Paris
15 Giugno Giu 2017 0800 15 giugno 2017

Padre Petitclerc: «L'accoglienza è l'antidoto al fondamentalismo»

Un rapporto catastrofico con la scuola. Rancore. Condanna alla disoccupazione. Ghettizzazione. I ragazzi delle banlieue francesi sono un bacino per i predicatori d'odio. Così Padre Peticlerc offre loro una alternativa.

  • ...

Davanti alla minaccia terroristica c'è chi come i movimenti populisti soffia sul fuoco della paura e chi invece quel fuoco tenta di spegnerlo con un’opera di accoglienza e integrazione. Padre Jean Marie Petitclerc è il fondatore dell’associazione Il Valdocco che dal 1995 opera nel quartiere Dalle d’Argenteuil, periferia parigina violentata dall’urbanizzazione degli Anni 90. I salesiani di Don Bosco hanno teso una mano agli abitanti del quartiere preoccupati di far crescere i propri figli in un contesto di violenza. Petitclerc dà sostegno alle famiglie in difficoltà e segue i ragazzi che hanno problemi a scuola. Anche se, spiega a Lettera43, «il problema numero uno non è l’urbanizzazione ma il tasso di disoccupazione giovanile che qui è al 25%, il doppio della media nazionale francese».

Padre Jean Marie Petitclerc

DOMANDA. Quale è la situazione attuale nelle banlieue parigine?
RISPOSTA. Sebbene siano stati investiti decine di milioni di euro per un gigantesco piano di rinnovamento urbano, alcuni quartieri della periferia di metropoli come Parigi continuano a essere territori sensibili e anche il più piccolo incidente con le forze dell’ordine genera episodi di violenza urbana.

D. I giovani sono i più esposti...
R. È così. Contrariamente a quanto pensano alcuni politici, il problema numero uno non è l’urbanizzazione ma il tasso di disoccupazione giovanile che qui è al 25%, il doppio della media nazionale. Anche la scuola conosce una vera sconfitta: circa un ragazzo su due non ha le competenze tali per ottenere il diploma finale. Ciò vuol dire che qui circa un ragazzo su due è costretto all’ozio.

D. Chi sono questi ragazzi?
R. Si tratta perlopiù di giovani franco-magrebini, il cui numero è cresciuto in questi quartieri. Hanno un catastrofico rapporto con la scuola e con il mondo del lavoro che spesso li porta nelle maglie dell’economia sommersa e a qualche scivolata nella violenza. Iniziano così a nutrire odio verso la società francese che non dà loro il posto che vorrebbero e vedono i loro genitori non abbastanza rispettati.

D. Il fondamentalismo islamico dà loro una risposta?
R. L’ideologia islamica sazia una sete di vendetta e permette loro di acquisire una statura di eroi. Non sono giovani musulmani che si radicalizzano ma di giovani radicalizzati che si islamizzano.

D. Come si inserisce il vostro lavoro di prevenzione del radicalismo in una nazione che pone la laicità tra i suoi valori fondanti?
R. In Francia esistono due concezioni di laicità. La prima, scritta nella legge del 1905, vede la laicità come la garanzia della libertà di espressione e di pratica religiosa di ciascuno, con il solo limite della turbativa all’ordine pubblico. All’inizio del 20esimo secolo, però, è apparso il laicismo che consiste nell’interdire tutte le forme di espressione e di pratica religiosa. Ecco, il Valdocco è un’associazione laica nel primo significato del termine: tutti sono accolti, siano essi cristiani, musulmani, ebrei o atei. Tutte le convinzioni di fede o di non fede sono rispettate e i ragazzi sono accompagnati secondo le modalità della pedagogia salesiana che in associazione definiamo la pedagogia della fiducia.

L’ideologia islamica sazia una sete di vendetta. Non sono giovani musulmani che si radicalizzano ma di giovani radicalizzati che si islamizzano

D. Dopo gli attentati che hanno colpito Parigi la Francia è diventata islamofoba?
R. Non credo. La maggior parte dei miei concittadini conosce la differenza tra i musulmani che praticano la religione in maniera pacifica, e sono la maggioranza, e quella minoranza di radicali tentati dal terrorismo. I parigini hanno dato prova di una grande forza morale rifiutando di fare il gioco di chi voleva instillare un clima di guerra civile tra i musulmani e il resto della popolazione. Parigi ha scelto di non farsi guidare dalla paura e di continuare a vivere nello stesso modo. Questo è un fallimento per i terroristi.

D. Nel resto del Paese però Marine Le Pen e la sua politica anti-immigrazione ha avuto successo. Come se lo spiega?
R.
La signora Le Pen ha fondato la sua campagna sulla paura dell’altro e del futuro. Ha avuto successo nei quartieri popolari dove gli abitanti si sentono abbandonati alla delinquenza e nelle zone rurali, dove gli agricoltori, al limite del suicidio, hanno l’impressione che lo Stato faccia più per i migranti che per loro. La popolazione di Parigi è composta soprattutto da classi agiate, classe media e studenti favorevoli all’Europa e ciò spiega le basse percentuali ottenute dal Fronte Nazionale.

D. Il modello di integrazione francese ha fallito?
R. A fallire è stata la mescolanza etnica e sociale nelle città. La politica cittadina non ha un respiro inclusivo. Le attività di un quartiere sono destinate solo ai residenti e non c'è apertura all'altro. Questo atteggiamento non ha permesso di arginare il fenomeno della ghettizzazione. Non solo. Il modo in cui è stata operata la decolonizzazione, che resta ancora argomento tabù, ha generato nelle nuove generazion un sentimento di odio che rende il nostro Paese più fragile.

D. Come vede la situazione italiana?
R. Non la conosco benissimo. Ma quello che posso dire è che in Italia, anche se le condizioni di vita di alcuni immigrati non sono facili, non vedo un rigetto nei confronti della nazione che li ha accolti. È l’accoglienza il miglior argine alla propagazione del fondamentalismo islamico. Il messaggio di fraternità di Papa Francesco va in questa direzione.

D. Cosa dovrebbe fare il nuovo Governo per contrastare il fondamentalismo islamico?
R. La creazione di un ministero per la Coesione dei territori è un buon segno. Questo potrebbe aiutare i ragazzi ad affrontare il futuro con spirito di apertura che li aiuterà a lottare contro il fondamentalismo islamico. Penso, inoltre, che si debbano rivedere le regole che impongono la scelta della scuola all'interno del quartiere dove si vive per permettere ai ragazzi di incontrarsi e confrontarsi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati