Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

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Minniti tripoli Libia
5 Luglio Lug 2017 0800 05 luglio 2017

Migranti, il fallimento del piano Minniti in Libia

A inizio anno l'intesa con Serraj. Tesa a ridurre le partenze alla volta dell'Italia. A sei mesi di distanza, i numeri certificano il flop del ministro. Reo di avere considerato il Paese come un'unica entità statuale.

  • Stefano Fasano
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Sembra passata un’eternità da quando, lo scorso 9 gennaio, il ministro dell’interno Marco Minniti andava a Tripoli con il manifesto intento di gettare quantomeno le basi per un accordo sulla gestione dell’immigrazione clandestina e il contrasto del traffico di esseri umani con Fayez al-Sarraj, il capo di quello che si proponeva essere il governo di unità nazionale, internazionalmente riconosciuto e, sulla carta, in grado di rappresentare nella sua interezza il Paese africano. A sei mesi di distanza il fallimento di quell’intesa è sotto gli occhi di tutti: se l’obiettivo era quello di ridurre il flusso di esseri umani che rischiano la vita mettendosi in viaggio attraverso il Sahara e il canale di Sicilia per approdare sulle coste italiane, sono i numeri a smentire qualsivoglia efficacia dell’accordo.

OLTRE 100 MILA ARRIVI. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), gli arrivi in Europa via Mediterraneo nel 2017 hanno sfondato la soglia delle 100 mila unità: 101.210, per la precisione, di cui circa l’85% (85.183) sulle coste italiane. Mentre 2.247 persone non sono mai arrivate in Europa, inghiottite dal mare. Eppure, solo pochi mesi fa il ministro Minniti veniva lodato dalla stampa come il pioniere di un nuovo corso, dopo aver cercato di adottare anche per l’Italia una politica messa in pratica con discreto successo da altri Paesi membri: scendere a patti col vicino, ovvero cercare la sponda degli Stati di confine attraverso cui transitano i migranti per giungere in Europa, sulla falsariga di quanto fatto con il Marocco e la Turchia.

LA LOGICA DEL DO UT DES. Per rinforzare questo accordo, attraverso la figura del ministro l’Italia ad aprile si era fatta garante della pace tra le tribù (Tebu, Suleyman e Tuareg) che popolano il Sud della Libia, nella regione del Fezzan, promettendo investimenti e aiuti nella lotta alle cellule jihadiste legate allo Stato Islamico nella zona in cambio della collaborazione nel contenimento dei flussi migratori attraverso il controllo dei 5 mila chilometri di confine con Algeria, Niger e Ciad.

Ma cosa è andato storto? Uno dei problemi principali è che quelle migliaia di chilometri da pattugliare per fermare i flussi sono, essenzialmente, sabbia. Una linea sfumata, sottile, a tratti inesistente, dove il concetto di “confine” non corrisponde a quello di “frontiera” ed è più un discorso convenzionale, utilizzato più per definire le reciproche aree di responsabilità che per stabilire un controllo del territorio effettivo. In questi luoghi sono le tribù a esercitare localmente il controllo, mentre lo Stato centrale libico è un’entità evanescente e lontana, quasi impalpabile. Senza dimenticare che dall’altra parte del “confine” vi sono Stati, soprattutto Ciad e Niger, in cui non c'è una forza di governo in grado di essere un interlocutore affidabile in tal senso, né tantomeno di opporsi alle forze criminali che si sono inserite nel business del traffico di esseri umani nel Sahel.

TRIBÙ BELLICOSE. Se da un lato il Governo di Accordo Nazionale non ha il controllo dell’intero territorio libico, dall’altro fare trattati con le tribù del Fezzan non è garanzia del controllo dell’immigrazione. Le tribù, storicamente tra loro bellicose, non rappresentano alcuna entità statuale, né possono farsi garanti di accordi internazionali: non sono, in altre parole, entità giuridiche in qualche modo definite dal diritto internazionale, né hanno un potere di controllo di alcun tipo riconosciuto nella regione. Senza contare che proprio tali tribù, nel corso della guerra civile, si sono dimostrate più volte in disaccordo su quale governo sostenere per portare avanti l’unità nazionale. Non proprio i partner più affidabili con cui sedersi al tavolo per gestire una questione di fondamentale importanza come il controllo dei flussi migratori in Libia.

Da parte sua, il governo di Serraj, sostenuto dall’Italia e riconosciuto dalla comunità internazionale, non ha di fatto alcun controllo delle coste, e quello del territorio si limita alla zona della capitale, e ha ben poca legittimazione agli occhi delle varie fazioni che ancora oggi si contendono il potere sul suolo libico. In questo contesto, diventa cruciale l'apporto dell'Unione europea. Le cui reazioni sono però ben lontane da un sostanziale cambio di rotta nella gestione della crisi. Nel piano d’azione promosso il 4 luglio dalla Commissione viene previsto sì sostegno finanziario per l’Italia (280 milioni di euro), ma manca un vero elemento di rottura rispetto al passato.

IL NUOVO PIANO UE. Se, da un lato, la Commissione lancia un programma di reinsediamento per richiedenti asilo attualmente in Libia, Niger, Egitto, Etiopia e Sudan, aprendo di fatto vie legali per arrivare in Europa, dall’altro viene stilata una serie di “compiti a casa” che l’Italia dovrà portare a termine per far fronte all’emergenza: si chiede di accelerare sull’esame delle richieste di asilo, e di conseguenza sui rimpatri dei migranti economici, di elaborare un elenco nazionale degli Stati di origine sicuri e registrare “urgentemente” tutti gli eritrei presenti nel Paese. Ma si chiede anche di creare un “codice di condotta” per le Ong che effettuano missioni di ricerca e soccorso in mare.

UN FLEBILE APPELLO. E le richieste agli altri? Poche, se non 200 milioni di euro da immettere nel Fondo per l’Africa (le capitali europee si erano impegnate per circa 2,6 miliardi, ma a oggi risultano versati solo circa 100 milioni) e maggiore supporto all’Italia per la gestione degli sbarchi. Insieme al flebile appello di accelerare sulla riforma del diritto d'asilo europeo, bloccato in Consiglio da tempo per le divergenze in materia dei membri. Non si parla di condivisione degli sbarchi (Francia e Spagna sono contrarie), né delle richieste di asilo presentate (rimane in vigore la regola per cui possono essere redistribuiti solo i migranti che provengono da nazioni i cui cittadini hanno un tasso di accoglimento delle domande di asilo superiore al 75%), mentre a Vienna il governo austriaco si prepara a schierare le proprie forze armate al Brennero.

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