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LA TRUMPIANA
6 Giugno Giu 2017 1545 06 giugno 2017

Sul clima Trump non fa altro che gli interessi degli americani

L’accordo di Parigi avrebbe causato danni agli Usa in termini di lavoro, reddito e industria. Il presidente ha agito di conseguenza. Tenendo fede agli impegni presi in campagna elettorale. Se questo è populismo...

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Se la giornata mondiale dell’ambiente proclamata dalla Nazioni Unite si celebra il 5 giugno, gli Stati Uniti hanno festeggiato con qualche giorno d’anticipo, giovedì scorso. Perché è come una festa che gli americani hanno vissuto la decisione del loro presidente di uscire dagli accordi di Parigi sul clima siglati dall’amministrazione Obama a dicembre 2015. Uscita dagli accordi avvenuta nello stesso giorno, il primo giugno, in cui i dati sul mercato del lavoro hanno segnato una forte ripresa dall’8 novembre 2016, con oltre 1 milione di nuovi posti di lavoro creati nel settore privato e un aumento di valore della Borsa americana di 3.300 miliardi di dollari.

UNA LIBERAZIONE DALLE CATENE. Secondo uno studio di Nera (National Economic Research Associates), l’accordo di Parigi avrebbe causato agli Stati Uniti: una perdita di 2,7 milioni posti di lavoro da oggi al 2025. (numero che sarebbe più che raddoppiato, fino a 6,5 milioni di posti di lavoro persi, nel 2040); una riduzione del reddito di ciascun americano di 7 mila dollari annui; e, in termini di Pil, sempre da qui al 2040, di 3 mila miliardi di dollari. E ancora un crollo del 12% nel settore della carta; del 23% nel settore del cemento; del 38% per ferro e acciaio; dell’86% nel settore del carbone e del 31% in quello del gas naturale.

Questi i numeri disastrosi per gli Stati Uniti, mentre gli altri Paesi in cima alla lista delle emissioni di Co2 hanno tutto da guadagnare. Stando agli accordi di Parigi, infatti, la Cina può continuare ad aumentare le sue emissioni per altri 13 anni. L’India può raddoppiare la sua produzione di carbone, e in ogni caso ha diritto a lauti trasferimenti di risorse per la sua partecipazione all’accordo attraverso il “Green Climate Fund”, per il quale sono previsti stanziamenti da parte dei Paesi cosiddetti “sviluppati” di 100 miliardi all’anno fino al 2020, che potrebbero arrivare a 450 miliardi all’anno dopo il 2020. A oggi, di tutti gli Stati partecipanti all’accordo, molti dei quali biasimano Donald Trump, solo gli Usa hanno versato il primo miliardo.

RIAFFERMAZIONE DELLA SOVRANITÀ. Per questo gli americani hanno sempre visto gli accordi di Parigi come una redistribuzione della ricchezza dagli Stati Uniti verso gli altri Paesi. Il tutto per ridurre la temperatura globale di soli due decimi di un grado Celsius nel 2100. L’amministrazione Trump ha voluto celebrare questa festa nel giardino delle Rose della Casa Bianca, in un assolato pomeriggio di inizio giugno, quasi a richiamare la bellezza della natura. È una festa per gli americani che vedono le loro richieste soddisfatte dal presidente e che leggono questo passo come una riaffermazione della sovranità nazionale dopo otto anni di debolezza obamiana, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.

E LO CHIAMANO POPULISMO. C’è un unico faro che guida l’azione del presidente Trump: gli impegni presi con i suoi elettori. La volontà è di utilizzare i risparmi che derivano dall’uscita dagli accordi di Parigi per la riduzione delle tasse e per la lotta al terrorismo. Negli uffici della Casa Bianca questi impegni sono scritti con pennarelli colorati a caratteri cubitali in cartelloni appesi ai muri. E accanto a ognuno di essi c’è un quadratino da riempire con una spunta. Al termine del mandato dovranno essere tutti realizzati. Un modo di operare davanti al quale, piuttosto che criticare, i leader europei dovrebbero trarre ispirazione. Obiettivi ben definiti e lavoro quotidiano per raggiungerli quanto prima: sarebbe riduttivo chiamarlo populismo.

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