Trump Vittoria

L'America di Trump

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9 Luglio Lug 2017 0900 09 luglio 2017

Usa, la riforma sanitaria torna a turbare il sonno di Trump

Medicaid, questione fiscale, contrasto all'abuso di droghe: le ali moderata e radicale dei repubblicani litigano su (quasi) ogni aspetto del testo. Le trattative proseguono febbrili. Ma Trump rischia la débâcle.

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Puntuale come una cambiale, la questione sanitaria torna a turbare il sonno di Donald Trump. D’altronde, si tratta di una spina nel fianco che il miliardario si porta dietro ormai da mesi. Nel corso della campagna elettorale, la lotta contro l’Obamacare era stato uno dei suoi cavalli di battaglia: un elemento, con cui scaltramente il magnate cercava di compattare l’intero Partito Repubblicano dietro il suo vessillo. Poi è arrivata la vittoria elettorale. E sono cominciati i problemi. L’Elefantino infatti ha iniziato a spaccarsi internamente tra i moderati (che chiedevano di lasciare intatte alcune delle tutele introdotte dall'Obamacare) e i radicali (che pretendevano invece uno smantellamento totale della vecchia legge sanitaria).

IL BLITZ DI RYAN. È così che a marzo lo Speaker della Camera, Paul Ryan, ha tentato un blitz: spalleggiato da Trump, ha avanzato alla Camera un disegno di riforma che prevedeva tagli per 330 miliardi di dollari. Ma la débâcle era dietro l’angolo: la proposta è stata infatti impallinata dagli stessi repubblicani di destra, che le hanno votato contro, facendola naufragare prima che arrivasse al Senato. Lo smacco è stato cocente innanzitutto per Trump: non solo ha visto infatti intaccata la sua presunta fama di abile negoziatore ma – cosa più importante – i mancati tagli alla sanità sono andati a minare le coperture per il suo progetto di energica defiscalizzazione. Anche Ryan ha iniziato a vedere seriamente compromessa la sua leadership alla Camera. E proprio per questo, lo Speaker “ferito” ha deciso di riprovarci. Lo scorso maggio, la Camera ha infatti approvato un nuovo disegno di legge sulla sanità. Un disegno fondamentalmente debole. Non soltanto perché ha ottenuto una maggioranza sul filo di lana (con vari repubblicani contrari). Ma anche perché, in termini di contenuto, si tratta di un capolavoro di cerchiobottismo: un disperato tentativo di mettere d’accordo i repubblicani centristi con quelli radicali.

IL NODO MEDICAID. Da una parte, si è deciso di dare una picconata a uno dei capisaldi dell'Obamacare: la nuova legge infatti prevedrebbe di congelare l’estensione di Medicaid (il programma sanitario, dedicato ai cittadini con basso reddito, siglato da Lyndon Johnson nel 1965). In secondo luogo, si consentirebbe agli Stati di non garantire copertura sanitaria ai pazienti con condizioni preesistenti (laddove invece l'Obamacare vietava agli assicuratori di negare polizze a chi avesse già contratto malattie di una certa gravità): si tratterebbe di una misura dall’impatto piuttosto rilevante, visto che, in America, circa il 27% degli under 65 presenta condizioni preesistenti (soprattutto per quanto concerne patologie come cancro e diabete). E proprio per ingraziarsi l’appoggio dei moderati, la nuova riforma targata Ryan avrebbe comunque stanziato circa 8 miliardi di dollari per i pazienti con condizioni preesistenti (una cifra che, secondo il Center of American Progress, risulterebbe tuttavia insufficiente).

In tutto questo, il nuovo testo è stato attaccato da più parti. Se per i democratici (impegnati a difendere l’eredità del loro vecchio presidente) si tratta di un duro colpo allo stato sociale, per i repubblicani la proposta non è né carne né pesce. Il tentativo di mettere d’accordo tutti alla fine non ha accontentato nessuno. E infatti, non appena approdata al Senato, la legge è piombata in un vero e proprio Vietnam. I primi a dichiarare guerra sono stati i repubblicani radicali: guidati dal senatore libertario Rand Paul, stanno insistentemente chiedendo che l'Obamacare sia cancellata, senza necessità di una sua sostituzione. Una nuova legge non farebbe che riproporre, secondo loro, quell’invasività statalista di cui hanno costantemente accusato il vecchio testo di Obama.

NO DEI CENTRISTI A TRUMP. Sulla medesima linea si colloca il senatore texano Ted Cruz, che ha avanzato una proposta di deregulation nel settore sanitario. E lo stesso Trump sembra aver sposato questa prospettiva negli ultimi giorni: il presidente ha twittato che l’esigenza primaria, per il momento, sarebbe quella di smantellare l'Obamacare, mentre una sua eventuale sostituzione dovrebbe avvenire in un secondo momento. Ma i repubblicani centristi non ci stanno. Senatori come Rob Portman e Susan Collins temono che un congelamento troppo celere del programma Medicaid possa lasciare improvvisamente senza copertura sanitaria ben 22 milioni di persone (tagliando circa 370 miliardi di dollari in dieci anni). Un disastro sociale, insomma, che potrebbe costare molto caro al Partito Repubblicano (soprattutto in vista delle elezioni mid term del 2018). In questo senso, la richiesta di molti è che il congelamento avvenga gradualmente e nel corso di un lasso di tempo pari a sette anni.

LA QUESTIONE FISCALE. Un altro elemento che sta particolarmente a cuore ai senatori moderati è quello di rafforzare il contrasto all’abuso di droghe, per cui potrebbero essere stanziati circa 45 miliardi di dollari in 10 anni. Un altro fronte caldo nel dibattito al Senato sulla legge sanitaria riguarda la questione fiscale: in particolare, il senatore repubblicano Bob Corker si è battuto contro l'abrogazione di una tassa del 3,8% sui redditi da investimento per gli alti guadagni. Secondo il Congressional Budget Office, l’abolizione di questa imposta potrebbe costare 172 miliardi di dollari al governo federale nel prossimo decennio.

Paul Ryan.

ANSA

Sul fronte dei pazienti con condizioni preesistenti, infine, il disegno di legge al Senato mira a un compromesso un po’ confuso. In linea generale, una compagnia assicurativa non potrà rifiutare polizze a una persona già affetta da malattie gravi (come avviene con l'Obamacare). Tuttavia la nuova legge consentirebbe agli Stati di escludere la copertura del pacchetto di prestazioni essenziali per la salute. In tal senso, se l’assicuratore ridisegnasse i propri piani assicurativi, escludendo – per esempio – un certo trattamento per il cancro, i costi della cura ricadrebbero sul cittadino.

IL VOTO SLITTA. L’unico punto che sembrerebbe al momento trovare d’accordo l’intero Partito Repubblicano è quello del taglio ai finanziamenti per la onlus pro-chioce Planned Parenthood: ma non è detto che, anche su questa questione, possa scoppiare qualche faida. In quest’aspra dialettica, il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, sta cercando di arrivare a un punto di equilibrio. Non senza difficoltà. La Camera alta avrebbe dovuto infatti approvare la norma a fine giugno. Tuttavia, l’impossibilità di raggiungere un accordo ha determinato lo slittamento del voto a dopo la pausa del 4 luglio. Le trattative dunque continuano febbrili, mentre il Partito Repubblicano rischia sempre più l’ennesima débâcle in materia sanitaria. Un’eventualità che, qualora si verificasse, peserebbe come un macigno sull’establishment dell’Elefantino. E che potrebbe far sprofondare l’intero partito nel caos.

TRUMP SI GIOCA MOLTO. Lo stesso Trump, d’altronde, si gioca molto. Un nuovo fallimento mostrerebbe infatti una volta di più la sua incapacità nel guidare il Grand Old Party. Senza poi dimenticare che il presidente ha disperata necessità di trovare coperture adeguate per la sua riforma fiscale. E, nel caso di un nuovo flop sanitario, la defiscalizzazione promessa potrebbe saltare in aria. Al di là della questione della credibilità, Trump rischia quindi un effetto domino altamente pericoloso. Che potrebbe costringerlo a restare un’anatra zoppa, vita natural durante.

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