Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

Minniti tripoli Libia
11 Gennaio Gen 2017 0800 11 gennaio 2017

Migranti, gli scogli per un nuovo accordo Italia-Libia

Le minacce dei golpisti. La variabile di Haftar che controlla l'Est. La crisi economica diventata strutturale. Fino alle collusioni delle autorità costiere con i trafficanti. Tutte le grane per la nuova ambasciata.

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Con il blitz in Libia, la terza visita lampo dopo la Tunisia e Malta, il neo ministro dell'Interno Marco Minniti ha prospettato un accordo sull'immigrazione e la lotta al terrorismo sullo stampo del trattato di amicizia Italia-Libia siglato nel 2008 tra Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi, e sulla bozza imbastita poi nel 2012, tra l'allora omologa Annamaria Cancellieri e le autorità provvisorie di Tripoli.

I PRINCIPI DEL MIGRATION COMPACT. La linea di fondo del memorandum concordato con il governo di unità nazionale libico risponde ai principi del migration compact del precedente governo Renzi: firmare accordi bilaterali, e in prospettiva dell'Ue, tra i Paesi del Nord Africa e della fascia subsahariana, di origine e transito dei migranti, per limitarne i flussi, bloccare le rotte illegali, registrare gli stranieri prima che si imbarchino nel Mediterraneo e rimpatriare chi di dovere dai centri di identificazione ed espulsione (Cie) che Minniti ha annunciato di aprire a breve in ogni regione.

In cambio della guerra comune agli «scafisti e a tutti i traffici illeciti di ogni tipo», Roma offre di dare un grossa mano, sia economica sia logistica, al premier libico Fayez al Serraj, per ricostruire e stabilizzare il Paese, anche attraverso la difesa dei confini: soldi, mezzi navali e terresti, apparecchiature e ulteriore formazione nell'addestramento delle forze dell'ordine, cantieri da appaltare alle imprese italiane, nell'interesse della Libia, dell'Italia e dell'Europa intera.

MOLTI OSTACOLI. Messa così è la panacea di ogni male, peccato che dal 2011 svariati ostacoli in Libia (dalla guerra anche tra milizie alleate a contenziosi politici mai sciolti neanche dall'Onu, alla crisi economica crescente, alla mancanza di potere del governo di Tripoli) si frappongano tra il manifesto d'intenti e l'opera reale che l'ambasciata italiana, riaperta a pieno regime a Tripoli, dovrà affrontare. Anche Serraj, in carica dall'inizio del 2016, nonostante l'aiuto della comunità internazionale e della Nato ha fatto sì dei passi dei avanti, ma è arretrato su altri fronti.

L'ex premier Ghwell ha ritentato il golpe, paragona gli italiani agli occupatori fascisti e ne chiede il ritiro da Misurata

I diplomatici italiani erano stati gli ultimi dell'Ue a mollare gli ormeggi (letteralmente, salpando su un traghetto durante la grave crisi del 2015) e sono i primi a tornare in Libia, con un indubbio vantaggio strategico sugli altri occidentali. Ma sull'insediamento del nuovo ambasciatore, il 49enne Giuseppe Perrone che il 10 gennaio 2017 ha presentato le sue credenziali a Serraj, è arrivato il pronto altolà dell'ex premier golpista di Tripoli Khalifa al Ghwell.

GHWELL BATTE CASSA. Il leader islamista si era ritirato dai palazzi del potere con l'accordo dell'Onu sul governo di Serraj, ma a ottobre ha ritentato un colpo di Stato e ora chiede il «ritiro del contingente italiano da Misurata», che in un comunicato paragona agli «occupatori fascisti». Spazientita per gli stipendi congelati e lo stallo dell'esecutivo di Serraj, un'ala del blocco delle brigate islamiste e filoislamiste di Misurata, che aveva reso possibile l'intesa ai negoziati di pace promossi dalle Nazioni Unite in Marocco, si è scissa.

