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31 Gennaio Gen 2017 1701 31 gennaio 2017

Iran, con Trump Teheran torna uno Stato canaglia

Test missilistici e frontiere chiuse agli Usa. Con il tycoon che odia i pasdaran si rialza la tensione. I falchi di Teheran pronti (con la Casa Bianca) a far saltare l'accordo sul nucleare.

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La risposta più significativa dell'Iran a Donald Trump sul divieto di ingresso negli Usa dei cittadini della Repubblica islamica è stata il lancio di un missile balistico in sfida all'accordo sul nucleare con le potenze occidentali, firmato nel luglio 2015 e in vigore effettivo dal 2016. Teheran ha anche varato, in base al principio di reciprocità, il divieto d'ingresso agli americani in Iran. Un passo approvato, di riflesso, anche dal parlamento iracheno che a Baghdad si interfaccia con il governo del premier sciita, Haydar al Abadi, alleato degli iraniani.

A TEHERAN LARGO AI FALCHI. Ma per capire in che direzione sta andando la politica in Iran dopo l'insediamento di Trump alla Casa Bianca, l'ex Stato canaglia con il quale Barack Obama voleva far pace, è più utile guardare allo sfoggio di muscoli subito esibito dai falchi dell'ala reazionaria, al potere sotto l'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad e facente capo all'apparato di sicurezza e dei pasdaran. All'opposizione con la vittoria del moderato Hassan Rohani alle presidenziali del 2013, ma con una sponda decisiva, per alcune sue posizioni conservatrici, nella guida suprema Ali Khamenei, che in Ahmadinejad vedeva una deriva estremista da fermare ma che resta il capo indiscusso delle forze armate.

Donald Trump a un rally contro l'accordo sul nucleare.

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Dietro la candidatura Rohani c'era Hashemi Rafsanjani, il braccio destro di Khomeini e due volte presidente diventato riformista, che era riuscito a far passare al vaglio, facendo poi eleggere a capo del governo un conservatore soft disposto a negoziare con l'Ue e con gli Usa, una blanda apertura all'Occidente e il suo relativo modello dominante di economia liberista di mercato. Ma Rafsanjani, unico profilo alto tra i non reazionari anche per la successione alla Guida suprema, è improvvisamente morto all'inizio del nuovo anno. A maggio in Iran si vota per le Presidenziali e, con la politica aggressiva di Trump, il rischio di una risposta dura, che con il voto popolare riporti al potere un nuovo Ahmadinejad, è alto.

DISGELO A RISCHIO. Tra Iran e Stati Uniti, quindi, è molto probabile che si vada verso l'ennesima polarizzazione dei rapporti. La scalata del tycoon estremista alla Casa Bianca fa anche il gioco dei falchi anti americani della Repubblica islamica, che mai hanno visto buon occhio il disgelo, attraverso la sofferta intesa sull'energia atomica e la revoca delle sanzioni economiche e finanziarie. I Guardiani della rivoluzione tendono regolarmente imboscate alle navi militari americane nello stretto di Hormuz, di passaggio dal Golfo persico, e hanno gioito alla notizia delle frontiere chiuse dal «Grande satana» di Trump agli iraniani.

Murales anti Usa a Teheran.

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La vera domanda sul futuro dell'Iran è se e quanto reggerà l'accordo frettolosamente definito «storico» sul nucleare

La vera domanda sul futuro della vecchia Persia, almeno per i prossimi 4 anni, è se e quanto reggerà l'accordo, frettolosamente definito «storico», sul nucleare. A poco vale la simpatia tra il nuovo presidente degli Usa e Vladimir Putin. L'omologo russo è un alleato di ferro dell'Iran e anche parte determinante nelle lunghe trattative tra la delegazione per il nucleare di Teheran e la cosiddetta coalizione internazionale del 5 + 1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, ovvero le potenze del Consiglio di sicurezza dell'Onu, più la Germania, sotto la mediazione anche dell'Ue).

DALLA PARTE DI ISRAELE. Sull'ultima provocazione del test missilistico (per il Pentagono fallito) dal Cremlino è anche arrivato un ok sulla sua «legittimità». Ma per meri interessi propri, il miliardario e investitore immobiliare Trump è anche vicinissimo alle lobby dei grandi costruttori ebrei sionisti che, con il via libera del governo d'ultradestra israeliano, stanno edificando insediamenti illegali a Gerusalemme Est e nella Cisgiordania palestinese, per l'Onu e anche l'Ue sotto occupazione dell'esercito della stella di David.

Anti americani a Teheran.

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In attesa del promesso trasferimento di Trump dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha subito plaudito all'atto esecutivo della Casa Bianca per erigere il muro anti migranti con il Messico, e il capo dei conservatori del Likud, alleato con gli estremisti di Casa ebraica, sarà in visita negli Usa il 15 febbraio «dopo il gentile invito e le calorose parole su Israele». Nessun dubbio che, come annunciato, Trump disporrà a tambur battente di «smantellare l'accordo stupido e disastroso sul nucleare» di Obama.

ACCORDO VINCOLANTE. L'Iran è il nemico giurato di Israele in Medio oriente: l'intesa con gli Usa aveva scatenato le ire di Netanyahu e ridotto a zero i suoi già minimi rapporti con la precedente amministrazione americana. Tecnicamente gli Stati uniti non possono svincolarsi, a breve termine, dal protocollo sottoscritto con Teheran e la comunità internazionale, così come non potrebbero far traslocare i loro diplomatici a Gerusalemme senza il sì del Congresso di Washington. Ci si aspetta anche un fermo altolà dell'Ue all'intesa vincolante degli Usa con il gruppo del 5+1.

Un missile a una parata, accanto l'immagine di Khamenei.

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Ma è noto quanta poca forza abbiano gli organi di Bruxelles e i decreti presidenziali anti costituzionali e sbrigativi dei primi 10 giorni dell'Amministrazione Trump (con i successivi siluramenti e le minacce agli oppositori) dimostrano quanto poco contino, per il 45esimo presidente degli Usa, i passaggi istituzionali e gli impegni in atto con i Paesi esteri e con l'Onu.

RIUNIONE DELL'ONU. Il governo uscente di Rohani ha dichiarato di «non cercare lo scontro», ma i falchi di Teheran sono pronti a gettare benzina sul fuoco e il presidente iraniano è anche indebolito dalla scarsa, se non nulla, ripresa dell'economia interna, che per ragioni burocratiche e legali non ha ancora beneficiato della caduta delle sanzioni. L'embargo militare degli Usa e anche dell'Onu verso l'Iran resta attivo ed è stato anche rafforzato dal 2015, come contraltare al via libera al nucleare civile. Sul test sui missili a media gittata, che la Repubblica islamica ritiene conformi al prorprio «programma di difesa», Washington ha chiesto una discussione d'urgenza in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu: dalla distensione alla tensione.

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