Turchia
DIPLOMATICAMENTE 20 Aprile Apr 2017 2120 20 aprile 2017

Chi ha scommesso sull’isolamento di Erdogan si deve ricredere

L'Europa storce il naso, però non vuole rompere. E anche da Trump arriva un riconoscimento importante. Dopo il referendum, il Sultano stringerà la morsa sul Paese. Ma le incognite sul lungo periodo sono molte.

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Il sogno neo-ottomano di Erdogan viene da lontano ed è passato dalla virtualità del futuribile alla concreta realtà politica di una traiettoria snodatasi in questi ultimi anni lungo una spirale di crescente marca islamico-autoritaria all’interno e di disinvolto opportunismo sullo scacchiere mediorientale, tra ammiccamenti allo Stato islamico e cinico contrasto anche militare Ai curdi siriani, tra collateralismi con Mosca e richiami al solidarismo della Nato, tra velleità di leaderismo sunnita e ambiguo europeismo.

PUGNO DURO OLTRE IL CONSENTITO. Dal ricorso al referendum del 2007 per varare l'elezione diretta del presidente della Repubblica al cosiddetto scandalo Ergenekon con la sequela di arresti ed epurazioni tra le Forze armate, all’uso della forza, giudicato sproporzionato dal Consiglio d’Europa contro la componente curda, ben oltre gli appartenenti al Pkk. Dalla brutalità delle forze di sicurezza contro i manifestanti della piazza Taksim a Istanbul e in varie altre città turche nel corso del 2013, alla strisciante islamizzazione della società. E poi la reazione all’abortito colpo di Stato militare del luglio 2016 fatta di eliminazioni fisiche, di incarcerazioni, di intimidazioni, di espulsioni dal mondo del lavoro.

UNA FURIA INTOLLERANTE. Decine di migliaia le vittime della sua furia intollerante che ha attraversato un po’ tutti i settori pubblici e privati, dal militare a quello dell’insegnamento e della magistratura, dal mondo della comunicazione a quello dei partiti e dei movimenti di opposizione. Insomma un regolamento di conti di gran lunga superiore all’aritmetica dei golpisti. Su questo sfondo intriso di smodata ambizione di potere politico e settario e di protagonismo regionale – ricordiamo il propagandato “modello turco” per i Paesi investiti dalle cosiddette primavere arabe - è andata lievitando la preparazione di questo referendum costituzionale del 16 aprile: un «referendum storico per il cambiamento e la trasformazione del Paese» lo ha definito lo stesso Erdogan.

Proteste in Turchia in occasione del referendum.

GETTY

In realtà, è un referendum finalizzato a fare di lui il padrone incontrastato del Paese per almeno 12 anni, altro che una Repubblica presidenziale alla francese o all’americana come si continua ad affermare anche in casa nostra dimenticando che in tali Paesi il potere presidenziale è collocato all’interno di un sistema di pesi e contrappesi che sono invero irrintracciabili nei 18 punti di riforma della costituzione turca: piuttosto una “democratura”, come è stato osservato con un neologismo brutto ma efficace. In realtà, è un referendum che si è consumato all’insegna di una campagna elettorale che ha visto una coartazione fin troppo smaccata dei sostenitori del “no” a fronte di una gigantesca ondata propagandistica a favore del “sì". Che ha preteso di invadere anche le comunità turche d’Europa suscitando la rabbiosa reazione di Erdogan per il rifiuto oppostovi da Paesi come la Germania e l’Olanda.

GLI STRASCICHI DEL REFERENDUM. Il fatto strepitoso è che, malgrado lo strapotere pubblicitario e repressivo posto al servizio del “sì”, giustamente stigmatizzato dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa cui aderiscono 57 Stati), questo “sì” si sia arenato su un risicato 51,3% per di più contestato duramente dai partiti dell’opposizione e messo in discussione dagli stessi osservatori dell’Osce che hanno definito l’intera operazione referendaria «non all’altezza degli standard internazionali»: insomma, una bocciatura per un risultato sul quale sono lecite le più ampie riserve e che certo non ha soddisfatto le aspettative di Erdogan.

RISCHI SUL MEDIO-LUNGO PERIODO. Un risultato che gli consegna lo strapotere ricercato mentre ne sanziona la debolezza in termini di consenso popolare; tanto maggiore se si considera la prevalenza del voto negativo in tutte le principali are urbane e il ruolo determinante delle comunità turche emigrate, comprensibilmente vogliose di vedere una madrepatria forte e autorevole. Un risultato paradossale col quale Erdogan dovrà fare i conti e che lo indurrà con tutta probabilità ad aprire da subito la sua nuova pagina presidenzialistica. Con il pugno di ferro che ben conosciamo e facendo strame dei ricorsi alla magistratura annunciati dalle opposizioni. Ci riuscirà? Forse sì nel breve periodo, scontando un costo politico-sociale piuttosto alto e puntando a dividere ulteriormente le opposizioni; ma nel medio-lungo i rischi di instabilità potrebbero rivelarsi velenosi se non addirittura dirompenti, per Erdogan.

Donald Trump.

L’Unione europea e i suoi membri tornano intanto a essere bersaglio delle sue invettive che ormai spaziano dalle reminiscenze naziste alle condanne settarie in cui si è addirittura evocato il fantasma delle crociate. Tutto ciò perché dal continente cui di fatto egli continua a guardare con come fa la volpe e l’uva della classica favola di Fedro sono pervenuti segnali di preoccupazione, richiami al rispetto dei diritti delle persone, diplomatiche riserve in vista della ratifica ufficiale dei risultati elettorali, moniti a guardarsi dal reintrodurre la pena di morte. Solo dall’Austria in realtà è venuta una perentoria richiesta di chiusura del negoziato di adesione.

EUROPA SOTTO RICATTO. Insomma un’Europa critica ma che non vuole rompere; che tradisce il timore che Erdogan possa inaugurare una sorta di prova di forza con lo strumento di ricatto che la stessa Europa gli ha offerto: l’accordo sui profughi siriani, non solo assai dispendioso ma anche appesantito da una serie di compensazioni (in materia di visti in particolare) ancora da incassare. Erdogan però incassa il riconoscimento del risultato referendario da parte della Russia quale espressione della sovranità popolare turca. Proprio come si aspettava il Sultano che, ad esito annunciato, aveva tuonato: «È una decisione storica che tutti devono rispettare».

IL FATTORE NATO. Con qualche ora di ritardo è giunto un altro riconoscimento, quello di Donald Trump, ancora più rilevante per Erdogan anche per i riflessi che ne derivano in sede di appartenenza alla Nato cui certo il presidente turco non vuole rinunciare. L’imprevedibile Trump si è mosso lungo una linea di consumato realismo politico di cui occorre tenere conto anche per altri teatri potenzialmente conflittuali. Anche in sede regionale stanno giungendo congratulazioni più o meno sincere ma politicamente significative. Chi ha scommesso sull’isolamento di Erdogan si deve ricredere. Ma ciò non toglie che per Erdogan la vera partita comincia adesso e non sarà necessariamente vincente nei tempi medio-lunghi. Le manifestazioni di protesta che si stanno svolgendo nel Paese ne sono un’avvisaglia da non sottovalutare.

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