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10 Maggio Mag 2017 1644 10 maggio 2017

Trump come Nixon: affinità e differenze tra Russiagate e Watergate

Il licenziamento del capo dell'Fbi somiglia a quello del procuratore che indagava sul presidente nel 1973. Decisione risoluta o suicidio politico? Confronto tra il caso di Donald e il più grande scandalo d'America.

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La decisione del presidente americano Donald Trump di licenziare il capo dell'Fbi James Comey ha alcuni punti in comune e alcune differenze con quanto fatto da Richard Nixon per tamponare in extremis lo scandalo Watergate. Nel 1974 colui che è passato alla storia come uno dei più controversi presidenti Usa fu infine costretto a lasciare, travolto dall'inchiesta giornalistica del Washington Post sulle intercettazioni ordinate dai repubblicani nel quartier generale del comitato nazionale democratico. Oggi lo scandalo che fa tremare il tycoon è quello sui contatti tra il suo staff ed elementi del governo russo, sul quale proprio Comey stava indagando.

I punti in comune

1. Decisione drastica: silurato l'avversario più minaccioso

Il licenziamento di Comey è stato paragonato a quando Nixon mise alla porta lo special prosecutor - un magistrato indipendente incaricato dal ministro della Giustizia o dal Congresso per casi specifici in cui l'autorità giudiziaria rischi di risultare imparziale - Archibald Cox, il 20 ottobre del 1973, da allora soprannominato Saturday Night Massacre. Il presidente licenziò Cox, nominato dal Congresso per indagare sul Watergate, dopo che questi ingiunse al presidente di consegnargli i nastri che lo avrebbero incastrato.

«CONTRO LA TRADIZIONE AMERICANA». Ora Trump ha deciso di mandare a casa, senza preavviso, l'uomo che stava cercando di mettere ordine nella matassa di prove e indizi che collegano (o collegavano) persone vicine al tycoon con Mosca. Secondo il New York Times, pochi giorni prima di essere licenziato Comey avrebbe chiesto al Dipartimento di giustizia più uomini e risorse per estendere le sue indagini. La notizia è stata smentita e catalogata come fake news dall'amministrazione. Molti democratici non hanno risparmiato critiche alla Casa Bianca: «Non vedevo nulla del genere dai tempi di Nixon», ha detto il commentatore della Cnn James Toobin, secondo cui la decisione di Trump di mettere alla porta in tronco il capo dell'Fbi «non è nella tradizione americana».

2. Mossa però suicida: così lo scandalo torna sotto i riflettori

La decisione di licenziare Comey, paradossalmente, fa in modo che lo scandalo Russiagate resti attaccato a questa amministrazione fino alla sua fine: le speranze di Trump che la bolla si sgonfiasse da sola sono svanite. È per questo che in molti si stanno chiedendo il motivo di una mossa apparentemente suicida, ma il tycoon avrà sicuramente avuto le sue ragioni.

CERTEZZA DI ACCUSE CON FONDAMENTO. Una conseguenza immediata, per esempio, potrebbe essere il rallentamento delle indagini finché il bureau non tornerà a organico pieno. Ma a lungo termine difficilmente la mossa potrà giovare al presidente. Oltre 40 anni fa fu proprio il licenziamento di Cox a segnare il giro di boa che portò alla caduta di Nixon. Da quel momento, gli avversari del presidente e i suoi alleati ebbero la certezza che le accuse verso di lui avevano fondamento. I primi spinsero sempre di più per arrivare alla verità, e i secondi iniziarono a parlare per cercare di salvarsi.

3. La sfacciataggine dell'ordine: fornita una motivazione assurda

Un altro punto in comune nella vicenda è l'assurda motivazione fornita dai presidenti per il licenziamento di colui che stava indagando su di loro. Alla base del siluramento di Comey ci sarebbe, secondo la Casa Bianca, l'incapacità di gestire in modo adeguato le indagini sull'email gate di Hillary Clinton. Una giustificazione quasi offensiva per l'intelligenza dell'opinione pubblica americana, considerato che proprio quelle indagini sono stati tra i motivi della sconfitta di Clinton. Va ricordato che l'ultima notizia di indagini nei confronti dell'ex segratrio di Stato Comey la diede a 11 giorni dall'election day. Una mossa da molti considerata scorretta.

