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12 Luglio Lug 2017 2002 12 luglio 2017

Catalogna, Rajoy promette di impedirlo con tutti i mezzi

Il governo di Barcellona non ha ancora indetto ufficialmente il voto, pur avendolo annunciato per il prossimo 1° ottobre. E la Corte Costituzionale è pronta a dichiarare illegale la consultazione.

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«Falten 81 dies», mancano 81 giorni all'appuntamento della Catalogna con la storia, ricorda il conto alla rovescia che ogni giorno appare in prima pagina del Punt Avui, il quotidiano indipendentista di Barcellona. Solo 81 giorni al referendum sull'indipendenza annunciato dal presidente secessionista Carles Puigdemont, per il 1° ottobre. Ma nessuno ancora sa se davvero si farà, e come.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy lo ha dichiarato «illegale» in nome della Costituzione del 1978 e ha promesso di impedirlo con «tutti i mezzi» a sua disposizione. Leader del Partido Popular, erede di quell'Alianza Popular fondata dall'ex ministro franchista Fraga Iribarne, Rajoy non vuole sentir parlare del diritto di decidere rivendicato dai catalani sull'esempio di Scozia e Quebeq.

La linea dura del premier spagnolo si richiama alla Costituzione, che sancisce l'indivisibilità del territorio dello Stato. Rajoy afferma che tutti gli spagnoli, e non solo i 7,5 milioni di catalani, devono pronunciarsi sul futuro della Catalogna. Come se al referendum in Scozia avessero votato oltre agli scozzesi anche inglesi, gallesi e nord-irlandesi.

Per stroncare la spinta secessionista catalana Rajoy ha messo in campo l'artiglieria penale con l'appoggio della Corte Costituzionale. Magistratura e polizia indagano su ogni mossa verso il referendum. Leader catalani, funzionari e aziende che potrebbero fornire urne o schede sono minacciati di sanzioni penali e patrimoniali.

Sull'altro lato della barricata Puigdemont e il governo secessionista, che hanno la maggioranza assoluta nel parlamento di Barcellona, si appellano al diritto internazionale sull'autodeterminazione dei popoli. Il presidente catalano continua a garantire che il referendum «si farà», con tutte le garanzie, e sarà vincolante. Ma il dubbio serpeggia nel suo stesso governo. Il ministro regionale Jordi Baiget si è dovuto dimettere la settimana scorsa per aver detto che «probabilmente» il referendum non ci sarà, perché lo Stato «è troppo forte».

La strategia della terra bruciata decisa da Madrid, intanto, ha iniziato a manifestarsi. Nessuna azienda ha fatto offerte per la fornitura delle urne, mentre la Consulta ha annullato lo stanziamento che assegnava sei milioni di euro al referendum. Puigdemont vuole che tutto il governo sottoscriva la convocazione del voto, un passo non ancora compiuto per rinviare fino all'ultimo la stroncatura della Corte Costituzionale, cui da quel momento basteranno 24 ore per dichiarare il referendum fuori legge.

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