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10 Febbraio Feb 2017 1928 10 febbraio 2017

Iran-Usa, sei tappe per l'escalation

Dalle provocazioni reciproche a uno scontro sulle sanzioni fino al conflitto vero e proprio, con i 5+1 divisi e i falchi da entrambe le parti in ascesa, i passi che potrebbero far esplodere le tensioni.

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Sia durante la campagna elettorale che dopo l'insediamento alla Casa Bianca, le linee guida della politica estera di Donald Trump sono state tutto fuorché chiare. Solo un punto non è mai cambiato né è stato contraddetto dal presidente: l'atteggiamento ostile verso l'Iran. Dopo anni di duri negoziati sul nucleare e dopo il riavvicinamento reso possibile da Barack Obama e dal suo omologo Hassan Rohani, il più grande e popoloso Paese sciita al mondo rischia di allontanarsi nuovamente dal “Grande Satana”. Dopo averlo inserito nella lista del Muslim Ban, Trump ha “avvertito” l'Iran sostenendo che «non si comporta bene» e ha applicato nuove sanzioni sul programma missilistico di Teheran.

IL RITORNO DEL "GRANDE SATANA". «L'affluenza di oggi è una risposta alle false affermazioni dei nuovi governanti della Casa Bianca contro l'Iran e tutte le persone che sono in piazza stanno dicendo al mondo, con la loro presenza, che al popolo iraniano bisogna parlare con rispetto e dignità», ha affermato Rohani nel discorso pronunciato davanti a una enorme folla radunata per le celebrazioni del 38 esimo anniversario della Rivoluzione islamica. Alle manifestazioni, svolte all'insegna di slogan antiamericani, hanno preso parte di milioni di persone nelle strade e nelle piazze di Teheran. Un clima di tensione che non si vedeva dal confronto con il presidente Ahmadinejad, e che molti temono possa degenerare. La rivista The Atlantic ha immaginato lo scenario peggiore ipotizzando una possibile escalation tra i due Paesi.

1 Provocazioni reciproche

Da quando è stato firmato l'accordo nel 2015, Teheran ha violato la risoluzione Onu (non il trattato sul nucleare) dodici volte con lanci di missili balistici. Sebbene l'Iran sostenga che questi lanci siano puramente esercitazioni difensive, eseguirli in un momento di così alta tensione non è certo una mossa conciliante. Mentre l'amministrazione Obama ha spesso chiuso un occhio nel cercare di mantenere la calma, Trump sembra non voler concedere niente, anzi. Attraverso l'ordine esecutivo contro gli ingressi ai musulmani (che include lo stesso Iran), affermazioni offensive (come il definire l'Iran il principale promotore del terrorismo in Medio Oriente) e minacce poco velate, il presidente a sua volta sta provocando la reazione di un Paese che ha sempre visto gli Usa come il principale nemico della rivoluzione.

2 Sanzioni non legate al nucleare

Uno dei principali motivi di contrasto dell'accordo nucleare è se sia possibile imporre nuove sanioni all'Iran per azioni non legate al nucleare. Washington ritiene naturalmente di sì, mentre Teheran considera qualsiasi misura contro l'economia del Paese una violazione dell'accordo. A differenza dell'amministrazione Obama, che ha attivamente incoraggiato investimenti globali verso l'Iran, Trump ha decisamente invertito la rotta. Poco dopo aver messo Teheran “in guardia”, il presidente ha attraversato la linea rossa imponendo nuove sanzioni contro 25 individui ed entità legate alle Guardie della Rivoluzione. Secondo diverse agenzie di stampa, la Casa Bianca potrebbe a breve dichiarare le stesse Guardie un'organizzazione terroristica. Le sanzioni non serviranno a moderare l'atteggiamento iraniano, ma susciteranno piuttosto una risposta da Teheran.

