Raqqa
30 Giugno Giu 2017 2109 30 giugno 2017

Raqqa dopo l'Isis, tre ostacoli per il piano Usa

Washington punta a creare una forza locale per controllare la città una volta sconfitto Daesh. Ma servono truppe arabe affidabili che sostituiscano i curdi. Mentre Damasco non intende perdere influenza. E Ankara minaccia di flirtare con Mosca.

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A tre anni dalla sua fondazione, il Califfato è al collasso. L'ultima notizia è la cacciata dei miliziani dello Stato islamico dalla regione di Aleppo, dove erano insediati da oltre tre anni. Le forze governative siriane e le milizie sciite ausiliarie hanno avuto la meglio contro le ultime forze jihadiste lungo la strada Khanaser-Ithriya-Tabqa a Sud Est della città un tempo più popolosa del Paese. Contemporaneamente, nella roccaforte irachena di Mosul sono rimasti qualche centinaio di jihadisti e la “capitale” siriana di Raqqa è completamente circondata dalle forze curdo-arabe (Sdf, Syrian defense force) sostenute dagli Usa. In nessuna delle zone liberate dallo Stato islamico la pacificazione sarà facile, ma a Raqqa in particolare si preannuncia particolarmente difficile.

Raqqa è stata completamente circondata dalle Sdf (mappa: liveuamap).

1. Pacificazione difficile con poche forze locali

Secondo quanto riferito dal dipartimento di Stato Usa, le forze speciali americane e i loro alleati curdo-arabi stanno lavorando per costruire una milizia di circa 3.500 uomini da tenere di stanza a Raqqa (una città di circa 200 mila persone) quando l'Isis sarà distrutto. Ad aprile è stato creato il Raqqa Civilian Council nel paese di Ain Issa, poco fuori dalla città, incaricato proprio di addestrare, equipaggiare e pagare questa sorta di polizia militare (chiamata Raqqa Internal Security Force) e secondo quanto riportato dalla rivista Foreign Policy il piano è quello di preparare i 3.500 uomini nel giro di una settimana.

I CURDI DEVONO LASCIARE IL POSTO AGLI ARABI. La milizia, che Washington ha assicurato avrà una composizione etnica rispondente alla popolazione locale, sarà educata al rispetto dei diritti umani, alle tecniche di controllo delle folle e alla creazione di checkpoint. Se il piano dovesse essere rispettato, le forze curde, che rappresentano il grosso dell'offensiva, dovrebbero gradualmente ritirarsi e lasciare il monopolio della sicurezza alla Raqqa Internal Security Force, prevalentemente araba. Resta la questione di come un apparato di questo tipo, fresco di addestramento e relativamente poco numeroso, possa riuscire a mantenere la sicurezza in una città così popolosa e completamente in rovina. Inoltre, già in passato i tentativi di creare o avvalersi di forze arabe sunnite locali nella lotta contro lo Stato islamico e Damasco sono in sostanza falliti, dal primo Free Syrian Army alle milizie addestrate dalla Cia in Giordania e Turchia.

2. L'ostilità del regime e dei suoi alleati

Alla questione del controllo interno della città bisogna aggiungere i rischi per la pacificazione che si trovano all'esterno. Con l'avvicinarsi a Raqqa delle truppe appoggiate dagli Usa, l'esercito regolare del presidente siriano Bashar al Assad sostenuto dalle milizie sciite filoiraniane e dall'aviazione russa si è fatto strada fino ad arrivare alle porte della roccaforte jihadista. Damasco, Teheran e Mosca (sebbene combattano l'Isis) temono che la conquista di Raqqa possa aumentare eccessivamente il potere contrattuale di Washington in vista di trattative per il futuro politico della Siria.

NESSUN FILO-ASSAD NEL CONSIGLIO. Nel consiglio cittadino che governerà la città, è già stato assicurato dalla Casa Bianca, non ci saranno uomini leali al regime di Assad. Nell'ultimo mese, la tensione tra i due grandi fronti fuori dalla città è aumentata, culminando nell'abbattimento di un jet siriano da parte dell'aviazione Usa. La mancata collaborazione dell'asse filo-Assad, oltre che a rallentare l'offensiva contro il Califfato, rischia di essere un grosso problema anche dopo l'eventuale vittoria.

3. La dipendenza dai curdi fa infuriare la Turchia

Mentre il piano di creare una polizia militare locale procede con tutti i suoi dubbi, la battaglia continua con Washington che sempre più si appoggia ai curdi. Il 27 giugno il segretario alla Difesa Jim Mattis ha fatto sapere che gli Stati Uniti continueranno a fornire armi ai curdi anche quando la campagna di Raqqa sarà conclusa. Per Washington, i combattenti dell'etnia presente nel Sud della Turchia, nel Nord della Siria e dell'Iraq e nel Nord Ovest dell'Iran sono l'alleato che si è dimostrato più affidabile in questi anni. Perdere l'unico asset geopolitico nella regione che gli è rimasto rappresenterebbe un'ulteriore perdita di influenza per gli Usa. «Continueremo a rifornirli fino a quando ce ne sarà bisogno», ha dichiarato Mattis rispondendo a chi gli chiedeva se gli Usa rispetteranno la promessa fatta ad Ankara di ritirare le armi ai miliziani una volta sconfitto lo Stato islamico.

ANKARA PUÒ METTERSI IN MEZZO. Il presidente Recep Tayyip Erdogan vede il rafforzamento, l'espansione e la sempre maggior autonomia dei curdi come una minaccia, la principale per la Turchia che può nascere dal conflitto siriani. L'estensione dell'influenza della minoranza nel futuro governo di Raqqa è fumo negli occhi per Ankara, che combatte da decenni il Pkk all'interno dei suoi confini e che teme che una regione autonoma curda alla sua frontiera meridionale. L'inviato speciale Usa per la coalizione anti-Isis, Brett McGurk, si è recato ad Ankara per colloqui con le autorità turche. Se infatti Washington non può fare a meno delle milizie del Sdf, non può neanche inimicarsi l'alleato della Nato, presente in forze nel Nord della Siria con uomini e mezzi e che da almeno un anno minaccia di avvicinarsi a Mosca a scapito di Washington.

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