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L'America di Trump

Siria
7 Aprile Apr 2017 1931 07 aprile 2017

Trump, cinque motivi dietro il raid in Siria

Deterrente per Assad, ma sempre con la lotta all'Isis come priorità. Freno alle mire russe. Isolazionismo che non significa stare a guardare. Repubblicani tranquillizzati. Corea avvisata. Come leggere l'attacco.

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La pioggia di missili che si è abbattuta sulla base aerea siriana di Shayrat ha segnato un punto di svolta nella guerra siriana e nella presidenza di Donald Trump. Non tanto perché sia mutato l'obiettivo finale di Washington nel conflitto, quanto perché si tratta di un messaggio mai mandato in questi sei anni di massacro.

NIENTE CAMPO LIBERO. La politica Usa si è trasformata da passiva ad attiva: se ancora il 4 aprile 2017, nel giorno stesso dell'attacco col gas sui civili di cui è accusato Bashar al Assad, la Casa Bianca sosteneva di non essere interessata a un cambio di regime, meno di 72 ore dopo ha voluto far capire che non intende lasciare campo libero ai suoi rivali in Medio Oriente. Il segnale mandato è utile per far capire a chi ha voluto parlare Trump e cosa sta succedendo nel suo team.

1. Colpo di avvertimento: l'Isis resta la priorità

Sia il metodo sia la portata dell'attacco suggeriscono che il raid possa essere stato più che altro un'azione punitiva intrapresa come deterrente per un futuro eventuale bombardamento con il gas da parte di Bashar al Assad (la cui responsabilità è una certezza per Washington).

IL REGIME RESISTE (PER ORA). L'intenzione non sembra essere quella di rovesciare il regime, altrimenti le operazioni sarebbero continuate e sarebbero state su scala decisamente maggiore. La priorità americana nel Paese, come detto anche dal segretario di Stato Rex Tillerson, è quella di combattere l'Isis. Solo in seguito si potrà pensare a un cambio di regime a Damasco.

Una manifestazione in Siria a favore dei ribelli.

2. Messaggio a Putin: non a caso è saltato il filo-russo Bannon

Trump ha voluto far sapere a Siria e Russia che l'uomo alla Casa Bianca è cambiato, e che a differenza del suo predecessore non intende usare solo la diplomazia per controllare le loro azioni nel conflitto. E che la reazione americana può arrivare nel giro di qualche ora, senza bisogno di chiedere niente a nessuno. A Vladimir Putin, in particolare, ha voluto far capire che non assisterà impotente al suo rafforzamento nella regione senza fare nulla, cosa che il leader del Cremlino probabilmente si aspettava dalla sua elezione.

SORPRESA PER LO ZAR. Una brutta sorpresa per l'uomo che in molti considerano alla base della vittoria del tycoon, e che ora si trova con un presidente che pensava completamente disinteressato a quel che succede fuori dai confini Usa. Un segnale era già arrivato con la rimozione dello stratega Steve Bannon, sostenitore di una linea filo-russa, dal National security council.

Steve Bannon.

3. Segnale sulla sua politica estera: isolazionismo non è non militarismo

Le azioni di Trump, da soli 77 giorni in carica, ha fatto crollare molte certezze sul tipo di politica estera che intende attuare. A prima vista sembrerebbe che il nuovo presidente abbia rinunciato (almeno per una notte) alla dottrina dell'America First, mettendosi a bombardare un Paese così lontano e non direttamente minaccioso per gli Usa. Ma il non interventismo insito nella dottrina isolazionista non va confuso con la moderazione nell'uso della forza militare.

RIAFFERMARE LA POTENZA. Trump, durante la campagna elettorale, ha promesso di non cercare di cambiare i governi stranieri, il regime change di cui accusava la coppia Obama-Clinton. Per ora sta mantenendo quanto detto: mostrare i muscoli dell'America non significa voler cercare di esportare la democrazia, ma riaffermare la potenza Usa nel mondo. E nonostante il suo atteggiamento verso Assad sia cambiato, in molti ancora ritengono che il suo primo obiettivo non sia quello di rovesciare il dittatore per dare il potere al popolo. Si può dire che è stato più interventista Obama non sganciando neanche un missile sul regime, ma cercando in tutti i modi di farlo cadere, di quanto lo sia Trump dopo il bombardamento siriano.

4. Sponda al Gop: allontanati i sospetti di una Russian connection

L'amministrazione Trump ha voluto anche mandare un messaggio al suo partito, riallineandosi con i classici valori repubblicani. Un ritorno nei ranghi del tycoon dopo la sconfitta sull'Obamacare e le sempre maggiori difficoltà con il suo partito. Il senatore repubblicano John McCain, insieme con il collega Lindsey Graham, due falchi da sempre critici verso Trump, hanno lodato l'azione militare.

EFFETTO DISTRAENTE. Mettendosi contro la Russia, il presidente ha anche cercato di allontanare i sospetti sui possibili legami tra la sua squadra e il Cremlino prima e dopo la campagna elettorale. Per non parlare dell'effetto distraente dalle indagini in corso sullo stesso “Russiagate”.

Il senatore repubblicano John McCain.

5. Avviso alla Corea del Nord: The Donald non esiterà

Il messaggio arriva anche alla Corea del Nord e alla Cina, quest'ultima accusata di non fare abbastanza per fermare le provocazioni del regime di Kim Jong-un. E l'ipotesi di raid aerei contro obiettivi del governo di Pyongyang, come noto, è già sulla scrivania dello Studio ovale.

CON LA CINA SI PARLA DI AFFARI. Nei panni dell'uomo forte il tycoon ha ricevuto nella sua sontuosa dimora di Mar-a-Lago, in Florida, il leader cinese Xi Jinping. E mentre i due parlavano, uno stretto alleato della Russia veniva colpito. Un segno, forse, che alla fine il nemico degli Usa resterà quello tradizionale, mentre con la Cina in fin dei conti si può parlare di affari. In campagna elettorale sembrava che il tycoon puntasse all'opposto.

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