Trump
DIPLOMATICAMENTE 10 Maggio Mag 2017 1302 10 maggio 2017

Trump, l'isolazionismo può attendere (e l'Europa pure)

L'agenda internazionale del presidente americano smentisce in parte la sua campagna elettorale. Dall'Arabia Saudita al negoziato israelo-palestinese, fino al Vaticano: nelle sue priorità l'Ue non c'è.

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Il 4 aprile Donald Trump non twittò. Fece un discorso rivolto al mondo forse più che agli stessi Stati Uniti: ordinò un gesto punitivo nei riguardi di Bashar al Assad, accusato di aver provocato la strage di Khan Sheikhoun con l’impiego di gas tossici. Poco importa che volesse marcare una secca discontinuità con l’Obama che nel 2013 non aveva dato corso all’attacco preannunciato nel caso in cui lo stesso Bashar avesse oltrepassato la “linea rossa” dell’uso dell’arma chimica; ovvero che fosse mosso dal disgusto provocato in lui da quell’ignobile atto, di cui era ancora da dimostrare la responsabilità; ovvero le due cose messe assieme e forse saldate con altre più sottili motivazioni. Importa che Trump fece un gesto che risultava imprevedibile nel merito e nel metodo alla luce della narrazione che di lui aveva diffuso la quasi totalità dei commentatori.

QUEL MESSAGGIO A PECHINO. Nel merito perché fece ricorso alle armi per una causa estranea al suo ritratto più comune, e per di più contro un personaggio come Assad al quale Trump sembrava intenzionato a riservare un trattamento “realistico”. Nel metodo perché avvisò tutti i potenziali interessati, ivi compreso Vladimir Putin, grande protettore di Bashar e leader al quale Trump guardava con pubblica simpatia. E perchè l’attacco avvenne all’esordio della visita di Xi Jinping, presidente della Cina - additata dallo stesso Trump quale bersaglio di prima grandezza nel corso della sua campagna elettorale – e fu correttamente interpretato anche come sollecitazione obliqua al suo ospite a intervenire sul presidente coreano impegnato in una improbabile minaccia proto-nucleare.

Xi Jinping, presidente della Cina.

Lo stesso Trump non esitò poi a mostrare i muscoli militari nel mare (portaerei, esercitazioni congiunte con Corea del Sud) e sulla terraferma sudcoreana (sistema antimissile) salvo lanciare a un certo momento un segnale di disponibilità a incontrare il medesimo leader nordcoreano Kim Jong-un, in un apparente gioco di mosse militare-politico-diplomatiche finalizzate a misurare il terreno di una mediazione praticabile. Che sembra dare qualche frutto. Sull’irrisolto nodo della questione israelo-palestinese Benjamin Netanyahu incassa lo scontato appoggio storico della nuova Amministrazione americana, come lo aveva ottenuto nei fatti anche da Obama, malgrado l’evidente reciproca antipatia. Ma con significative attenuazioni, ancora non si sa se solo tattiche o davvero strategiche.

NOVITÀ SIGNIFICATIVE. Stupisce lo sparigliamento delle carte insite nella frase «la soluzione dei due Stati non è l’unica». Mentre ricalca il leit motiv della soluzione negoziata fra le due parti – e non definita in chiave multilaterale - rivendicata anche da Obama. Al contempo invita il leader israeliano a «fermare l’espansione dei suoi insediamenti per un po’ di tempo». Stupisce ancora di più il clima di cordialità nel quale si svolge il suo incontro col leader palestinese Abu Mazen al quale rinnova l’offerta mediatrice di Washington e la volontà di propiziare quell’accordo che nessun presidente americano è riuscito a far decollare. Mentre scivola nell’ombra la prospettiva dello spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme evocata in campagna elettorale.

INTERROGATIVI SUL CLIMA. Sfuma anche “l’obsolescenza” della Nato mentre si ribadisce l’obbligazione dei Paesi membri a raggiungere il concordato contributo del 2%, ricordata anche al nostro presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nel contesto di una quasi eccessivamente riaffermata amicizia bilaterale. Qua e là affiora la sua propensione a guardare con simpatia i leader forti, per non dire autoritari, com’è il caso del presidente egiziano Al Sisi e del filippino Duterte e resta soprattutto l’interrogativo dei seguiti che Trump intende riservare all’accordo di Parigi sul clima. Ma ciò non deve far sottovalutare le altre indicazioni politiche del nuovo inquilino della Casa Bianca. Tanto più alla luce del calendario di visite annunciate per la sua prima missione all’estero, che inizierà con l‘Arabia Saudita e si concluderà col vertice del G7 a Taormina, passando per Israele e per i Territori occupati, per Roma-Vaticano e per Bruxelles (vertice Nato).

Si tratta di un calendario molto significativo giacchè evidenzia un orizzonte di priorità che sarebbe erroneo sottovalutare e che consolida l’immagine di un Trump presidente diverso dal Trump candidato. Inizia con l’Arabia che non è solo lo storico alleato che si sente tutt’ora in credito di un rapporto fiduciario con Washington, ma è anche il capofila di uno schieramento anti-iraniano che va ben al di là del Golfo, il proponente dell’unica proposta di pace israelo-palestinese avallata dalla Lega araba e, secondo le stesse autorità americane, uno dei più affidabili partner nella lotta al terrorismo. Interlocutore ineludibile per consentire a Trump di tracciare il perimetro realistico entro cui calibrare il ruolo degli Usa sullo scenario mediorientale.

UN NUOVO CORSO NEGOZIALE. Tel Aviv è il più importante alleato dell’area, e da sempre, e da questa visita, abbinato alla sosta nei Territori occupati, ci si attende che prenda le mosse il “nuovo” corso negoziale di pacificazione annunciato dal presidente americano. La visita in Vaticano non sarà esente da criticità viste le prese di posizioni assai poco “fraterne” di Trump nei riguardi dei migranti, e non solo. Se il lavoro preparatorio dell’incontro sarà decisamente impegnativo, è comunque facile prevedere che per Trump la visita si rivelerà comunque un buon investimento di immagine. Il vertice Nato dovrebbe consentire una chiarificazione auspicabilmente definitiva degli intendimenti del suo azionista di maggioranza a medio e lungo termine, oltre al ben noto tema del contributo finanziario da parte dei suoi membri europei. Infine l’esordio di Trump al vertice del G7 di Taormina nel quale peserà la perdurante esclusione di Putin.

UE E RUSSIA POSSONO ATTENDERE. Insomma, un calendario che in larga misura smentisce la voglia di isolazionismo che Trump aveva lasciato intravedere mentre sembra confermare che non siano ancora maturi i tempi di incontro con l’Unione europea. Come con la Russia, del resto, anche se per ragioni diverse; e con la quale col quale sembra ingaggiata una sofisticata trama di verifiche reciproche in un puzzle planetario che va dalla Siria all’Ucraina, dalla Libia a Pechino.

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