Trump Vittoria

L'America di Trump

TRUMP NETANYAHU
17 Febbraio Feb 2017 1023 17 febbraio 2017

Trump, le contraddizioni sulla Questione palestinese

È amico di Netanyahu, ma vicino a Putin. Parla di «due Stati o anche uno» e frena sugli insediamenti. Scontenta i musulmani e spacca gli ebrei. Con frasi foriere, in prospettiva, di tutto e del suo contrario.

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L'unica valutazione incontestabile sulla visita alla Casa Bianca del premier israeliano Benyamin “Bibi” Netanyahu l'ha consegnata ai suoi lettori il Jerusalem Post: «Sulle colonie il messaggio non è stato granché differente, ma c'è una grande differenza su come è stato inviato», «le divergenze saranno negoziate tra amici, non tra rivali». Il foglio conservatore israeliano si spinge ancora oltre: «Da Barack Obama a Donald Trump, c'è un cambio nei toni e nella sostanza», le dichiarazioni del neo presidente degli Stati Uniti «resettano in modo significativo tutto il processo diplomatico con i palestinesi». Ma qui si è già nelle speculazioni.

LA CAUTELA DEI SIONISTI. Perché se parte della destra israeliana plaude alla frase sui «due Stati o anche uno» di Trump come a una svolta in suo favore, parte anche dei sionisti ci va molto più cauta sulla possibilità di un unico Stato israelo-arabo. Per gli ebrei liberal americani il discorso del tycoon, che ha accolto calorosamente Bibi a Washington come mai prima, è «terrificante e bizzarro»: si sfila a New York, davanti alla Trump Tower, insieme ai musulmani «contro la dittatura e l'antisemitismo» della nuova amministrazione. Mentre i palestinesi, pur sull'attenti per la frase su un solo Stato, lasciano la porta aperta alle trattative ricevendo a Ramallah il capo della Cia appena nominato da Trump.

Benjamin Netanyahu e Donald Trump.

GETTY

C'è come un senso di attesa oltre il muro, nella West Bank. Di speranza che – nonostante tutto – qualcosa con il cambio di amministrazione si sblocchi. Alla vigilia delle elezioni del 8 novembre scorso negli Usa, il presidente palestinese Abu Mazen e i suoi consiglieri erano stati netti. Trump alla Casa Bianca sarebbe stata una catastrofe, meglio Hillary Clinton anche se più di tutto si confidava in un grosso gesto di fine mandato di Obama: il riconoscimento della Palestina, che non è arrivato. Ma in effetti c'è stata la storica astensione degli Usa – condannata da Trump – che in Consiglio di sicurezza hanno licenziato lo stop dell'Onu agli insediamenti israeliani.

TRA BIBI E PUTIN. Del nuovo e discusso presidente americano si sa che è amico anche di miliardari ebrei costruttori nella West Bank e che ha subito promesso il difficile trasferimento dell'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma Trump è anche vicino al suo omologo russo Vladimir Putin, che ha criticato i suoi passi contro l'Iran e che da Mosca finanzia diversi progetti in Palestina. Il Cremlino è stato il promotore del recente accordo tra Hamas e Fatah, i due rami politici che controllano i territori, e da quando è alla Casa Bianca Trump sta ridimensionando le sue opinioni a favore delle colonie illegali israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: «Dovete trattenervi un po' sugli insediamenti», pur con toni molto più soft di Obama.

Ribadiamo l'aderenza alla soluzione dei due Stati, con la fine dell'occupazione e uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est

Anp

Ascoltate le parole di Trump e Netanyahu, i vertici palestinesi dell'Anp si sono limitati a esprimere la loro «volontà di negoziare positivamente con il presidente americano nell'obiettivo di raggiungere la pace», ribadendo la loro «aderenza all'opzione della soluzione dei due Stati, in accordo alla legge internazionale, che assicuri la fine dell'occupazione israeliana e la creazione di uno Stato palestinese indipendente, con capitale a Gerusalemme Est nei confini del giugno 1967». Alla vigilia del faccia a faccia tra Trump e Netanyahu, fonti diplomatiche palestinesi di alto livello avevano anche rivelato di un incontro tra Abu Mazen e Mike Pompeo, neo direttore della Cia, «dall'impatto positivo» per la ripresa dei negoziati.