MA QUALE «INTERESSE NAZIONALE». Nel 1973, Nixon si comportò con la stessa sicumera. Ufficialmente, il licenziamento di Cox avvenne perché «lo special prosecutor si rifiutava di obbedire agli ordini del presidente (l'uomo sul quale stava indagando, ndr)» e per un non precisato «motivo di interesse nazionale». Trump potrebbe aver pensato che il licenziamento di Comey fosse cosa gradita anche per i democratici, dati i danni fatti dal suo lavoro alla campagna della Clinton. Viste le reazioni dei dem, se l'idea era quella è stato un grossolano errore.

Le differenze

1. L'ex presidente lottò contro la sua amministrazione: Trump non è solo

Per arrivare al suo obiettivo, Nixon fu costretto a licenziare prima il ministro della Giustizia Elliot Richardson e poi il suo vice William Ruckelshaus, scatenando un polverone sia nel dipartimento della Giustizia che all'interno della Casa Bianca. Solo al terzo tentativo, grazie al consenso del Solicitor General Robert Bork (una figura che da noi corrisponde circa all'avvocato generale dello Stato), Cox fu licenziato. Ma il caos e la sfiducia nata tra i suoi stessi uomini portò infine Nixon a trovarsi sempre più solo anche nella Casa Bianca.

UNA SCELTA DIETRO RACCOMANDAZIONE. Trump, al contrario, ha fatto sapere di aver preso la sua decisione dietro «raccomandazione» del ministro della Giustizia Jeff Sessions e del suo vice, mostrando che nel Dipartimento della Giustizia ha la situazione sotto controllo.

2. Donald ha cercato mani più sicure (per lui): Nixon peggiorò la situazione

Trump non ha semplicemente cacciato l'uomo incaricato di condurre l'indagine sul suo team. La ha anche messa nelle mani del dipartimento della Giustizia guidato da Jeff Sessions, i cui legami con la Russia sono a loro volta oggetto di critiche e dubbi da parte degli avversari del tycoon. Ragione per cui lo stesso Sessions è particolarmente inadatto nel determinare il futuro corso dell'inchiesta sul Russiagate.

«ERA MEGLIO UN AVVOCATO PENALISTA». Nixon, al contrario, si tirò la zappa sui piedi perché fu costretto a nominare un nuovo special prosecutor per condurre le indagini che si mostrò se possibile ancora più arcigno. Il suo nome era Leon Jaworski, e circa sei settimane dopo la sua nomina disse segretamente al capo dello staff della Casa Bianca che Nixon «avrebbe fatto meglio a rivolgersi a un avvocato penalista».

3. I repubblicani sono più compatti: nel '73 Camera e Senato erano dem

Il futuro del presidente dipenderà sostanzialmente dagli interessi del Partito repubblicano. Nixon, al contrario di Trump, ha governato con il Senato e la Camera controllati dai democratici. Il parlamento ha il potere sia di nominare uno special prosecutor per indagini particolarmente delicate sia di avviare la procedura di impeachment. Entrambe le azioni furono intraprese all'inizio degli Anni 70 e Nixon alla fine cedette, dimettendosi prima della possibile incriminazione.

MA LA FIDUCIA ORA NON È ILLIMITATA. Trump ha dalla sua la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Per adesso sembra che i suoi membri siano intenzionati a sostenere il presidente, che gioca anche sulle loro divisioni e sulla loro incapacità di trovare un leader alternativo a lui. Ma non è sicuro che gli verranno dietro per sempre: nel momento in cui lo scandalo si ingrossasse troppo potrebbero decidere di mollarlo per limitare i danni all'immagine del partito.

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