Residency Visa
15 Giugno Giu 2017 1500 15 giugno 2017

Iran, al mercato nero dei visti per l'Italia

Da Teheran monta una petizione che chiede di appurare irregolarità sul rilascio di visa all'ambasciata. A pochi mesi dal caso di Erbil. E dopo inchieste su sedi diplomatiche in Africa, Asia e Balcani.

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Gli oltre 1.500 firmatari tra iraniani e italiani si augurano diventi penale, o almeno oggetto di inchieste governative come per altre ambasciate nel mondo, ma il caso è già mediatico. In un paio di settimane la petizione di una cittadina di Shiraz su Change.org per «fermare l'ambasciata italiana in Iran dal vendere appuntamenti al mercato nero per i visti» ha raccolto centinaia di sottoscrizioni al giorno. Altre 1.000 firme e l'appello finirà sul tavolo del ministro degli Esteri Javad Zarif che certo non vuole compromettere i buoni rapporti tra le diplomazie di Roma e Teheran (l'Italia è tornata il primo partner commerciale dell'Iran), ma se la Farnesina non risponderà potrebbe accendere i riflettori sull'accaduto.

ACCUSA E SMENTITA. Nella denuncia si sostiene che l'ambasciata italiana realizzi un «enorme profitto, vendendo gli appuntamenti per i visti ad agenzie di viaggio e ad altri intermediari». Per riuscire a entrare nel nostro Paese si arriverebbe a sborsare «dai 150 ai 900 euro solo per un appuntamento», pena l'impossibilità di fissare l'incontro: un comportamento per i firmatari «non più tollerabile», «illegale e discriminatorio». La sede diplomatica italiana a Teheran smentisce nettamente l'esistenza di «diverse prove» citate sulla petizione a dimostrazione della consapevolezza dell'ambasciata, sottolineando come invece non risulti «alcun elemento che possa suggerire il coinvolgimento di proprio personale». Si tratterebbe di soggetti «totalmente estranei, operatori privati non autorizzati».

L'ambasciata italiana a Teheran.

Il modus operandi delle «filiere criminali esterne» consisterebbe nel «prenotare gli appuntamenti sul sito dell'ambasciata per conto di regolari utenti», rivendendoli poi in «cambio di somme di denaro». La rappresentanza diplomatica italiana riferisce di avere anche sensibilizzato le «competenti autorità iraniane» (le quali avrebbero accettato la «richiesta collaborazione per porre fine a tale incresciosa situazione») e farebbe «tutto quanto in suo potere per ostacolare come può le attività di tali speculatori». Anche sospendendo, «ormai da molti mesi», «ogni rapporto con agenzie di viaggio per la concessione di appuntamenti» e affiggendo in merito vistosi comunicati in italiano e in farsi, la lingua persiana.

I CASI PASSATI. Certo non giova all'immagine della suddetta ambasciata il commento in calce alla petizione di un firmatario italiano, «ex stagista della sede diplomatica», sulla «vergogna incredibile» provata a quei tempi trovandosi di fronte a un presunto «girone dantesco di arrivisti e arraffoni di bassa lega». Accuse tutte da dimostrare e che, compresa la «bassa lega», fanno a pugni con lo status di una categoria con tra i più alti (e privilegiati) rappresentanti dello Stato. Ma tutt'altro che inedite, in un passato anche recente, per delle ambasciate e dei consolati italiani all'estero. È di inizio 2017 il visagate alla rappresentanza italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, emerso all'opinione pubblica da un'esclusiva del Corriere della sera a firma di Lorenzo Cremonesi.

C'è chi racconta di essere stato costretto a chiedere visti d'ingresso per l'Italia ad altri Paesi dell'area Schengen

Voci, da «ormai quasi un anno», riferivano di «bustarelle» e «operazioni poco pulite per ottenere l’agognato visto che permette l'accesso all'area Schengen» ai curdi-iracheni: fino a 10 mila euro per una procedura che nel Paese legalmente ne costa solo 90. A Erbil il ministero degli Esteri italiano ha inviato subito ispettori e aperto un'inchiesta sulla concessione di oltre 150 visti sospetti in cambio di cifre astronomiche, pretese da curdi e arabi anche in fuga dalla guerra per entrare legalmente – com'è sempre più spesso recriminato ai profughi che rischiano la via sui barconi – nell'Ue. Sono emerse irregolarità e il responsabile locale della sezione visti è stato rimosso dal suo incarico e sostituito.

ABUSI DAL 2015. Anni fa altre ambasciate italiane all'estero (Albania, Serbia, Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, Turchia oltre ad alcune sedi asiatiche) finirono indagate dalla nostra magistratura per irregolarità nella concessione di visti talvolta anche falsi. Per l'Iran le accuse di coinvolgimento respinte dalla sede diplomatica restano da appurare. A carico di chiunque emergano responsabilità o negligenze, anche da parte di autorità iraniane, è comunque un dato che il giro che la rappresentanza italiana di Teheran afferma di voler stroncare va avanti almeno dal 2015 ed è noto a diversi connazionali frequentatori dell'Iran oltre che agli iraniani frequentatori dell'Italia.

BOOM DI RICHIESTE. Con le prospettive di apertura all'Occidente per il cambio di presidenza e i negoziati sul nucleare andati a buon fine, le domande di visti dall'Iran per l'area Schengen – soprattutto per l'Italia, il Paese più amato – si sono moltiplicate, creando file alle ambasciate e ai consolati europei. Qualcuno ne ha approfittato, alimentando un mercato nero che arricchisce (molto) pochi e penalizza centinaia di cittadini comuni. C'è chi racconta di imbattersi regolarmente in individui che, prezzolando, li scavalcano. E chi di essere stato costretto a chiedere visti d'ingresso per l'Italia ad altri Paesi dell'area Schengen: un prezzo meno salato da pagare delle centinaia di euro per il business illecito.

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