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8 Giugno Giu 2017 1802 08 giugno 2017

Terrorismo, il volto debole dell'Iran

Migliaia di estremisti sunniti reclutati nel Paese. Il sospetto di legami anche con i Mojahedin filo-iracheni. L'enigma di jihadisti arrivati da fuori. Teheran si scopre non poco vulnerabile alla minaccia.

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All'indomani dei gravissimi attacchi a Teheran rivendicati dall'Isis, al parlamento e al mausoleo di Khomeini, le forze di sicurezza iraniane hanno comunicato l'arresto di cinque sospetti terroristi, al momento sotto «interrogatorio». Sono ancora poche e confuse le informazioni diffuse: all'inevitabile necessità di tempo per ricostruire e investigare gli eventi si aggiunge la presenza della censura di Stato. Ma proprio per questo sono già tante, più di quante ci si potesse aspettare, le informazioni, le immagini e anche le indiscrezioni sugli attentati filtrate dalla Repubblica islamica.

TRE KAMIKAZE. Si sa che il commando armato assalitore del parlamento era composto da «quattro maschi travestiti da donne», tutti morti dopo «diverse ore» di scontri con le teste di cuoio dei pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, e che nell'altro commando penetrato nel complesso con la tomba di Khomeini una «donna attentatrice è stata catturata viva ed è nelle mani dell'intelligence». L'attacco al Majlis, l'assemblea legislativa dei deputati iraniani, è iniziato la mattina e terminato nel pomeriggio. Due terroristi si sono fatti esplodere al mausoleo e uno nel parlamento. Uno degli assalitori aveva anche aperto il fuoco sui passanti nella piazza vicino al palazzo istituzionale e un terzo commando pronto a compiere un attentato è stato neutralizzato.

Attacco al parlamento.

ANSA

Il Consiglio nazionale supremo di Sicurezza ha anche dichiarato alla tivù di Stato che i «terroristi degli attacchi del 7 giugno 2017 erano cittadini iraniani di alcune regioni, che si erano uniti all'Isis». Un video diffuso ad attentati ancora in corso sul sito Amaq del sedicente Califfato (confermato come autentico da alcuni deputati iraniani) mostrava uno dei jihadisti nel parlamento con a terra un ostaggio parlare in arabo perfetto. Si era anche sospettata la nazionalità pachistana di parte dei terroristi, invece la verità si è rivelata anche stavolta più semplice. Un'ala dei gruppi sunniti estremisti, combattuti da decenni nelle regioni iraniane di frontiera con l'Iraq, il Pakistan e Afghanistan, è passata con l'Isis.

GLI ESTREMISTI SUNNITI DEGLI JUNDALLAH. In Baluchistan, al confine con il Pakistan, è in particolare attiva la maggiore rete jihadista (classificata come terroristica anche dagli Usa) degli Jundallah, conosciuta anche come il Movimento di popolare di resistenza per le rivendicazioni politiche di «lottare per gli eguali diritti dei musulmani sunniti in Iran», tra il 4% e l'8% degli iraniani. Nel 2010 il leader Abdolmalek Rigi fu catturato e giustiziato ma i suoi combattenti, stimati tra le 800 e le 2 mila unità, hanno continuato ad agire: dal 2003 agli Jundallah vengono attribuiti 154 morti e almeno 320 feriti tra i civili iraniani. Il gruppo è ritenuto da diverse intelligence legato ad al Qaeda e ai talebani afgani e riceverebbe supporto logistico e finanziamenti da sponsor sauditi e del Pakistan.

Le Mojahedin del popolo iraniano.

Altre sigle jihadiste minori radicate tra il Sistan e il Baluchistan sono Jaish ul Ald e Harakat Ansar Islam, responsabili di attacchi anche recenti con bombe nelle moschee e contro militari iraniani. Anche al confine con l'Iraq, nella regione sud-occidentale del Khuzestan ricca di petrolio e a maggioranza araba sciita, sono presenti cellule di sunniti radicali separatisti: proprio da lì proverebbero i membri del commando che parlavano perfettamente arabo e che da lì si sarebbero spostati facilmente verso il Califfato tra la Siria e l'Iraq. Tra le forze di sicurezza iraniane era montato anche il sospetto che – come in Iraq parte dell'establishment laico sunnita di Saddam Hussein – si fosse unita all'Isis un'ala dei Mojahedin del popolo iraniano (Muk): illegale in Iran dallo scontro con la teocrazia dopo aver partecipato alla rivoluzione per rovesciare lo scià, il movimento opera in clandestinità e con migliaia di membri esiliati.

SOSPETTI SUI MOJAHEDIN. I Mojahedin guidati da Massoud e dalla moglie Maryam Rajavi sono ancora molto impopolari in Iran, nonostante le loro battaglie per il laicismo e la libertà dei sessi e di espressione, per gli attacchi armati compiuti dal 1981 in Iran, durante i quasi 10 anni di sanguinosa guerra contro l'Iraq: accolto da Saddam Hussein, il Muk in Iraq ha anche campi d'addestramento, smilitarizzati durante l'invasione e occupazione degli Usa che, come l'Ue, hanno di conseguenza tolto i Mojahedin dalla black list delle organizzazioni terroristiche. La rete d'opposizione islamico-marxista dei Rajavi è accusata da Teheran di ricevere grossi finanziamenti dagli Stati Uniti e dai sauditi e in Europa è basata a Parigi. L'Intelligence iraniana che indaga tenderebbe tuttavia a escludere un loro coinvolgimento negli ultimi attacchi.

Un pasdaran.

GETTY

L'attentatrice catturata viva proverrebbe dal «Sud dell'Iran», ma la nazionalità di tutti i terroristi che hanno fatto almeno 17 morti e una cinquantina di feriti (il bilancio è provvisorio) e il loro numero totale è un enigma ancora da sciogliere: la dichiarazione del Consiglio supremo di sicurezza è incompleta, l'agenzia Ap ripresa dai media russi parla di «6 attentatori iraniani», mentre l'intelligence di Teheran ha diffuso le immagini di 5 corpi con una nota di spiegazioni su come nella capitale abbia agito una «cellula terroristica dell'Isis di 5 persone, ex combattenti in Siria e in Iraq, che si erano recati a Raqqa e a Mosul». Ma altri terroristi della stessa cellula sarebbero stati catturati vivi.

L'ISIS PARLA (ANCHE) PERSIANO. Nonostante i controlli pervasivi delle autorità sono anche possibili infiltrazioni di jihadisti stranieri, specie dagli Stati confinanti di Iraq, Pakistan e Turchia, con i quali l'Iran ha da decenni relazioni intense e connessioni. Ma il pericolo – anche grazie a collegamenti esterni – viene soprattutto dall'interno: alla fine di marzo, con l'accelerata dalle offensive su Raqqa e Mosul, l'Isis ha per la prima volta diramato un video in farsi, la lingua persiana, per incitare la minoranza sunnita del Sud dell'Iran a insorgere. Da allora il sedicente Califfato ha continuato a pubblicare comunicati anche in farsi sul suo notiziario online Rumiyah.

Nel 2016 l'intelligence iraniana affermò di aver bloccato il reclutamento di circa 1.500 giovani iraniani nell'Isis

Già nel 2016 l'intelligence iraniana affermò di aver bloccato il reclutamento di circa 1.500 giovani iraniani nell'Isis, soprattutto attraverso la app Telegram, e di aver sventato un maxi attacco nella capitale. La Guida suprema Ali Khamenei e il governo del presidente rieletto Hassan Rohani avevano da poco assicurato che mai i jihadisti di al Bagdadi sarebbero penetrati nel territorio iraniano. Invece Teheran ha sìreagito prontamente, ma si è scoperta molto vulnerabile: armati di fucili d'assalto, i terroristi oscurati dal chador (la copertura integrale delle donne) sono riusciti a entrare dall'accesso verso le stanze dei deputati, e poi intercettati, in un parlamento blindato da una serie di controlli concentrici. E anche nel mausoleo di Khomeini privo di metal detector. I due luoghi simbolici e più importanti della Repubblica islamica sono stati violati.

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