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21 Aprile Apr 2017 1300 21 aprile 2017

Francia, le confuse proposte anti-terrorismo dei candidati

Le Pen invoca confini chiusi, ma il nemico spesso è in casa. E come Fillon la decadenza della nazionalità. Complicata, al pari delle espulsioni immediate. Le carceri ad hoc di Macron? Utopia.

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da Bruxelles

L'unico effetto dell'attentato agli Champs Elysees sulle elezioni francesi di cui possiamo essere certi, nonostante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump assicuri che le conseguenze saranno importanti, è che si torna a parlare di terrorismo dopo averlo quasi dimenticato per tutta la campagna. Fino all'operazione di polizia avvenuta Marsiglia - arrestati due attentatori pronti a colpire -, come spiegava il presidente del Centro di analisi di terrorismo di Parigi Jean-Charles Brisard, il tema era stato trattato in maniera insufficiente, nonostante sia una delle preoccupazioni principali dei francesi.

SOLO IN TRE HANNO RISPOSTO ALLE VITTIME. Alla lettera pubblica, puntuale e precisa, delle associazioni delle vittime delle stragi del 13 novembre che chiedeva agli aspiranti inquilini all'Eliseo punto per punto - dalla riorganizzazione dei servizi segreti alla lotta alla radicalizzazione - come avrebbero affrontato la minaccia integralista, hanno risposto solo tre candidati su 11: il socialista Benoît Hamon, la leader del Front National Marine Le Pen e il conservatore Nicolas Dupont-Aignan, che nel 2012 raccolse l'1,7% dei voti. Emmanuel Macron e François Fillon? Non pervenuti.

UN BANCO DI PROVA PER I CANDIDATI. Eppure proprio Fillon si è trovato a gestire la prova dell'attentato quasi in diretta. Con il poliziotto ucciso mentre difendeva la nazione, i cecchini sugli Champs Elysees, François Hollande scuro in volto a ringraziare le forze dell’ordine, la cronaca ha dolorosamente confezionato per la destra francese una scenografia da sfruttare. E per tutti i candidati alle Presidenziali una prova non da poco da superare per accreditarsi come possibile presidente, osserva con Lettera43.it Julien Fragnon, studioso del discorso politico sul terrorismo e professore all'Institut d'études politiques de Lyon. Ma non ne ha cancellato le contraddizioni.

«Il politico è chiamato a presentarsi prima di tutto come uomo di Stato, in momenti in cui si sa poco di quello che sta succedendo. Bisogna trovare parole che muovano e di solito sono tre i meccanismi: esprimere solidarietà alle vittime ed è quello che ha fatto Hollande, confortare un gruppo designando un nemico, dare un senso agli eventi, e cioè spiegare il terrorismo», osserva il professore Fragnon. Se le spiegazioni del fenomeno integralista seguono la divisone destra e sinistra - la prima tende a mettere l'accento su ideologia religiosa, la seconda sull'esclusione sociale -, tutto il resto - le soluzioni ma anche l'individuazione del nemico - non sono affatto semplici. Basta guardare ai programmi.

A DESTRA RICETTE COMPLICATE. Le Pen lancia la chiusura delle frontiere, appellandosi ufficialmente al presidente della Repubblica, come se il nemico, appunto, fosse solo all'esterno, mentre anche questa volta l'attentatore era di nazionalità francese. Sia Fillon che la presidente del Front, la coppia che più potrebbe essere avvantaggiata dai terroristi e che più sta cavalcando l'attentato, propongono quella che viene chiamata "decadenza della nazionalità", cioè l'imposizione della perdita di cittadinanza ai terroristi o a reclutatori e predicatori o presunti tali. Ma l'esecutivo di Bernard Cazeneuve e l'Assemblée Nationale hanno passato mesi a rompersi la testa su come metterla in pratica. Il diritto internazionale non permette di creare apolidi, persone senza Stato. E la misura dunque può applicarsi solo a chi ha la doppia cittadinanza, ma rischia di essere una discriminazione. In più, nei rari casi in cui il tentativo è stato messo in pratica attraverso un'espulsione, il Paese che avrebbe dovuto accogliere il jihadista ha rifiutato la richiesta dello Stato francese.

