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16 Maggio Mag 2017 1200 16 maggio 2017

Elezioni in Iran, quel che resta dei rivali di Rohani

Dopo Qalibaf (secondo nei sondaggi), si sfila Jahangiri. Che passa al presidente il suo pacchetto di voti. E ora potrebbero rinunciare pure Mirsalim e Hashemitaba. Come unico sfidante, così, rimane Raisi.

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Le imminenti Presidenziali iraniane sono state presentate per tutta la campagna elettorale come la «sfida dei turbanti»: quello bianco del capo di governo uscente Hassan Rohani, ricandidato per i riformisti, e quello nero da discendente di Maometto del frontrunner dei conservatori Ebrahim Raisi. Ma, anche solo a guardare i gradimenti popolari di un paio degli altri esponenti selezionati dal Consiglio dei Guardiani tra l'oltre il migliaio di auto-candidature, diverse variabili potevano far saltare questa proiezione del voto del 19 maggio 2017 e allora si è arrivati a far ritirare il secondo candidato nei sondaggi dopo Rohani, il sindaco di Teheran Mohammad Baquer Qalibaf.

QALIBAF RINUNCIA. Sotto la pressione del clero, l'ex comandante dei pasdaran (Guardiani della rivoluzione) e borgomastro della capitale ha ceduto il suo sostanzioso pacchetto di voti a Raisi, tra i religiosi sciiti di massimo rango e vicino alla Guida suprema Ali Khamenei nonché candidato alla sua successione, perché, ha dichiarato Qalibaf, «i conservatori devono essere uniti e compatti contro Rohani». A ore si attendono le rinunce anche degli altri due candidati comparse, Mostafa Mirsalim e Mostafa Hashemitaba, in favore del duello Rohani-Raisi. Ma alle sempre imponderabili elezioni persiane le defezioni non bastano a scongiurare un ballottaggio: senza un vincitore con più del 50% - il presidente Rohani è dato al 41% - , si andrà al secondo turno. Evento possibile, eppure inedito dalla Rivoluzione islamica del 1979.

LA PRASSI DEI DUE MANDATI. Tradizione vuole che in Iran un presidente al primo mandato e in corsa per il secondo sia riconfermato: è accaduto, per citare alcuni predecessori di Rohani, al recentemente scomparso, storico stratega nonché due volte presidente, Hashemi Rafsanjani, a Mohammad Khatami, unico vero presidente progressista che la Repubblica islamica abbia mai avuto, persino al criticato e malvisto (anche da Khamenei) Mahmoud Ahmadinejad delle controverse Presidenziali del 2009, contestate dalla repressa Onda Verde. Due volte presidente, tra il 1981 e il 1989, è stato anche la Guida suprema. Fino alla sorprendente nomina, complice la longa manus di Rafsanjani, a successore di Ruhollah Khomeini.

Supporter di Rohani.

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Una sconfitta del 68enne Rohani o anche un ballottaggio per consenso insufficiente rappresenterebbe, se non una rottura nella storia della Repubblica islamica, un segno di discontinuità: nelle previsioni di voto il presidente dell'accordo sul nucleare con l'Occidente e della caduta delle sanzioni commerciali e finanziarie del 2016 viene dato primo, in vantaggio sul 56enne Raisi. Ma il gradimento di Rohani è comunque in calo dalla sua vittoria inattesa del 2013: i suoi toni a questo punto populisti hanno deluso la maggioranza degli iraniani sia per il mancato decollo economico (i frutti della riapertura degli interscambi con l'Occidente si iniziano appena a vedere), sia per le promesse tradite sull'estensione della libertà d'espressione, delle minoranze e di costume per le donne.

IL FATTORE ECONOMICO. Tutti i candidati (incluso Rohani) non fanno che promettere «più posti di lavoro» e un ulteriore calo dell'inflazione, con lui scesa dal 40% al 33,5%. I dati non sono più drammatici che in Sud Europa: per il Fondo monetario internazionale (Fmi), nell'ultimo biennio l'economia iraniana è cresciuta di quasi il 7%, e anche se la disoccupazione non si è abbassata l'indice si attesta tra il 13% e il 15%, circa al 30% quella giovanile. Nelle poche settimane di campagna, Rohani ha cercato di convincere l'elettorato che bisogna proseguire nel solco tracciato con le riforme per liberalizzare il mercato, rispolverando le promesse strumentali sullo stop «agli imprigionamenti e alle esecuzioni», perché il «popolo vuole libertà». Difficile però che il 70% di giovani tra i quasi 80 milioni di iraniani gli creda un'altra volta, semmai rivoteranno il meno peggio.

Il duello sulla tivù di Stato.

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E siccome cinque anni fa Rohani – da ex vice comandante delle forze armate e storico capo del Consiglio supremo della Sicurezza – si fece eleggere come presidente del disgelo, balzando sul carro dei progressisti dell'Onda Verde, più fiducia avrebbe potuto riscuoterla il suo vice presidente riformista Eshaq Jahangiri. Inizialmente nella rosa dei candidati piazzato come spalla di Rohani, il 16 maggio ha annunciato il ritiro, di fatto passando a Rohani il suo pacchetto di voti. Laureato in Fisica e rivoluzionario khomeinista, il 60enne Jahangiri è un uomo dai toni pacati: già ministro dell'Industria sotto Khatami e governatore della provincia di Isfahan, politicamente vicino anche a Rafsanjani, nel 2009 militò nella campagna elettorale del leader dell'Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

IL GIUDICE TRADIZIONALISTA. Contro il fronte Rohani-Jahangiri, si staglia il blocco dei conservatori, con il loro candidato in capo tradizionalista che tuttavia, nelle poche settimane di corsa, ha trovato scarso appeal tra gli elettori, ragion per cui il ben più popolare sindaco di Teheran ha dovuto cedergli i suoi tanti elettori. Procuratore con una lunga carriera nella magistratura e potente chierico gestore della fondazione del più sacro santuario della città santa di Mashad, Raisi non è conosciuto come politico, ne è un uomo di comunicazione come Rohani. Procuratore di Teheran e infine procuratore generale, già vice capo della Giustizia e dell'Ispettorato generale, ha un curriculum da censore, con la macchia di aver figurato, nel 1988, tra i quattro giudici delle esecuzioni di migliaia di oppositori da parte della all'estero ribattezzata “Commissione della morte”.

Il tradizionalista Raisi.

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Una sua vittoria si configurerebbe come il viatico politico per sostituire un giorno Khamenei nella massima carica che fu di Khomeini: Raisi è anche membro della prestigiosa Assemblea degli esperti e, venuto a mancare Rafsanjani, è tra i pochi religiosi con lo spessore per ambire al ruolo di Guida suprema. A detta delle voci più critiche, però, durante un'eventuale presidenza questa sua investitura in pectore si potrebbe bruciare. Tra l'opinione pubblica, in ogni caso, il personaggio di più presa tra i conservatori della linea dura era il 55enne Qalibaf: militare prima che politico, già in campagna per le Presidenziali nel 2005 e nel 2013 e due volte sconfitto (prima da Ahmadinejad poi da Rohani).

HASHEMITABA IN BILICO. Tra i volti della nomenclatura Qalibaf spiccava come il gareggiante più giovane e giovanilista. Ora restano Rohani, Raisi e i due candidati minori. Hashemitaba, pur non ufficializzando ancora il ritiro dalla competizione elettorale, ha chiesto ai propri sostenitori di votare Rohani. Ma per superare il 50% Rohani aveva bisogno anche delle preferenze per Jahangiri. Che puntuale gliele ha servite su un piatto d'argento.

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