Iran
10 Gennaio Gen 2017 0800 10 gennaio 2017

Iran, dopo Rafsanjani l'apertura all'Occidente torna in bilico

Con la morte dello stratega, il Paese rischia l'implosione. Papabile a prossima Guida suprema, senza di lui (e con Trump) largo agli ultraconservatori. E a maggio ci sono le Presidenziali.

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In Iran il 19 maggio 2017 sono fissate le Presidenziali per il successore del moderato Hassan Rohani e la morte per infarto del decano Akbar Hashemi Rafsanjani, «Akbar Shah» («il grande shah») come lo chiamavano i cittadini sfidando la teocrazia della Rivoluzione, non potrebbe essere caduta nel momento peggiore. Alla regia di questa colonna portante della Repubblica islamica sono dovuti tutti i passaggi chiave nel Paese, almeno dalla morte di Ruhollah Khomeini nel 1989, inclusa l'apertura all'Occidente degli anni recenti.

L'IRAN VERSO L'AUTORITARISMO. Il vuoto che lascia, con la contemporanea salita dell'anti-iraniano Donald Trump alla Casa Bianca, spiana la strada a una nuova chiusura e a un inasprimento dell'autoritarismo nella Persia degli ayatollah e dei pasdaran. Il due volte presidente e ayatollah Rafsanjani, soprattutto deus ex machina della politica iraniana, aveva 82 anni quando si è spento nella notte tra il 7 e l'8 gennaio 2017 nell'ospedale di Teheran. Eppure molti, in qualche modo, speravano ancora di poter contare sull'eminente profilo del braccio destro del padre della Rivoluzione Khomeini, diventato motore occulto del timido cambiamento dell'Iran.

L'Iran in lutto.

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Rafsanjani sapeva cogliere lo spirito dei tempi e adattarsi, aveva capito che - per sopravvivere all'implosione - la teocrazia sciita khomeinista doveva, in parte e cautamente, rinnovarsi dall'interno. Un pragmatico, lo definivano mentre negli anni lui determinava le cariche religiose, politiche e anche militari centrali per il Paese. Proprio Rafsanjani riuscì, secondo fonti bene informate, a imporre il giovane 40enne e al tempo non ancora ayatollah Seyed Ali Khamenei come Guida suprema: il massimo esponente del clero sciita (nonché capo delle forze armate e controllore del presidente).

EMINENZA GRIGIA. Un colpo enorme, col senno di poi, che salvò l'Iran dall'ascesa al potere di uno dei tanti esponenti vetusti del clero fondamentalista più retrogrado e ultraconservatore, ben peggiore del pur conservatore Khamenei. Da allora, quasi in una staffetta Rafsanjani succedette a Khamenei alla presidenza della Repubblica islamica, per due mandati, tra il 1989 e il 1997. Nel 2005 perse la terza rielezione battuto da Mahmoud Ahmadinejad, ma restò a muovere le fila presiedendo i due organi decisivi (con il Consiglio dei Guardiani) della complessa architettura khomeinista del potere.

Fino al 1988, Rafsanjani fu anche la longa manus di Khomeini in seno al Consiglio di guerra

Tra il 2007 e il 2011 Rafsanjani fu a capo dell'Assemblea religiosa degli Esperti, che nomina e controlla, fino alla revoca, la Guida suprema; dal 1989 fino alla morte anche del Consiglio per il discernimento che può modificare la Costituzione islamica del 1979 e consiglia in merito Khamenei. Senza iperboli può essere definito il personaggio più importante, dopo Khomenini, per la storia della Repubblica islamica. Da ragazzo fu per anni un discepolo del padre della Rivoluzione del 1979 che a Qom, la città santa sciita cuore politico e religioso del khomeinismo, teneva i corsi teologici. Stretto collaboratore dell'ayatollah esiliato dallo scià a Parigi, Rafsanjani fu incarcerato cinque volte sotto la dittatura monarchica.

DA FODAMENTALISTA A PROGRESSISTA. Entrò poi nel Consiglio rivoluzionario e nel 1980 fu subito presidente del primo parlamento (Majles) della teocrazia. Fino al 1988, fu anche la longa manus di Khomeini in seno al Consiglio di guerra, durante il sanguinoso conflitto con l'Iraq, del quale un anno dopo avrebbe siglato l'armistizio come comandante in capo delle forze armate. Rafsanjani si era formato ed era emerso come leader militare, religioso e politico dell'establishment fondamentalista oscurantista.

Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

Ma - tutt'altro che da uomo nuovo - avrebbe gradualmente sposato le idee riformiste e innovatrici degli esponenti più progressisti e degli stessi suoi figli, imprigionati come fomentatori del Movimento verde del 2009. Finendo davvero per crederci, ma senza perdere mai il rispetto né l'influenza esercitata tra l'inamovibile e larga casta dei religiosi e politici sciiti iraniani: quasi un'impresa machiavellica. Si è scritto che Rafsanjani fosse odiato, soprattutto tra gli ultraconservatori e le lobby militari che si spartirono il potere sotto i mandatI di Ahmadinejad: e in effetti è dagli scontri del 2009 per la sua contestata rielezione che l'ex presidente e ayatollah si è spostato su posizioni realmente progressiste.

PADRINO DI ROHANI. I due suoi figli più problematici sono finiti in carcere: Fazeh, che si dice porti i «jeans americani», ha fatto sei mesi di prigione a Evin nel 2012 per «propaganda illecita», come il fratello Mehdi. Condannato nel 2015 ad altri 15 anni di carcere per azioni contro «la sicurezza dello Stato e per crimini economici», tra i quali appropriazione indebita e frode. Ma nonostante le pesanti macchie di famiglia, Rafsanjani e non Ahmadinejad era riuscito a far passare, nell'anno nero del 2012, Rohani tra i candidati scelti dal Consiglio dei guardiani (sei di nomina della Guida suprema, sei della magistratura), per le Presidenziali.

Sempre a Rafsanjani si deve il trionfo nel 2016 dei progressisti nella loro roccaforte di Teheran

Il voto avrebbe segnato la svolta dei negoziati per l'accordo sul nucleare con gli Usa: foriero, dal 2016, della caduta delle sanzioni finanziarie ed economiche. Dietro la saldatura tra il più moderato dei conservatori e i riformisti dell'Onda verde che avrebbero portato a Rohani un fiume di voti non c'era nient'altro che lui. E sempre a Rafsanjani si deve il trionfo nel 2016 dei progressisti nella loro roccaforte di Teheran, per le Legislative e per il rinnovo del Consiglio degli Esperti.

COLLANTE TRA VECCHIO E NUOVO. Nella capitale persiana l'alleanza dei moderati e riformisti di Rohani-Rafsanjani ha portato al record storico di 30 seggi su 30. Lo spiccare, pochi mesi fa, del duo anche tra gli eletti del consesso dei chierici aveva escluso, in prospettiva, dalla successione a Khamenei due religiosi conservatori capaci di competere, per spessore, con Rafsanjani. Si guardava al «grande scià», un epiteto quasi blasfemo nella Repubblica islamica, anche per il ruolo di Guida suprema.

Il nipote di Khomeini fa le condoglianze alla famiglia Rafsanjani.

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Il suo curriculum teologico e la sua popolarità lo rendevano il più papabile a secondo successore di Khomeini, e non era escluso che, dopo lo scialbo mandato di Rohani, il suo nome tornasse in ballo persino per le Presidenziali di quest'anno. Rafsanjani era più vecchio del 77enne Khamenei ma, al contrario della Guida suprema più volte ricoverata, era prospettato «in salute». Di sicuro nel 2017 avrebbe fatto ancora da padrino a un candidato di punta, che facesse da collante tra l'istinto alla sopravvivenza della teocrazia e le dirompenti istanze di rinnovamento della società iraniana.

ALLEATI DI TRUMP. Con i leader riformisti dell'Onda verde ancora agli arresti e le dichiarazioni aggressive degli Usa, in Iran possono agevolmente tornare al potere le cordate religiose e militari ultraconservatrici, ostili tanto a minimi progressi democratici e avanzamenti nei diritti umani, quanto alle aperture commerciali e politiche all'Occidente guidato dagli Stati Uniti. Per un Trump che non sta nella pelle per mandare a monte, da presidente, l'accordo con l'Iran non potrebbe profilarsi un quadro di alleati migliore.

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