ESPULSIONI E REATO D'INTELLIGENZA. Del resto, la maggioranza dei terroristi che hanno colpito il territorio francese negli ultimi tre anni avevano una sola nazionalità, francese o belga. E però, dopo mesi di dibattiti, il candidato del centrodestra dichiara di voler di utilizzare il reato di intelligenza con il nemico, dimenticando che potrebbe essere applicato solo nel caso in cui l'Isis venga riconosciuto effettivamente come entità statale. E ancora: Fillon e Le Pen chiedono le espulsioni immediate degli individui sospettati di avere legami con il terrorismo, e cioè coloro che sono schedati dai servizi francesi con l'ormai celebre Fiche S. Anche qui si tratta di una misura difficile da mettere in pratica. Anche nei procedimenti d'urgenza, infatti, i soggetti interessati devono essere convocati di fronte a una commissione, perché ogni caso va giudicato a sé. E la minaccia deve essere giudicata attuale e proporzionata. Per rendere l'idea, oggi gli individui attenzionati dai servizi francesi sono circa 5 mila. Il leader di En Marche, invece, vorrebbe carceri ad hoc per i foreign fighter che ritornano, ma solitamente tornano per colpire e usano la dissimulazione.

Emmanuel Macron.

Fillon, subito pronto a invocare "il pugno di ferro", poi gioca pericolosamente: da ex ministro dell'Interno conosce bene la differenza tra promesse e possibilità di mantenerle. Nel 2012, ricorda Fragnon, quando a un mese dalle elezioni che portarono Hollande alla presidenza Mohammed Merah compì l'attentato alla sinagoga di Tolosa, l'allora inquilino di Beauveau diceva di non poterlo arrestare preventivamente o espellere. Insomma, restano pochi punti solidi o realizzabili: rafforzare la cooperazione a livello europeo, condividere le banche dati, aumentare i numeri delle forze dell’ordine. E, nel caso di Hamon e Macron, pure una nuova divisione centrale anti-terrorismo. Anche perché la necessità di una riorganizzazione dei servizi è stata messa nero su bianco già nel 2015 da una commissione di inchiesta parlamentare che criticava proprio il sistema governato all’epoca dall’attuale candidato dei Repubblicani.

FILLON PUNTA SUL FEELING CON MOSCA. Tra tante promesse fragili, sulla politica estera, il candidato del centrodestra ha espresso una posizione netta, sincera e cinica insieme: creare una vera coalizione anti-Isis, arrivando a un accordo con la Russia. E ai giornalisti che gli chiedevano cosa fare col dittatore siriano Bashar al Assad ha risposto: «Ora c’è una priorità, un pericolo immediato, Assad è un pericolo per la Siria, ma non per il resto del mondo. E poi se non si vuole discutere con la Russia, si entra in conflitto con la Russia. Che ha uno degli arsenali nucleari più grandi del mondo. Cosa può succedere se un aereo americano si scontra con uno russo? Il rischio è enorme». Ed è andato oltre dicendo che gli occidentali non vogliono l'accordo perché «si credono padroni del gioco, quando non lo sono più». Dichiarazioni apprezzate al Cremlino, che attraverso il portavoce del presidente Vladimir Putin ha subito sostenuto la proposta. E che mettono in discussione le posizioni dell'Unione europea, che vuole sì trattare con Mosca, ma chiede la transizione politica in Siria.

L'AMARA VERITÀ DI MACRON. Così l'attenzione è destinata a spostarsi fuori dai confini, la campagna a focalizzarsi sulla sicurezza. Più facile, forse, che dare risposte alle vittime che il terrorismo lo hanno vissuto. O pronunciare parole di verità come quelle dette da Macron pochi minuti dopo l'attacco: «Purtroppo sappiamo che il terrorismo è imponderabile, e che diventerà un problema quotidiano del nostro futuro».

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