Trump Comey
11 Maggio Mag 2017 2112 11 maggio 2017

Usa, Fbi: «Comey aveva la nostra fiducia»

La Casa Bianca difende il licenziamento: «Era incapace». Ma dal Bureau lo difendono e contrattaccano sul Russiagate: «Le indagini sono una priorità assoluta e di estrema importanza».

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Voci di corridoio alla Casa Bianca raccontano come Donald Trump in privato si sia parzialmente pentito di non aver seguito chi nella West Wing predicava prudenza e suggeriva di aspettare prima di far fuori il capo dell'Fbi. Ma come tante altre volte il tycoon avrebbe agito d'istinto, e lo ha fatto pur sapendo di rischiare un terremoto.

FLYNN CONVOCATO DAL CONGRESSO. Terremoto che c'è stato con al centro la vicenda del Russiagate che ora rischia di intricarsi, anche in vista del mandato di comparizione con cui il Senato ha deciso di obbligare il poco collaborativo Michael Flynn (ex consigliere per la sicurezza nazionale) ad andare in Congresso e a portare una serie di documenti relativi a suoi contatti con funzionari russi. E se i democratici evocano sempre più lo spettro dell'impeachment, a Capitol Hill sono tante le voci critiche anche sul fronte repubblicano.

CASA BIANCA: «COMEY NON ALL'ALTEZZA». Coerente con la scelta la Casa Bianca ha rincarato la dose due giorni dopo. Il presidente avrebbe licenziato Comey perché non lo riteneva capace, non all'altezza del compito. A sottolinearlo la vice portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders durante un briefing con la stampa.

LA DIFESA DI MCCABE: «AVEVA NOSTRA FIDUCIA». Ma intanto chi è rimasto all'interno del Bureau ha difesa a spada tratta James Comey: «Non ha mai perso la nostra fiducia» ha assicurato davanti alla commissione intelligence del Senato Andrew McCabe, che guida l'Fbi in attesa della nomina del nuovo direttore. In questo modo i federali contraddicono di fatto la versione della Casa Bianca, secondo cui l'ex capo dei federali non aveva più il necessario sostegno da parte dei suoi collaboratori.

RUSSIAGATE INDAGINE PRIORITARIA. L'affondo di McCabe è però andato oltre, criticando la linea del presidente americano tesa a sminuire l'importanza delle indagini sul Russiagate che invece sono «sono una priorità assoluta e di estrema importanza». Per questo motivo l'inchiesta andrà avanti anche senza Comey. McCabe ha assicurato anche che l'Fbi «ha la risorse necessarie» per proseguire nonostante il New York Times abbia raccontato della recente richiesta alla Casa Bianca di più soldi e uomini.

MCCABE: «DENUNCEREMO INTERFERENZE». Il capo ad interim ha poi concluso il suo intervento con un ammonimento: «Finora non c'è stata alcuna interferenza politica nelle indagini. Ma se ci dovesse essere la denunceremo al Congresso». Queste parole potrebbero obbligare Trump ad accelerare sulla nomina del nuovo direttore del bureau. Decisione che potrebbe essere annunciata prestissimo, con il presidente americano che sta valutando di recarsi nelle prossime ore nel quartier generale dell'Fbi.

UNA ROSA DI NOMI PER IL DOPO COMEY. Al momento al vaglio c'è un'ampia rosa di nomi, che vanno dall'ex 'sindaco poliziotto' di New York Rudolph Giuliani all'ex senatore Mike Rogers. Passando anche per l'ipotesi di una donna, Kelly Ayotte, ex governatrice e procuratrice generale del New Hampshire.

TRUMP: «LICENZIAMENTO SCELTO DA ME». Intanto Trump si è assunto tutte le responsabilità del caso Fbi: «Il licenziamento di Comey l'ho deciso io, senza seguire alcun consiglio». In un primo momento come 'capro espiatorio' era stato individuato il vice ministro della Giustizia Rod Rosenstein: «Il presidente ha semplicemente seguito le sue raccomandazioni», aveva detto la Casa Bianca. Tanto che Rosenstein aveva minacciato le dimissioni. Ma la confusione attorno a quanto accaduto negli ultimi giorni è tanta.

A RISCHIO IL PORTAVOCE SPICER. Il prossimo che potrebbe farne le spese potrebbe essere il portavoce Sean Spicer, che Trump non riterrebbe abbastanza efficace nel difenderlo. Per questo starebbe valutando di sostituirlo con l'attuale numero due, Sarah Huckabee Sanders. Nel frattempo il tycoon si avvia a varare una commissione di inchiesta sulle frodi elettorali: nel mirino i 3 milioni di voti popolari presi da Hillary Clinton, secondo Trump in gran parte illegali. Un tentativo disperato - per molti - di distogliere l'attenzione dal terremoto del Russiagate.

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