Trump Vittoria

L'America di Trump

Fca
9 Gennaio Gen 2017 1912 09 gennaio 2017

I produttori d'auto divisi da Trump: chi resiste e chi si adatta

Il presidente minaccia dazi per le vetture importate nel mercato americano. Fca annuncia un investimento da un miliardo di dollari e 2 mila posti di lavoro nel Paese. Come Fiat Chrysler, anche Ford, Daimler e Volvo si preparano alla svolta protezionista. Ma c'è chi, come Gm, non intende cambiare i propri piani.

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I produttori di auto di tutto il mondo stanno cedendo uno a uno a quella che fino a sei mesi fa sembrava solo una minaccia da propaganda elettorale di Donald Trump. I piani protezionistici del presidente eletto di alzare i dazi per le importazioni negli Usa sembrano sempre più realistici alle multinazionali, che nel dubbio stanno giocando di anticipo. Dopo Ford, Daimler e Volvo, anche Fca ha annunciato nuovi importanti investimenti nella produzione su suolo americano.

PREPARATIVI PER L'INSEDIAMENTO. Sebbene tutti sostengano di aver scelto indipendentemente dagli avvertimenti del tycoon, è evidente che siano stati influenzati dal nuovo clima che si respira nel Paese. A fronte dell'incertezza, l'industria automobilistica si muove con cautela e attende una schiarita delle politiche del presidente eletto, soprattutto sul Nafta, l'accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Messico e Canada. Proprio il Messico è uno dei 'bersagli preferiti' di Trump, che vuole rinegoziare l'accordo e rimpatriate posti di lavoro.

Fca: 1 miliardo di dollari e 2 mila nuovi posti di lavoro

L'annuncio di Fca arriva a poche ore dall'apertura del Salone dell'auto di Detroit, che si apre mettendo fine all'era di Barack Obama e inaugurando nel segno dell'incertezza quella di Trump: Fiat-Chrysler investirà 1 miliardo di dollari negli Stati Uniti, creando 2 mila nuovi posti di lavoro. «Continuiamo a rafforzare gli Stati Uniti come hub manifatturiero globale per quei veicoli essenziali per il mercato dei Suv», afferma l'amministratore delegato Sergio Marchionne. L'investimento sarà infatti destinato a rinnovare alcuni impianti in Michigan e in Ohio per la produzione di tre nuovi modelli Jeep e per adeguare lo stabilimento di Warren alla produzione del pickup Ram, attualmente prodotto in Messico. Marchionne ha precisato che la decisione non è legata a Trump. In ogni caso, il presidente eletto ha voluto ringraziare la casa automobilistica.

«Lo ringrazio di cuore per averci ringraziato. È un atto dovuto al Paese», ha commentato Marchionne. «Non ho parlato con il presidente eletto, non ho parlato con il suo staff», ha voluto precisare l'ad, sottolineando che Fca si «aggiusterà alle regole, quando e se cambieranno. Non sappiamo ancora esattamente cosa cambierà».

Ford: investimento da 1,6 miliardi in Messico cancellato

A cedere per prima al magnate era stata la Ford, “avvisata” dal tycoon sulla possibile imposizione di dazi dal Messico. Il 3 gennaio, la casa ha annunciato a sorpresa la cancellazione di un investimento di 1,6 miliardi per costruire una nuova fabbrica in Messico e lo stanziamento di 700 milioni di dollari per espandere lo stabilimento di Flat Rock, in Michigan, per costruire auto elettriche.

«Merito mio», si è affrettato a dire, sempre su Twitter, il tycoon, promettendo che «l'America diventerà il più grande magnete al mondo per innovazione e creazione di lavoro». L'azienda ha subito replicato che Trump non ha nulla a che fare con questa decisione, legata a scelte di mercato.

Daimler: 1,3 miliardi in Alabama

Sono molti i produttori che stanno sfruttando il salone di Detroit per pubblicizzare investimenti negli Usa in risposta alle critiche del tycoon di sfruttare il mercato americano solo per vendere e non per produrre valore e posti di lavoro. L'amministratore di Daimler Ag (che detiene, tra gli altri, il marchio Mercedes) ha annunciato domenica un investimento da 1,3 miliardi di dollari per espandere un impianto di produzione di Suv in Alabama.

Volvo: «Cambio di programma, niente Messico»

Rilanciato dal nuovo proprietario cinese Geely, che l'ha acquistato nel 2010, il marchio svedese si è unito alla corrente. L'azienda, che ha mantenuto totale indipendenza strategica, progetta di fabbricare nel suo impianto di Charleston da due mila dipendenti circa 100 mila veicoli entro la fine del 2018. Un piano che ha le sue origini nel 2014, ma che è stato rilanciato con enfasi dato lo spirito dei tempi. «Avevamo considerato di avviare la produzione in Messico», ha dichiarato a Detroit l'ad Hakan Samuelsson, «ma alla fine abbiamo deciso che i costi sarebbero stati praticamente gli stessi» Per quanto riguarda l'atteggiamento di Trump, Samuelsson si è schierato con il presidente eletto dichiarando che «non l'ho mai sentito dire niente contro il libero commercio, è semplicemente dalla parte del commercio corretto».

IL FRONTE CHE RESISTE AL TYCOON

Se molti dei colossi automobilistici stanno cedendo alla pressione politica del 45esimo presidente, esiste tutto un fronte che non intende cedere, mantenendo piani produttivi già avviati e troppo costosi da modificare. A guidarlo è General Motors, che insieme a giganti come Toyota e Volkswagen ha fatto sapere che non intende spostare la produzione dal Messico.

Gm: «Non rivediamo i nostri piani per un tweet»

Proprio Gm era stata il primo bersaglio di Trump, «Generals Motors sta inviando un modello di Chevy Cruze, fatto in Messico, ai concessionari Usa esentasse. Faccia (le auto, ndr) negli Usa o paghi pesanti tasse doganali!», ha cinguettato il tycoon proprio mentre l'azienda si accinge a cancellare un turno di lavoro alla fabbrica di Lordstown, Ohio, sullo sfondo della diminuzione delle vendite: una mossa che costerebbe l'eliminazione di 1200 posti di lavoro a partire da questo mese.

«Non intendiamo rivedere i nostri piani di produzione per i tweet di Donald Trump», ha affermato l'amministratore delegato Mary Barra.

Toyota: «Non cambiamo livelli di produzione in Messico»

Dopo General Motors, a essere presa di mira è stata la giapponese Toyota. «Toyota dice che costruirà un nuovo impianto a Baja, in Messico, per la produzione di auto Corolla per gli Stati Uniti. Assolutamente no! Costruite la fabbrica negli Stati Uniti o pagate dazi alti» afferma Trump con un tweet.

Arriva a stretto giro di posta la replica della casa giapponese: il nuovo stabilimento da un miliardo di dollari in Messico ''non ridurrà'' il volume di produzione o il numero degli occupati negli Stati Uniti, rassicura Toyota, definendosi ''parte del tessuto culturale americano da 60 anni. Siamo impazienti di collaborare con l'amministrazione Trump nel miglior interesse dei consumatori e dell'industria automobilistica''. L'intero Giappone si è schierato con l'azienda, facendo muro contro il presidente eletto, e mostrando preoccupazione per la sua politica commerciale.

Volkswagen: «Non siamo spaventati»

L'azienda, indaffarata in una causa con il governo americano per la violazione delle normative sulle emissioni attraverso l'utilizzazione di un software in grado di manipolare i dati, è già fortemente impegnata nel mercato americano con un investimento da 7 miliardi di dollari negli Usa tra il 2015 e il 2019. E forse per questo non sente il bisogno di aumentare la sua posizione nel Paese. «No, non sono spaventato», ha dichiarato il numero uno Herbert Diess, rispondendo ad una domanda sui possibili timori del gruppo tedesco di diventare il prossimo obiettivo degli attacchi via Twitter del presidente. Diess, riporta il Wall Street Journal, ha confermato che Vw manterrà le sue attività in Messico, dove è attiva da oltre 50 anni. «Siamo ben posizionati negli Usa«, ha spiegato Diess, sottolineando comunque che «probabilmente la produzione sarebbe stata meno onerosa da qualche altra parte».

A preoccupare non è solo lo spettro dei dazi, ma anche la generale revisione del Nafta, l'accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Messico e Canada. L'industria automobilistica messicana è cresciuta a dismisura negli ultimi due decenni grazie all'accordo e l'82% dei 2,7 milioni di auto esportati dal Messico nel 2015 sono stati destinati agli Stati Uniti. Se questo flusso dovesse ridursi, rappresenterebbe una perdita devastante per l'economia messicana.

RISCHI PER IL MERCATO USA. Paradossalmente, la rinegoziazione dell'accordo potrebbe avere un impatto negativo anche sul settore della manifattura americana. Dal Messico infatti non arrivano solo auto, ma anche i componenti essenziali per assemblarle negli Stati Uniti. L'imposizione di dazi e la revisione dell'accordo del Nafta, quindi, si ripercuoterebbe sul settore, mettendo a rischio posti di lavoro.

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