Sheikh Tamim Hamad 140204175439
DIPLOMATICAMENTE 6 Giugno Giu 2017 1712 06 giugno 2017

Il Qatar è in un vicolo cieco, neanche l'Iran può aiutarlo

Isolata dai vicini, la pecora nera del Golfo paga anni di manovre controverse. L'azione dell'Arabia può avere conseguenze nefaste. E l'unica via d'uscita può essere la mediazione statunitense.

  • ...

La minaccia del terrorismo continua a tenere banco. Lo fa naturalmente quando si materializza con un attentato vero, con morti ammazzati, come a Londra. Lo fa quando si manifesta con i soli, terribili effetti della paura che il terrorismo è riuscito a inoculare col tempo nel nostro sistema nervoso; al punto che basta un allarme gridato con criminale superficialità per scatenarla, come è avvenuto a Torino. Lo fa adesso con la clamorosa teatralità geopolitica dell’ostracismo dichiarato nei confronti del Qatar da Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrein. Speriamo che torni a tenere banco il più presto possibile per la celebrazione della “liberazione” di Mosul in Iraq, finalmente alle viste, e a quella di Raqqa in Siria all’orizzonte. Ma andiamo con ordine, mettendo a fuoco il caso della mini-monarchia del Golfo: il Qatar.

LA PECORA NERA DEL GOLFO. Piccola, anzi molto piccola con i suoi 2 milioni e mezzo di abitanti su 11 mila chilometri quadrati; ricca, anzi ricchissima; pecora nera delle monarchie del Golfo da quando, parecchi anni fa, ha maturato la convinzione di potere combinare assieme il rigore wahhabita (che condivide con l’Arabia) con un sistema di alleanze o di convivenze al limite della disinvoltura e della conciliabilità in una regione in cui è obiettivamente difficile stare in molte scarpe, che siano quelle dei sauditi piuttosto che dell’Iran, ovvero della Fratellanza musulmana e degli islamisti alla Ghwell in Libia o degli Emirati. Il Qatar s'è convinto anche di potere usare la sua influenza mediatica (Al Jazeera e non solo) per guadagnarsi ruolo e rango nella scala del soft power della comunicazione planetaria, cominciando dall’Occidente, anche attraverso una narrazione sottilmente abrasiva nei riguardi delle consorelle monarchie del Golfo.

CATTIVE COMPAGNIE. Allo stesso modo s'è convinto di potere usare la sua ricchezza per arricchirsi ulteriormente attraverso cospicui investimenti immobiliari e partecipazioni finanziarie in prestigiosi asset industriali a livello internazionale – l’Italia ne è un esempio significativo – nonché immaginifiche e brillanti iniziative turistiche e sportive. Cosa che ha contribuito anche ad accrescere la sua credibilità internazionale, particolare del tutto legittimo, ma che di fatto ha anche oscurato, o posto comunque in secondo piano, la criticità delle sue cattive compagnie, in particolare le sue politiche di sostegno del (o comunque collusive/collaterali con) certe forze dell’estremismo e del terrorismo di matrice politico-settaria. Infine, Doha puntava a sviluppare un ruolo di rilevante autonomia nel frastagliato reticolo delle agende regionali e internazionali che si intersecano in Medio Oriente pur continuando a far parte del Consiglio di cooperazione del Golfo di cui Riad è da sempre il principale azionista.

Paolo Gentiloni da ministro degli Esteri con l'allora omologo qatariota Khalid Bin Mohammad Al Attiyah.

Già in passato in realtà la sua linea di condotta aveva portato a una serie di frizioni con le altre monarchie del Golfo, in particolare Arabia ed Emirati, culminate nella frattura del 2014. E anche allora per ragioni riconducibili in buona sostanza ai suoi obliqui rapporti con forze di quell’islamismo considerato estremista, se non addirittura terrorista, e i suoi buoni rapporti con Teheran con cui il Qatar condivide lo sfruttamento di un massiccio giacimento. Quella del 2014 era stata poi in qualche modo sanata con un parziale ritorno a Canossa da parte del Qatar. Non è però tornata la fiducia anche perché Doha ha gradualmente ripreso le sue pratiche autonomistiche. Pratiche che questa volta sono state considerate non più tollerabili.

