Obama Putin
30 Dicembre Dic 2016 1155 30 dicembre 2016

Usa-Russia, la guerra diplomatica in 5 punti

Obama colpisce Mosca. Per vendicare la sconfitta di Hillary, tenere assieme i pezzi del partito e mettere in difficoltà Trump. Con cui, ormai, il divario è incolmabile.

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Le agenzie di intelligence Usa ritengono che quest'anno la Russia abbia portato avanti un'offensiva senza precedenti contro l'integrità delle sue elezioni politiche, in uno sforzo per minare la democrazia americana e assicurare a Donald Trump un posto alla Casa Bianca. Giovedì 29 dicembre l'amministrazione del presidente uscente Barack Obama ha annunciato una risposta che a sua volta non ha precedenti: sanzioni verso Mosca e l'espulsione di 35 diplomatici. La mossa, più grave di qualsiasi misura presa contro Cina o persino Nord Corea, renderà decisamente più difficile il riavvicinamento con Vladimir Putin annunciato a più riprese dal presidente eletto Donald Trump.

1. Chi è preso di mira dalle sanzioni

Le sanzioni hanno preso di mira due delle maggiori agenzie di intelligence russe, la Fsb (successore del Kgb) e la Gru (i servizi segreti militari), accusate di aver hackerato i server del partito democratico e l'account email del capo della campagna di Hillary Clinton, John Podesta, per diffondere informazioni in grado di danneggiare la corsa dell'ex segretario di Stato a favore di Trump. Obama ha inoltre colpito singoli individui accusati di aver svolto un ruolo chiave nei cyberattacchi: Igor Valentinovich Korobov, capo del Gru; Sergey Aleksandrovich Gizunov, il suo vice; Igor Olegovich Kostyukov e Vladimir Stepanovich Alexseyev, anch'essi funzionari del Gru. Anche tre compagnie russe saranno sanzionate, insieme a due cittadini russi, Evgeniy Bogachev e Aleksey Belan, entrambi ritenuti noti cyber criminali responsabili di intrusioni nel sistema finanziario internazionale, anche ai danni di compagnie americane. Bogachev e alcuni suoi complici sono considerati responsabili di aver rubato oltre 100 milioni di dollari a istituzioni Usa, Belan di aver compromesso e sottratto i dati di almeno tre importanti società e-commerce.

2. Mossa simbolica

Difficilmente ci saranno cambiamenti nella strategia di Vladimir Putin. Sembra allo stesso modo improbabile che gli ufficiali colpiti siano in possesso di conti nelle banche americane o di asset significativi da congelare. Il presidente Obama ha dichiarato che «tutti gli americani dovrebbero essere in allarme» e ha detto senza mezzi termini che gli attacchi hacker sono stati direttamente ordinati dal Cremlino. «Questi furti non possono che essere stati diretti dai più alti vertici del governo russo», ha attaccato. Le misure prese, tuttavia, non avranno effetti particolarmente dannosi per le agenzie russe colpite, e sono soprattutto un gesto simbolico del presidente uscente.

3. Putin, l'uomo nero del Partito democratico

Il partito democratico, di cui fanno parte sia Obama che Hillary Clinton, è ancora sotto choc per l'inaspettata sconfitta subita dall'ex first lady nella partita contro Trump. Hillary è sempre stata considerata una sorta di predestinata, e la batosta presa contro un outsider come il tycoon ha aperto una frattura nel partito tenuto insieme proprio dalla candidatura dell'ex segretario di Stato. Le infiltrazioni degli hacker russi e il gioco di Putin in favore di Trump sono diventati automaticamente gli spauracchi più indicati verso cui puntare il dito, nel tentativo di far dimenticare i moltissimi errori dei democratici e della sua candidata durante la campagna. Tornare a votare è naturalmente impossibile, ma nell'accusare un elemento esterno, Obama cerca di tenere insieme i pezzi del partito.

Donald Trump e Barack Obama.

4. Il divario Obama-Trump ai massimi storici

Trump è sembrato non dare molto peso alle sanzioni, dichiarando che «è tempo per il nostro Paese di muoversi su cose più importanti», annunciando che ha in programma di incontrarsi con i vertici dell'intelligence per essere aggiornato. Trump ha sempre sminuito le accuse nei confronti di Mosca, mettendo in dubbio il ruolo del governo russo nell'hakeraggio. All'indomani del suo insediamento, il 20 gennaio, dovrà decidere se revocare le sanzioni appena introdotte da Obama, malgrado siano molti i repubblicani a chiedere un'inchiesta pubblica sul caso. Le misure sono state introdotte dal presidente con un ordine esecutivo, che Trump potrà cancellare con un tratto di penna dal momento in cui mette piede nello Studio Ovale. La distanza tra il 44esimo e il 45esimo presidente, ai ferri corti fin dai tempi delle accuse del tycoon sulle origini di Obama, non è mai stata cosi grande. I sostenitori del Comandante in Capo considerano la mossa un ultimo tentativo del presidente di evitare un avvicinamento con la Russia che considera sbagliato e dannoso per gli Usa. I suoi critici, al contrario, la ritengono semplicemente una vendetta per la sconfitta di Hillary Clinton e un modo per mettere i bastoni nelle ruote a Trump.

5. Il dilemma russo del Tycoon

Il tycoon si trova ora in una strana posizione. Da una parete, ha mostrato di volere un riavvicinamento con Putin, e rimuovere immediatamente queste sanzioni sarebbe il modo migliore per dimostrare la sua buona volontà. Dall'altra, se decidesse di revocarle, andrebbe contro l'unanime giudizio della sua stessa intelligence. Per non parlare del fatto che dovrebbe affrontare l'ira dei falchi all'interno del suo stesso partito, John McCain e Lindsey Graham in testa, che considerano le misure contro Mosca addirittura insufficienti. In ogni caso, lo schiaffo di Obama ha ottenuto il risultato di mettere in difficoltà Trump davanti al leader che più apprezza in politica estera.

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