SLOGAN E CONTRADDIZIONI. Come, è però un rebus tutto da decifrare o addirittura un canovaccio ancora da scrivere. Al di là dei «tanti onori e dei tanti abbracci e di tutta la chimica», scrive il quotidiano israeliano Haaretz (progressista e con il New York Times promotore di una campagna anti-Trump per la libertà d'espressione), il colloquio con Netanyahu è stato «pieno di ignoranza, contraddizioni interne, slogan politici e non pochi disaccordi elegantemente accantonati» da grandi pacche sulle spalle. Soprattutto, le affermazioni di Trump andrebbero prese «cum grano salis», lungi dal costituire ancora una «strategia coerente», scrivono da Tel Aviv.

Donald Trump e Steve Bannon.

Tra la platea di ascoltatori c'era molto disorientamento, perché se Netanyahu ha ripetuto le sue posizioni sioniste di pieno diritto a occupare i territori palestinesi, nella sostanza Trump ha affermato concetti molto semplici e contrastanti, forieri in prospettiva di tutto e del contrario di tutto. Ha rimarcato più volte di volere «un accordo per Israele, i palestinesi e gli Stati arabi», nell'ottica di coinvolgere tutta la regione, che era poi la linea delle amministrazioni Obama e anche di quelle Clinton. Ha chiesto genericamente a entrambe le parti «flessibilità e disponibilità al compromesso» per un accordo anche «alternativo», di «due Stati o anche uno», basta che vada bene a entrambi.

OPPOSTE INTERPRETAZIONI. «Se Bibi e i palestinesi sono felici, sono felice anch'io», ha chiosato, e sull'eventualità di accantonare la strada percorsa da decenni della soluzione dei «due popoli in due Stati» si stanno aprendo mille retroscena: che se Netanyahu («un uomo smart, un gran negoziatore, ci conosciamo da tanto e penso che ce la faremo», ha detto Trump) ci vede il bicchiere mezzo pieno per costruire uno Stato ebraico tout court con i territori annessi palestinesi, i palestinesi più radicali potrebbero invece guardare al progetto di uno Stato arabo-israeliano a maggioranza islamica.

Stop al nazionalismo e al razzismo dei suprematisti bianchi e antisemiti di Trump e Bannon

Fronte antifascista ebreo e musulmano

La demografia darebbe loro ragione: la scelta di promuovere, per il conflitto israelo-palestinese, la soluzione dei due Stati risale all'amministrazione repubblicana (e filoisraeliana) di George W. Bush, il quale sposò le conclusioni del generale Ariel Sharon, in quegli anni primo ministro dal 2001 al 2006, di separare la maggioranza degli arabi palestinesi dagli ebrei per evitare l'effetto boomerang di diventare una minoranza interna in uno Stato “israeliano” altrimenti destinato a implodere. Ma si dubita anche che lo stesso Trump conosca bene, al momento, la storia e l'evoluzione delle guerre nell'area e delle annose trattative per la pace.

EBREI SPACCATI SU TRUMP. Perplessità sull'agire per la questione del nuovo inquilino della Casa Bianca piovono, sin dalla corsa per le Presidenziali, anche da una grossa fetta della comunità ebraica negli Usa, spaccata come gli israeliani nel giudizio su Trump. Una parte ha gioito alla sua vittoria e ha molta fiducia nel suo stretto rapporto con Netanyahu; un'altra nutre forti perplessità per via del suo primo consigliere (nominato capo stratega) Steve Bannon e per il team che ha portato a Washington: il politico, imprenditore e anche volto mediatico di estrema destra è noto per le sue posizioni razziste e antisemite espresse come direttore della testata Breitbart News.

MUSULMANI IN CORTEO. In centinaia del Fronte antifascista ebreo e musulmano (MuJew Antifa) hanno manifestato nella Grande mela, davanti alla torre della famiglia Trump contro il «nazionalismo e il razzismo dei suprematisti bianchi». Per il potavoce di Americans for Peace Now Ori Nir, andando avanti così Netanyahu e il nuovo presidente degli Usa «porteranno un'enorme vittoria agli estremisti di entrambi i lati»: Oltreoceano, gli ebrei liberal e non solo loro sono sconcertati dalle mosse schizofreniche di Trump, incertamente stretto tra gli amici Putin e Bibi.

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