3. Terreno pronto per l'escalation

Le principali figure della sicurezza nazionale nell'amministrazione Trump vedono l'Iran come il principale elemento di destabilizzazione della regione e considerano le Guardie della Rivoluzione direttamente responsabili per migliaia di soldati americani uccisi in Iraq. I falchi all'interno della Difesa e delle varie agenzie di sicurezza, imbrigliati durante gli anni di Obama, non vedono l'ora di agire. Le opportunità per un confronto sono molteplici. Gli Usa e l'Iran sono su fronti opposti in numerose dispute nella regione, dalla Siria allo Yemen, dal Libano a Israele, dal Bahrain all'Afghanistan. Nelle ultime quattro decadi gli Usa e l'Iran si sono regolarmente scontrati in battaglie retoriche, marittime, aeree e per procura. Le frizioni non si sono mai trasformate in conflitto aperto. Data la concorrenza di tutti i fattori insieme, in ogni caso, questo potrebbe cambiare.

4. Graduale accumulo di tensioni

Le tensioni potrebbero accumularsi per anni prima di esplodere. Sebbene i politici da entrambi i lati denuncino regolarmente l'accordo, resta poco chiaro se siano disposti a un collasso definitivo. Né gli Usa né l'Iran vorranno essere accusati di aver fatto fallire da soli il trattato scatenando così una crisi globale. Uno scenario più probabile è quello in cui si gradualmente si sfaldi, con le parti ad accusarsi reciprocamente. In un'atmosfera di veloce escalation, è probabile che i falchi iraniani non vadano direttamente contro l'accordo, ma cerchino piuttosto di aggirarlo e di eluderlo, riducendo la cooperazione con gli ispettori internazionale e riprendendo il programma in modi apparentemente leciti. Inoltre, Teheran probabilmente cercherà di dividere la coalizione dei 5+1 (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania) tra coloro che cercano di salvare l'accordo e coloro che se ne vogliono sbarazzare.

5. Spaccatura tra gli alleati del 5+1

Considerato il caos mediorientale, in molti (con l'eccezione di Usa, Israele e Arabia Saudita) vedono l'Iran come una potenza regionale stabile e un alleato contro le minacce del radicalismo sunnita (Isis in primis). La Russia sta lavorando con Teheran in Siria, il commercio irano-cinese sta esplodendo e l'Europa non vuole certo un altro conflitto in Medio Oriente che crei più rifugiati. Nonostante le curiose affinità tra Putin e Trump, è probabile che in un conflitto Usa-Iran piuttosto che schierarsi con l'una o l'altra parte Mosca cerchi di tenere i piedi in due scarpe. Il più grande alleato di Obama nell'isolare l'Iran, ironicamente, è stato l'ex presidente Ahmadinejad, che con il suo atteggiamento guerrafondaio ha convinto molti Paesi che il problema era Teheran, non Washington. Al contrario, in molti vedono oggi Rohani come un presidente ragionevole, mentre Trump come un Ahmadinejad americano. La storia mostra che l'Iran risponde alla pressione con la forza solo quando si trova completamente circondato. Una disputa unilaterale con l'America non è sufficiente se Teheran sente di avere una via d'uscita in Europa, in Russia o in Asia.

6. Il conflitto da Israele o da un incidente nel Golfo

Un contesto in cui l'Iran riprenda le sue attività nucleari, e un 5+1 diviso fallisca nel rispondere alla crisi, crea un dilemma sia per gli Stati Uniti e Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, che vede l'Iran come una minaccia esistenziale, ha una soglia molto più bassa di Washington per dare il via a una risposta militare. Mentre l'amministrazione Obama conteneva Netanyahi, Trump sembra essere decisamente più indulgente. Sebbene Netanyahu difficilmente potrebbe convincere gli Usa a un attacco, potrebbe invece avere più facilmente un via libera da Trump per bombardare gli impianti iraniani. L'altra strada è quella di un casus belli che dia sfogo alle tensioni accumulatesi sulle sanzioni e sull'accordo nucleare. Piccoli incidenti nel Golfo Persico non sono rari, ma fino ad ora non c'erano le basi perché facessero scoppiare una guerra. Essenzialmente, le opportunità per un conflitto sono numerose e connesse: un fallimento dell'accordo nucleare può scatenare una crisi regionale e viceversa.

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