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16 Giugno Giu 2017 0800 16 giugno 2017

Russiagate, Trump gioca col fuoco: quanto è vicino l'impeachment

In patria lo scandalo è considerato più grave del Sexgate di Clinton. Indagini ed epurazioni sono analoghe al Watergate di Nixon. Ma i repubblicani hanno i voti al Congresso per non farlo cadere. Il punto.

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Più da impeachment di Bill Clinton, un po' meno (ancora) di Richard Nixon. Con un commento sul Washington Post che crocifigge il presidente del suo partito, l'ex deputato repubblicano Bob Inglis sostiene che le accuse contro Donald Trump siano «molto più gravi» di quelle all'epoca contro il presidente Clinton. Da estensore, tra gli altri, negli Anni 90 della richiesta d'impeachment per il Sexgate con Monica Lewinsky, Inglis esorta i repubblicani a «mostrare coraggio». Se tornassero a remare contro il neo presidente degli Usa, come ai tempi della sua recente campagna elettorale osteggiata per mesi dall'establishment del Grand old party (Gop), per Trump sarebbe davvero finita.

PAURA DI PERDERE IL 39% DEGLI ELETTORI. Diversi sviluppi, anche interni alla sua Amministrazione, sull'indagine del Russiagate aperta dall'Fbi ricalcano le tappe che dal Watergate nel 1972, e dopo vari altri scandali a catena sulla presidenza, portarono in un paio di anni alla storica cacciata di Nixon dalla Casa Bianca. Di questo passo anche a Trump potrebbe toccare la stessa fine, se non fosse che un Gop fattosi parecchio timoroso di perdere il 39% dell'elettorato contento del tycoon alla Casa Bianca ha iniziato a coprirgli le spalle. Inglis, per due legislature al Congresso, è di un'altra pasta: non vuol neanche mandare all'aria l'accordo sul clima di Barack Obama, è di idee repubblicane ma indipendente come avvocato, proprio come il capo dell'Fbi James Comey silurato da Trump.

James Comey.

GETTY

Obama lo aveva voluto alla guida della polizia federale, nonostante il diverso orientamento, perché già procuratore super partes. A Comey si deve la riapertura dell'inchiesta sulle email della candidata democratica Hillary Clinton, in piena corsa elettorale, e del successivo fascicolo del Russiagate, per scavare sulle sempre più sospette interferenze del Cremlino, attraverso Trump, nell'elezione del 45esimo presidente degli Usa. Venute a galla le indagini, l'inquilino miliardario della Casa Bianca lo ha rimosso dalla sera alla mattina: Comey ha saputo che non era più direttore dell'Fbi accendendo la tivù. Un'epurazione che avvicina molto il Russiagate al Watergate di 45 anni prima.

COMEY SILURATO COME COX DA NIXON. Tallonato dalle inchieste, anche Nixon ordinò all'allora procura generale il licenziamento del procuratore speciale Archibald Cox, incaricato di seguire il Watergate e le sue molte diramazioni. Il rifiuto dei vertici della magistratura portò alle dimissioni prima del procuratore generale Elliot Richardson e poi del suo vice William Ruckelshaus. Ma il terzo in carica al Dipartimento di Giustizia, Robert Bork, sdoganò infine l'agognato siluramento di Cox. Al confronto quella di Comey è stata una decapitazione: Trump avrebbe avuto il via libera immediato (secondo sua versione addirittura l'input) del fedelissimo procuratore generale Jeff Session, sentito poi alla Camera per un sospetto incontro con dei funzionari russi, e del suo vice Rod Rosenstein.

Rispetto alla tormentata Amministrazione Nixon cambiano i rapporti di forza tra Trump e la maggioranza al Congresso e dentro il suo stesso Partito repubblicano

Ricostruzione da appurare con altre indagini, ma la sostanza non cambia. Tanto più che, per la dubbia uscita di scena di Comey, a maggio 2017 Session è stato poi costretto alla nomina del procuratore speciale Robert Mueller (già capo dell'Fbi e vice procuratore generale sotto l'anti-trumpiano George W. Bush) che porta avanti l'inchiesta sul Russiagate di Comey e, ha rivelato il Washington post, ha indagato per ostruzione alla giustizia nientemeno che Trump.

L'ANALOGIA DEL WASHINGTON POST. Proprio dal quotidiano conservatore, autore di diversi scoop sul Russiagate, partì la memorabile inchiesta del Watergate: altra analogia. Cambiano però, rispetto alla tormentata Amministrazione Nixon, i rapporti di forza tra l'attuale presidente e la maggioranza al Congresso e dentro il suo stesso partito.

Se nel 1974 Nixon rassegnò le dimissioni ancor prima che scattasse l'impeachment, tanto ne era sicuro, con Trump sarà dura far partire la procedura che per autorità (con il sì della Commissione Giustizia della Camera, poi della maggioranza semplice della stessa, infine di due terzi dei senatori) spetta al Congresso. Allora i democratici controllavano la Camera, dal 2017 i repubblicani detengono la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. E Trump, che non si fa remore dall'uso dei forti poteri presidenziali, dopo l'insediamento ha anche nominato un giudice conservatore decisivo alla Corte suprema. Un mandato pressoché assoluto.

I MEDIA DI DESTRA E POPOLARI CON DONALD. Il presidente tycoon ha dalla sua parte anche media di destra radicale come Breitbart e soprattutto reti popolari come la Fox tivù del colosso di Murdoch che mobilitano l'opinione pubblica portando milioni di voti, poco importa se spostati verso l'estremismo: per opportunità politica il Gop in crisi d'identità e di consensi si sta allineando su Trump. Perciò il buon Inglis ricorda obiettivamente ai repubblicani la sproporzione tra le conseguenze per lo Stato dello scandalo sessuale di Clinton esploso nel 1998 (per il quale il Senato non ritenne vi fossero gli estremi di impeachment) e di eventuali, possibili interferenze geopolitiche russe nell'ultima campagna elettorale Oltreoceano.

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