QUESTIONE DI TEMPISMO. La ragione? Quella di fondo sta nel momento politico, cioè all’indomani del vertice dei Paesi arabi e islamici impegnati contro il terrorismo e la politica destabilizzante dell’Iran, offerta su un piatto d’argento al ritrovato alleato storico americano che ha fatto dell’antiterrorismo e dell’ostilità a Teheran una vera e propria bandiera. Un’alleanza considerata di valenza strategica per i futuri assetti mediorientali anche perché correlata ai futuri rapporti con Israele. Quella occasionale data dalle critiche venute da Doha per l’eccessiva durezza manifestata nei riguardi dell’Iran e per l’equazione tra terrorismo iraniano (sciita) e terrorismo sunnita (Fratellanza musulmana in testa) sancito a Riad alla presenza anche di Doha. Un vulnus inaccettabile nel momento in cui il vertice di Riad aveva esaltato invece il valore di quella comune condanna.

RICADUTE NEFASTE PER DOHA. Da qui la decisione non solo della rottura delle relazioni diplomatiche da parte di Arabia Saudita, Emirati, del minuscolo Bahrein e dell’Egitto, impegnato in una lotta senza quartiere con la Fratellanza musulmana, ma anche dell’adozione di una serie di misure aventi un solo obiettivo: l’isolamento dell’infedele Qatar per via terrestre – chiusura dell’unica frontiera con Riad ,- aerea e marittima. E, ciò che più conta in prospettiva, il pregiudizio internazionale, con potenziali ricadute nefaste per il Qatar, a livello politico e di prestigio, certo, ma anche in termini economici: basti pensare, a titolo esemplificativo, ai potenziali riflessi sull’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2022 i cui lavori sono già iniziati. Anche con la partecipazione italiana. Le reazioni immediate del mondo finanziario ed energetico ne sono un’anticipazione significativa.

Rex Tillerson, il Segretaro di Stato americano.

ANSA

Si è scritto che con questa frattura è stata messa in crisi la “Nato araba” contro il terrorismo. Penso che si tratti di un giudizio quantomeno affrettato se solo si tiene conto del numero e del peso specifico dei Paesi che compongono quella coalizione araba e islamica a guida saudita varata nel dicembre del 2015 rispetto al piccolo Qatar. E non è certo decisiva la neutralità interessata di Kuwait e dell’Oman, già al lavoro, del resto, per ricucire lo strappo. Forse potrà essere più efficace un intervento mediatore da parte degli Usa di cui Qatar ospita un’importate base aerea. Rex Tillerson, il Segretaro di Stato americano, l’ha già del resto adombrata.

LO SPETTRO IRANIANO. Certo, è una ferita significativa soprattutto in seno all’ancora incompiuta coesione del Consiglio di cooperazione del Golfo, ma non tale da mettere in discussione la determinazione della coalizione a guida saudita contro le forze dell’estremismo e terrorismo sunnita e nei confronti dell’Iran, il suo grande rivale regionale e nel mondo islamico, oltre che "contro", adesso che può contare con la Washington di Donald Trump nei riguardi delle une e dell’altro. Penso allo stesso tempo che la presa di posizione dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, degli Emirati e del Bahrein – la lista si sta allungando - sia stata molto dura, forse troppo, e spiegabile solo ipotizzando il loro comune convincimento che nelle dichiarazioni del Qatar vi sia stata la pesante mano di Teheran, intollerabile e dunque da stroncare. Quasi un esercizio da proxy war.

NESSUNA ALTERNATIVA. Troppo dura perchè l’esasperazione che ne può derivare nella già forte polarizzazione in atto tra Teheran e Riad possa riservare effetti deleteri sulla partita della sconfitta militare dell’Isis a Mosul (Iraq) in tempi relativamente brevi, a Raqqa in Siria, su un orizzonte temporale più lungo ma già visibile. Partita nella quale si gioca il futuro assetto dell’intera regione mediorientale tra Iran e Arabia Saudita, certo, ma anche tra Turchia e Giordania, e naturalmente tra Russia e Usa e, in filigrana. Israele. A fronte della portata degli interessi in gioco penso altresì che il Qatar non abbia molte alternative. E Teheran ben poco potrebbe fare, anche se lo volesse, per trarlo d’impaccio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati