May (2)

Elezioni nel Regno Unito

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9 Giugno Giu 2017 0714 09 giugno 2017

Elezioni Uk, May perde la maggioranza ma tira dritto

Il voto anticipato si ritorce contro la premier, che non ha alcuna intenzione di lasciare. Forte dell'alleanza con gli unionisti nordirlandesi. Forse non sufficiente. Confermati i ministri più importanti.

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Aveva indetto il voto anticipato per rafforzare il partito conservatore e ottenere potere contrattuale per la Brexit. E invece ha aperto le porte a una crisi di governo. La premier Theresa May ha vinto le elezioni britanniche, ma non poteva sperare in una vittoria peggiore. I Tory hanno perso la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni, spiazzati dalla rimonta incredibile del Labour di Jeremy Corbyn. Il ministro degli Esteri Boris Johnson, quello degli Interni Amber Rudd, il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, il ministro della Brexit David Davis e il ministro della Difesa Michael Fallon resteranno tuttavia al loro posto. Lo ha confermato Downing Street, dopo le anticipazioni della Bbc. Per oggi non sono previste ulteriori nomine e la compagine di governo sarà completata a partire dal 10 giugno. Intanto anche l'ultimo collegio, quello di Kensington, a lungo conteso e soggetto a un conteggio ripetuto, è andato al Labour, che chiude così con 262 seggi, 30 in più rispetto al 2015. I Tory restano invece a 318, 12 in meno.

MAY DALLA REGINA PER FORMARE IL GOVERNO. I conservatori non sono riusciti a ottenere i 326 seggi necessari per governare sul totale di 650 (clicca qui per rivivere la cronaca della nottata). La premier sembrava rischiare il posto a Downing Street, ma è stata lei stessa ad allontanare l'ipotesi di dimissioni, recandosi in visita dalla regina per formare il nuovo governo, forte del sostegno degli unionisti del Dup. «Darò vita a un nuovo governo per attuare la Brexit e mantenere il Paese sicuro», ha dichiarato, confermando che i due partiti collaboreranno perché accomunati da una «salda relazione» che va avanti da anni. Con il timore del cosiddetto hung parliament (un parlamento senza maggioranza assoluta), tuttavia, la sterlina è già crollata nel mercato valutario.

Dalle file laburiste era arrivata subito dopo il voto la prima richiesta di dimissioni nei confronti di May: «Ha fallito, se ne vada», aveva attaccato Corbyn. E se la premier avesse rispettato quanto da lei dichiarato il 20 maggio, il suo destino sarebbe stato proprio quello. «Se perdo anche solo sei seggi perderò le elezioni e Jeremy Corbyn si siederà per negoziare con l'Europa», aveva scritto, ancora convinta dei mezzi del suo partito.

Il verdetto è rimasto in sospeso fino all'alba, mentre lo spoglio proseguiva nella notte con diversi collegi testa a testa. Ma alla fine gli exit poll si sono dimostrati precisi e il Regno Unito si trova ora con un parlamento 'appeso' alla necessità di una qualche coalizione. Anche per la decisione dei LibDem di Tim Fallon di non allearsi con nessuno.

CROLLANO GLI INDIPENDENTISTI SCOZZESI. Crollo per gli indipendentisti scozzesi del Snp di Nicola Sturgeon, indicati ancora come primo partito nella loro roccaforte del Nord, ma con 35 seggi contro i 56 (su 59 totali della Scozia) di due anni fa. Mentre rialzano la testa proprio i LibDem, con 12 seggi contro 8, e restano al palo come previsto (0 seggi) gli euroscettici dell'Ukip, ormai orfani di Nigel Farage e fagocitati dalla campagna pro Brexit di May. ll leader Paul Nuttall ha annunciato le proprie dimissioni nel corso di una conferenza stampa.

Un quadro che rende il Paese quasi ingovernabile e fa già immaginare nuove elezioni in tempi non troppo lontani. Ai conservatori i numeri mancano infatti anche sommando i 'vassalli' unionisti nordirlandesi del Dup. Mentre a Corbyn toccherebbe inventare una coalizione multicolore tanto risicata quanto fragile, tra l'altro impossibile senza i liberal-democratici.

Dopo il referendum che ha decretato la Brexit nel 2016, i sudditi di Sua Maestà sono tornati alle urne per ribaltare ancora una volta i progetti dei governanti. Per la premier conservatrice c'era solo da tenere a bada il tentativo di rimonta del Labour di Corbyn, vittima sacrificale della sfida nei pronostici, che è stato invece capace di condurre a 68 anni un'ottima campagna, con una versione rinnovata del suo programma da vecchio socialista, e di risvegliare entusiasmi sopiti soprattutto tra i giovani.

UN SUICIDIO DEGNO DI CAMERON. La 60enne May, per uscirne bene, non poteva che portare a casa più seggi di quanti ne riuscì a racimolare nel 2015 David Cameron. Per non far saltare il banco doveva uscire almeno il 332: qualcosa di meglio, insomma, dei 331 deputati su 650 che i conservatori avevano nella precedente Camera dei Comuni. E invece, proprio come Cameron fece con la Brexit, la sua decisione si è dimostrata un suicidio. Stando ai numeri, nessuno ha ora la possibilità di formare un governo.

IL MIRACOLO DI CORBYN. A May non sono dunque serviti gli slogan muscolari esibiti negli ultimi giorni di campagna e i toni da 'donna forte' decisa a garantire «gli interessi nazionali» nell'ambito di una Brexit senza se e senza ma; e a rispondere al terrorismo con una guerra senza quartiere, anche al prezzo di abolire qualche tutela dei diritti umani. Paul Nuttall, leader sconfitto dell'Ukip, accusa ora la premier di aver «messo in percolo la Brexit». Corbyn, viceversa, ha fatto un vero e proprio miracolo, per un uomo spesso sottovalutato, talora irriso e in genere osteggiato dall'establishment, non esclusa una parte della nomenklatura laburista. Ma capace di regalare ai suoi sostenitori una sorpresa che a livello di probabilità non ha niente da invidiare alla Brexit.

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