Trump Flynn
31 Marzo Mar 2017 0844 31 marzo 2017

Russiagate, Flynn pronto a testimoniare in cambio dell'immunità

L'ex consigliere per la sicurezza nazionale, costretto a dimettersi, sarebbe intenzionato, secondo il suo legale, a parlare dei suoi contatti con l'ambasciatore russo. Ma solo alle sue condizioni.

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«Ha una storia da raccontare». L'avvocato di Mike Flynn, l'ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump costretto alle dimissioni poco dopo l'insediamento del tycoon alla Casa Bianca, motiva così l'offerta da parte del generale in pensione di testimoniare, in cambio dell'immunità, nell'ambito dell'inchiesta sul Russiagate. Vale a dire sui presunti contatti tra l'entourage di Trump e rappresentanti russi che gli sono costati il posto.

«Nessuna persona ragionevole si sottoporrebbe senza garanzie a un interrogatorio in un ambiente così politicizzato e da caccia alle streghe», ha spiegato il legale. È l'ultimo colpo di scena sul fronte dello scandalo che soffia sul collo di Trump e che il presidente continua a liquidare come fake news, puntando il dito contro i media. Anche su Twitter, affermando per esempio che Flynn fa bene a chiedere l'immunità perché «questa è una caccia alle streghe dei media e dei dem di proporzioni storiche!».

Secondo il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, Trump vuole che Flynn deponga e non sarebbe per niente preoccupato. Spicer ha poi rilanciato le accuse nei confronti di Barack Obama, per il presunto "spionaggio" durante la campagna elettorale: «Stanno emergendo sempre più elementi che vanno in questa direzione». Eppure, per il nuovo inquilino della Casa Bianca, la trama si complica.

Trump sta cercando di scrollarsi di dosso l'ombra che dietro la sua vittoria ci sia lo zampino di Vladimir Putin, o comunque un'eccessiva disinvoltura nel voler comunicare con Mosca. E c'è già chi gli ricorda quando in campagna elettorale associava la richiesta d'immunità a una potenziale colpevolezza. Flynn è stato costretto a dimettersi per aver nascosto al vicepresidente Mike Pence di aver discusso con l'ambasciatore russo delle sanzioni americane prima dell'insediamento di Donald Trump. Fatto che ha sollevato dubbi su quanto, cosa e quando il presidente sapesse.

Da qui è partita un'inchiesta che viaggia su più binari. Alle commissioni intelligence di Senato e Camera e negli uffici del Fbi, in cui ci si chiede se membri dell'entourage di Trump siano coinvolti nel tentativo di Mosca di interferire nelle elezioni americane. Fonti del Congresso fanno presente che al momento l'offerta di Flynn, con la richiesta di immunità, non è in agenda: almeno «non fino a quando non si procederà ulteriormente nelle indagini e si capirà meglio quale tipo di informazioni Flynn possa offrire come parte dell'accordo».

Non è escluso, quindi, che in una fase successiva la testimonianza di Flynn possa essere considerata cruciale al punto da accettare la sua richiesta. Intanto è il capo del Pentagono, Jim Mattis, a lanciare un nuovo affondo anti-russo: da Londra ha accusato Mosca di «inquinare in giro per il mondo le elezioni di altri popoli» e di violare il diritto internazionale sullo sfondo del conflitto in Ucraina. Un atteggiamento di certo più esplicitamente polemico rispetto a quello di Trump, ma che se espresso dal responsabile della Difesa della sua amministrazione non è escluso possa costituire una sponda per il presidente.

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