alti e non sempre ripagano. È il caso de La7. Per salire di un punto dovrebbe investire 45-50 milioni. Soldi che non tornerebbero con l’incremento dei ricavi pubblicitari.

D. Digitale terrestre, parabola, fibra. La televisione arriva nelle nostre case attraverso diversi mezzi che poi si tramutano in diverse offerte e moltiplicazione di alleanze e accordi tra gruppi e società per declinare lo stesso contenuto su più piattaforme. Si arriverà mai a una razionalizzazione?
R. Nell’immediato direi di no. Per le televisioni può essere comodo portare i propri contenuti sulle nuove reti e sulla fibra, ma dipende da quanto costa farlo. Oggi il costo di trasmissione per una grande rete televisiva è pari al 2% del fatturato e, con la tecnologica attuale, consente di raggiungere la quasi totalità della popolazione. Finché non avremo una diffusione della banda larga vicina al 100% l’ipotesi di una piattaforma unica la vedo difficile. Parliamo di 20-30 anni. A quel punto chissà cosa sarà la televisione.

Secondo un report Mediobanca del 2017, le aziende televisive hanno perso complessivamente 900 milioni nel quinquennio 2011-2015

D. Il fatto che esistano diverse piattaforme ha convinto Mediapro di poter vendere lo stesso prodotto – le partite di calcio – a diversi soggetti, moltiplicando così i ricavi e rientrando del miliardo e 200 milioni offerti alla Lega. Ha senso?
R. La gestione dei diritti su un prodotto ha molto senso quando parliamo di offerte ben distinguibili.

D. Cosa intende?
R. Faccio un esempio: se ho i diritti di un film, posso distinguere tra la proiezione nelle sale cinematografiche per i primi due mesi, poi il download web a pagamento, più tardi ancora la trasmissione in chiaro in televisione. Per un evento in diretta è molto più difficile operare questa divisione e se da una parte vendere a più soggetti aumenta le fonti di ricavo, si perde quel “premio” per l’esclusiva che più nessuno è disposto a riconoscerti. Quel meccanismo va cambiato: non ha più senso riconoscere minimi garantiti a chi vende, ci saranno solo accordi di revenue sharing, una semplice compartecipazione sui ricavi.

D. Cosa significa l’accordo tra Sky e Mediaset? Non c’è spazio in Italia per due pay-tivù?
R. In tutti i Paesi la pay-tivù o è un monopolio naturale oppure, dove ci sono due soggetti entrambi operano in perdita. Mediaset è entrata in questo mercato sottovalutandone la complessità, prima ha provato a uscirne con Vivendi e ora arriva questo accordo, per il momento solo commerciale. Vedremo come e se evolverà. È un’intesa tra due soggetti specializzati nel fare cose diverse – la pay tivù Sky, l’editore di programmi e palinsesti Mediaset – accomunati dalla necessità di far fronte a nuovi soggetti entranti, come gli operatori over the top tipo Netflix. Operatori con cui, per altro, sono già state siglate intese. Nel futuro, sia per gli operatori over the top che per le televisioni tradizionali la sfida sarà capire come coprire il segmento dei video brevi per la fruizione da mobile, un campo finora abbastanza inesplorato.

D. La grande vittima di questo riassetto è la Telecom targata Bollorè e con essa l’idea che possa nascere un polo che tenga assieme Tlc e contenuti?
R. Sono 30 anni che le aziende di telecomunicazioni stanno provando a entrare nel mondo dei contenuti e per adesso i risultati non sono mai stati buoni. Le aziende di telecomunicazioni sono soggetti che lavorano su una programmazione di lungo periodo con ritorni certi, investire su un film o su un programma televisivo che può avere successo come no è molto diverso dal loro modo di pensare. Per adesso abbiamo un mercato dove ci sono gli editori e dove ci sono le reti.

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