Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

ESE
3 Luglio Lug 2017 0800 03 luglio 2017

L'Italia prepara progetti militari con Germania, Francia e Austria

L'idea è di addestrare truppe con quelle di Berlino, Parigi e Vienna. Con lo scopo di avere una forza in grado di operare in Europa dell'Est o in Nord Africa. Dove già collaboriamo per fermare i migranti. 

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Si litiga sui migranti da tenersi in casa, si preparano progetti intergovernativi per la Difesa comune anche con l'obiettivo di fermare i flussi di migranti nei Paesi d'origine. Gli Stati Ue non riescono ad accordarsi sulla distribuzione dell'accoglienza, ma stanno invece imboccando all'unanimità il progetto di rafforzamento e coordinamento delle loro capacità militari. L'ultimo consiglio europeo del 22 e 23 giugno ha approvato in toto e in pochi minuti le conclusioni sulla nuova politica di difesa, compreso l'avvio della Pesco, il nuovo sistema di cooperazione permanente che dovrebbe vedere i Paesi Ue presentare progetti condivisi in campo militare. E secondo quanto risulta a Lettera43.it l'Italia ne avrebbe già uno nel cassetto, che prevede l'addestramento congiunto di corpi dell'esercito italiano assieme a quello francese, tedesco e austriaco.

QUATTRO PAESI, STESSI INTERESSI. L'iniziativa dovrebbe essere presentata entro la fine dell'anno e forse coinvolgerà anche altri Paesi. Di certo c'è che il quartetto, che include anche un Paese non Nato come l'Austria, ha in comune l'interesse di gestire la crisi migratoria oltre che di rafforzare le frontiere a Est dell'Ue. E infatti, spiega una fonte diplomatica europea, il progetto guarda soprattutto a interventi in Africa e in Europa orientale.

Le missioni militari (in giallo) e civili (in azzurro) delle forze armate dell'Unione europea.

L'addestramento comune e la scelta di terreni dove operare rispondono perfettamente agli impegni previsti nel protocollo sulla cooperazione strutturata permanente allegato al Trattato di Lisbona. Gli Stati partecipanti, si legge tra le altre cose nel protocollo, si impegnano a ravvicinare, per quanto possibile, i loro strumenti di difesa «promuovendo la cooperazione nei settori della formazione e della logistica» e «identificando obiettivi comuni in materia di proiezione delle forze». Sul fronte dell'addestramento si tratta di replicare quanto la Germania, lungimirante, stava già facendo da sola con i Paesi dell'Europa dell'Est e quanto si fa regolarmente sotto il cappello dell'Alleanza Atlantica, ma il progetto vedrebbe insieme le prime tre economie dell'Eurozona e, appunto, una nazione che non è nella Nato.

TAMPONAMENTO DEI CONFINI. L'Austria negli ultimi anni è apparsa particolarmente sensibile alle esigenze di sicurezza: nel 2016 si era detta pronta a condividere con i Paesi dell'Europa dell'Est come Polonia e Repubblica Ceca una missione di controllo delle frontiere orientali in funzione anti-russa. E pochi mesi fa aveva ventilato una prima missione congiunta militare in Libia. Sul fronte orientale, sono in corso da anni le missioni di addestramento militare in Bosnia e quelle civili di stabilizzazione in Kosovo e Georgia. A queste si è aggiunta la missione, sempre civile, in Ucraina, dove contribuiamo alla formazione delle forze dell'ordine. La strategia Ue in Libia invece consiste sostanzialmente nel tamponamento dei confini: nel 2015 è stata avviata l'operazione Sophia, guidata dall'ammiraglio italiano Enrico Credendino e concentrata sulla lotta agli scafisti e ai trafficanti, mentre già due anni prima erano iniziate le attività di consulenza sul controllo della gestione della frontiera meridionale, attraverso però una missione civile.

L'ATTIVISMO DI MOGHERINI. Sempre in questo quadro va letto l'iperattivismo di Angela Merkel nei confronti dei Paesi africani, con un programma di investimenti nello sviluppo che i leader della regione hanno chiamato "piano Merkel" più che un piano Marshall, come riportava La Stampa a metà giugno, e che dovrebbe vedere progressi anche al prossimo G20. E soprattutto l'attivismo dell'Alto rappresentante degli Affari Esteri Federica Mogherini sul fronte dei rimpatri volontari di migranti dalla Libia e nei confronti dei Paesi del Sahel, il deserto poroso a traffici e attività illegali che si distende appena alle spalle degli Stati affacciati sul Mediterraneo.

La cancelliera tedesca Angela Merkel.

Per il periodo 2014-2020 l'Ue ha già disposto aiuti per 2 miliardi di dollari verso Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad. In Mali e Niger ci sono già due operazioni del corpo militare europeo. Nel primo caso l'operazione è doppia: una militare di addestramento dell’esercito avviata nel 2013, dopo l'intervento francese voluto da François Hollande, alla quale si affianca dal 2015 una missione civile per addestrare le forze di sicurezza. In Niger invece si ha soltanto una missione civile dispiegata con l'obiettivo esplicito di «rafforzare le capacità delle forze locali nel combattere il terrorismo» e «controllare meglio i flussi migratori irregolari». A fine maggio Bruxelles ha anche deciso di creare un network di esperti di sicurezza e di difesa basato su queste missioni. E a inizio giugno ha stanziato un finanziamento di 500 milioni di euro per contribuire alla creazione di una forza congiunta tra gli eserciti dei cinque Stati del Sahel per rafforzare la sicurezza frontaliera.

«NON C'È ASSISTENZA IN AMBIENTI INSICURI». Tra le nuove preoccupazioni dei Paesi dell'Est e gli interessi sull'Africa, costanti per Parigi e Roma e nuovi ma decisi per Vienna e Berlino, è ancora difficile dire come potrebbero svilupparsi quelli che per ora sono progetti di addestramento. E però nel numero di giugno della rivista Impetus, la pubblicazione dello staff militare europeo e dell’Azione esterna europea guidato da Mogherini, il generale Ue Esa Pulkinnen, direttore dei militari dell'Unione, ha elencato i tre settori in cui si svilupperanno le missioni e le operazioni del futuro. Il primo è la protezione di frontiere di terra e di mare, il secondo è il rafforzamento del ruolo di costruzione di resilienza nei cosiddetti failed States (Stati falliti) come la Somalia e la Repubblica Centrafricana dove già le forze Ue sono presenti. E il terzo sta nell'«addestramento, nella consulenza e anche nel tutoraggio delle forze militari dei vicini e dei nostri vicini». «Non si può dare assistenza», ha aggiunto, «in un ambiente non sicuro».

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