GOVERNO INATTIVO. Ghwell comanda il drappello di ammutinati e ha proclamato ristabilito il suo governo di salvezza islamista dalla vecchia sede dell'hotel Rixos. I rinforzi arrivati da Misurata, dove anche l'Italia ha 300 unità tra personale medico e militare, hanno neutralizzato il putsch. Ma non è chiaro quanti miliziani e politici abbiano tradito Serraj o siano pronti a farlo, se la sua azione politica non decolla. Alla vigilia dell'arrivo a Tripoli di Minniti, un altro membro del Consiglio presidenziale di Serraj si è dimesso per dichiarato «fallimento».

Il premier libico Fayez al Sarraj.

La spada di Damocle di Ghwell non è l'unica a su Serraj: l'Est della Libia, la Cireanica ricca di petrolio, è in mano all'ex generale gheddafiano Khalifa Haftar, un vecchio arnese armato dalla Cia, esiliato dal Colonnello, infine tra gli insorti delle rivolte del 2011, ma del quale gli oppositori non si sono mai fidati e viceversa. Non a caso, il principale nodo irrisolto della Libia post-Gheddafi è la divisione tra Cirenaica e Tripolitania: Haftar tenta continuamente di mettere in piedi organismi politici, finanziari e militari nel capoluogo dell'Est Bengasi.

LA VARIABILE HAFTAR. Lì, e non nella lotta al Califfato dell'Isis a Sirte, ha concentrato tutti i suoi sforzi militari, spinto sembra in questo momento soprattutto dalla Francia, decisa insieme all'Egitto ad accaparrarsi la regione della Cirenaica ricca di idrocarburi. Proprio per l'importanza strategica dei territori controllati da Haftar, in realtà nessuna potenza occidentale ha troncato i rapporti con il generale, nonostante il suo rifiuto ostinato a firmare l'accordo dell'Onu per il governo di unità nazionale.

I POZZI DELLA CIRENAICA. Anche l'Italia, alleata con Misurata come inglesi e americani, mantiene aperto un canale con Haftar che da Serraj pretende il ministero della Difesa e altre contropartite. Ha insediato manu militari suoi sindaci, di fatto ras militari, nell'Est e anche nel Fezzan, la parte meridionale della Libia, centrale anche per controllare il più possibile i traffici dalle frontiere e lungo le rotte del Sahara. Agli italiani che si accordano con Serraj ha tuonato: «Vi siete schierati dalla parte sbagliata».

Anche la guardia costiera libica è collusa con i trafficanti di migranti, che controllano gli impianti di petrolio con le loro milizie

I contenziosi territoriali ed economici tra fazioni di tribù irriducibili che si trascinano dalla caduta di Gheddafi hanno incancrenito le divisioni politiche, deteriorando il benessere economico e alimentando le economie nere parallele, anche del traffico illegale e di petrolio e di migranti che l'Italia, con il nuovo accordo con la Libia, si propone di contrastare.

LE MILIZIE DEI TRAFFICANTI. La guardia costiera libica - che il ministro della Difesa Roberta Pinotti, dopo l'addestramento degli italiani, intende far passare alla «fase 2» di controllo e intercettazione dei barconi in acque libiche - è per esempio collusa con gli scafisti e i contrabbandieri. Potenti clan della costa tra Tripoli e la Tunisia si arricchiscono con il lucroso giro dell'immigrazione verso Lampedusa, costruendosi milizie che poi presidiano gli impianti petroliferi, gestiti anche da italiani, della zona.

L'inflazione e la mancanza di liquidità hanno spinto, negli ultimi anni, sempre più famiglie del ceto medio a vivere dell'indotto dei migranti. Alla spartizione della torta partecipano anche mele marce delle autorità costiere. L'aver colpito alcuni barconi, dopo la crisi economica, è la principale causa dei black out di energia elettriche che fanno saltare la luce e i collegamenti Internet anche per 13 ore al giorno a Tripoli.

UN PERCORSO LUNGO. Le milizie locali reagiscono al blocco degli stipendi o ai danni a trafficanti boicottando gli impianti. Perrone ha definito la riapertura dell'ambasciata a Tripoli un «investimento politico» ma l'investimento dell'Italia dovrà essere soprattutto economico, militare e di grande moral suasion tra le parti. Alla fine, il Califfato dell'Isis a Sirte è stato il problema più rapido da risolvere.

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