May (2)

Elezioni nel Regno Unito

Brexit
9 Giugno Giu 2017 0914 09 giugno 2017

Brexit, cosa cambia dopo le elezioni nel Regno Unito

Slittano le scadenze. Si riaprono le questioni territoriali. Mentre cresce il dilemma tra divorzio soft e hard. Dopo l'azzardo fallito della premier May, Bruxelles oscilla tra senso di rivalsa e incertezza.

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Voleva un mandato forte e stabile, Theresa May, e dopotutto lo avrebbero voluto anche a Bruxelles. Per il capo negoziatore della Brexit, Michel Barnier, per la Commissione europea e anche per le diplomazie degli Stati membri così difficili da far viaggiare compatte, la priorità era un percorso chiaro e ordinato per gestire un negoziato di una complessità tecnica enorme e in cui l'unità dei 27 Paesi Ue, per ora solida come non mai, sarebbe stata messa in discussione a ogni passo. E invece la leader dei Conservatori britannici ha ottenuto il caos: un caso raro di elezioni in cui perdono tutti, i suoi Tory senza maggioranza, lo Scottish National Party anti-Brexit, lo Ukip che nella Brexit aveva la sua ragione di esistere, i laburisti che nonostante tutto non hanno vinto.

UNIONE EUROPEA IN POSIZIONE DI FORZA. Nei corridoi delle istituzioni europee si oscilla tra il gusto della rivalsa politica - la hard Brexit è stata sconfitta, ha subito sottolineato il presidente del parlamento Ue Antonio Tajani - e la consapevolezza che ormai il divorzio è nei fatti e i risultati del voto mettono le trattative in una grande incertezza su diversi fronti. L'Ue parte sicuramente da una posizione di forza, a livello tecnico. Mentre a Londra il governo vagava tra posizioni differenti e per molti versi fuori dalla realtà, come aveva confidato il numero uno della Commissione Jean-Claude Juncker dopo la cena con il primo ministro britannico, nei palazzi di Bruxelles erano già al lavoro sui dossier.

LENTE SULLA FRONTIERA IRLANDESE. Consideravano May in grado di arginare gli estremisti desiderosi di andarsene senza intesa, ma scommettevano sull'uscita del Regno Unito dal mercato unico e dall'unione doganale. Nel nome, ovviamente, della volontà di chiudere le frontiere, di dire "no" per principio alla libera circolazione. Ora i giochi si riaprono. I diplomatici Ue potrebbero avere a che fare con un governo meno stabile e meno capace di reggere le spinte interne ed esterne. Ma non è ancora chiaro come questo potrebbe influire sulla scelta tra hard e soft Brexit. «Un divorzio morbido potrebbe avvenire solo con un governo di coalizione delle opposizioni, io credo non sarà così e che il Regno Unito sarà fuori dal mercato unico», osserva con Lettera43.it Fabian Zuleeg, chief executive dell'European policy center di Bruxelles. «Si potranno ottenere dei compromessi su alcuni importanti dossier, ad esempio quello dei diritti dei cittadini, mentre la trattativa si farà più dura sui rapporti con l'Irlanda del Nord».

Ecco, le questioni territoriali. Lo Scottish National Party pronto a indire un referendum di indipendenza, guardando proprio a Bruxelles, ha preso una batosta. Ma l'instabilità rischia di investire soprattutto l'Irlanda del Nord. Il partito indipendista Sinn Féin ha ottenuto un buon risultato, ma gli unionisti del Dup stanno trattando con i Tory per formare un esecutivo di minoranza. Se così fosse vorranno certo dire la loro sui rapporti con Dublino: «Vorranno avere certamente una frontiera più chiusa», chiosa Zuleeg. E l'Irlanda, che era riuscita a inserire nelle linee guida Ue il richiamo all'accordo di pace del Venerdì Santo a cui proprio gli unionisti si opposero, non deve apprezzare.

SLITTANO ANCORA I TEMPI. Il calendario, in tutto ciò, è destinato a saltare di nuovo, per assecondare gli inglesi. La tabella di marcia fissata a Bruxelles, data l'enorme complessità tecnica finanziaria del negoziato, era serrata. La prima fase, quella del divorzio, secondo la diplomazia Ue, doveva chiudersi entro ottobre-novembre del 2017. E includere l'accordo sui diritti dei cittadini Ue Oltremanica e anche il conto da pagare. Cioè, l'intesa sugli impegni finanziari che il Regno Unito aveva preso con l'Unione. Due dossier cruciali su cui prima della fine della legislatura avrebbe dovuto esprimersi anche il Parlamento europeo.

LA FRECCIATA DI BARNIER. Poi, se tutto fosse andato liscio, sarebbe servito almeno un anno per dare forma al nuovo rapporto tra l'Europa a 27 e Londra. E già il voto indetto a sorpresa dalla May ha provocato uno slittamento di un mese. Ora dal quartier generale dei Tory spiegano che la premier non vuole permettere a Bruxelles di rinviare i negoziati, incolpando l’Unione del disastro che ha confezionato con le sue mani. Un Paese piombato nell’incertezza, un parlamento appeso e piani che non avevano nulla di definito nemmeno prima. Tanto che Barnier ha messo subito in chiaro: «I negoziati inizieranno quando il Regno Unito sarà pronto, la tempistica e le posizioni europee sono chiare, pensiamo a trovare un accordo».

In questo caos, la consolazione è il vantaggio competititvo: l'Unione, con i suoi apparti tecnici e diplomatici, può approffittare di altro tempo per preparsi a un divorzio che non aveva chiesto e cercare di ottenere per sé il meglio possibile. E per un altro po' si può cullare nell'idea che gli stabili e forti stanno dall'altra parte della Manica.

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