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13 Luglio Lug 2017 1303 13 luglio 2017

Justin Trudeau, la politica oltre i social

Aitante. Sexy. Progressista. Il primo ministro canadese è visto come una rockstar. Merito di una comunicazione social efficace. Ma in Patria alle belle parole non sono ancora seguiti i fatti: dall'ambiente al femminismo.

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Tutti lo amano. Indistintamente. Perché lui è bello, aitante, smart, fa yoga, partecipa ai pride. È un marito e un padre affettuoso. Insomma: Justin Trudeau è il premier che tutti noi vorremmo avere. Un po' come Barack Obama, ma con la fortuna di essere a capo non della prima potenza mondiale bensì del Canada che, al di qua dell'Atlantico e nel resto del mondo, non è che faccia proprio notizia, come si suol dire. Del Paese nordamericano nella stragrande maggioranza dei casi si sa solo che: 1) la qualità della vita è altissima: secondo il Country RepTrak® 2017, il Canada è tornato a essere il Paese più reputato del mondo; 2) ha le frontiere quasi blindate e i controlli su immigrazione, narcotraffico, e pure sulla diffusione di parassiti delle piante sono serrati come racconta il reality Airport Security . Insomma, il Canada è un po' un'Australia boreale.

Buona parte del successo planetario di Justin Trudeau si deve alla comunicazione. Le foto che lo riprendono nella quotidianità e nei momenti ufficiali, sapientemente postate sui social diventano virali aumentando l'invidia per i canadesi che possono vantare cotanto leader. Tra l'altro Trudeau è un figlio d'arte: suo padre Pierre Elliott è stato primo ministro del Canada negli Anni 70 e inzio 80 mentre la madre Margaret - che rimase sposata a Pierre per sei anni - nel 1977, poco prima di lasciarlo, per sette giorni scomparve dalle scene pubbliche per fuggire coi Rolling Stones. Una groupie «pura e semplice», scrisse Charlie Watts nella sua biografia. Politica e rock, responsabilità e sregolatezza: un mix che che fa di Justin una vera rockstar.

IL VIDEO RIVELATORE AL G20. E infatti lo scorso maggio, durante la sua tre giorni in Italia, ha conquistato tutti. La foto con la maglia numero 10 di Totti e soprattutto quella dell'abbraccio con il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, incontro preceduto dalla donazione di 2 milioni di dollari canadesi da parte del governo e di altrettanti da parte della comunità italo-canadese alle zone terremotate, hanno accresciuto la simpatia per il 45enne. Di Trudeau ci si può fidare. Sa quello che deve fare, come avrebbe lui stesso sussurrato al primo cittadino di Amatrice. Eppure a vedere un video (non istituzionale) girato al G20 di Amburgo l'impressione è totalmente diversa. Trudeau si aggira in sala intimidito, nessuno dei Grandi pare accorgersi della sua presenza. Così si muove felpato tra i tavoli, un poco spaesato. Manca solo che temporeggi «bevendo spuma». Poi finalmente Donald Trump lo vede e gli dà una pacca sulle spalle di benvenuto. Imbarazzo rotto.

Anche il super Trudeau dunque è umano e non sempre sa quello che deve fare. E per fortuna, verrebbe da dire. Il problema però è che tutta l'iconografia che ha costruito intorno alla sua persona dice proprio il contrario.

SEX SYMBOL AMANTE DEI PHOTOBOMBING. Oltre a essere un sex symbol per etero e gay, il premier canadese, apparso tra l'altro su Vogue (non che voglia dire molto visto che sulla rivista patinata era finito pure Matteo Renzi), ha l'aria del ragazzo gentile della porta accanto, spontaneo e diretto. Non a caso da tempo spopolano sui social i suoi photobombing. Tecnicamente scatti in cui il soggetto "rovina" la foto di altri, spuntando durante una corsa dietro un gruppo di ragazzi al ballo di fine anno. O a torso nudo in spiaggia alle spalle di una coppia che si sta per sposare. Scatti autentici? A leggere Aaron Hutchins, reporter del sito Maclean's, non proprio visto che risultano studiati nel dettaglio e spesso realizzati dal fotografo ufficiale, Adam Scotti. Il quale, armato di attrezzatura, segue come un'ombra il suo capo, anche durante le sessioni di jogging. Nulla dunque pare essere lasciato al caso. Lo stesso Scotti nel caso della arcinota foto della corsa di Trudeau in mezzo ai ragazzi agghindati per la festa di fine anno sulla baia di Vancouver, ha ammesso che si trattava di una sorta di «progetto» fotografico. Il percorso dunque era studiato e quando si è presentato un "set" interessante è arrivato lo scatto.

Vero, l'ultima generazione di leader ha trasformato le pose casual, della "domenica", in uno strumento fondamentale di comunicazione e propaganda. Lo ha fatto Barack Obama, grazie all'obbiettivo di Pete Souza, lo ha cercato di fare Renzi e lo fa Trudeau. Che per di più è considerato un social media savant. Ogni settimana il premier sforna una foto potenzialmente virale riempiendo le bacheche e spesso i siti di mezzo mondo.

IL FACT CHECKING INDIPENDENTE. Detto questo, concretamente Trudeau cosa sta facendo per il Canada? Per capirlo può tornare utile la piattaforma indipendente TrudeauMeter creata proprio per monitorare le azioni del governo, in cui si è insediato dopo le elezioni del 4 novrembre 2015. In 616 giorni di mandato, su 225 punti del programma 80 non sono ancora partiti, 61 sono in progress, 53 già raggiunti e 31 disattesi, tra questi le misure relative al taglio delle tasse e la riduzione delle spese, mentre sulla riforma elettorale si stanno muovendo solo i primi passi. Nulla in confronto alle promesse disattese dai politici italiani, si dirà, ma questi dati evidenziano come sia più facile fare slide e foto iconiche postandole sul web che non vere riforme.

Si dirà, nessuno è profeta in patria. In Canada (e non solo) Trudeau è infatti lontano dalla beatificazione. I critici, come l'ambientalista ed editorialista del Guardian Bill McKibben, lo accusano di predicare bene e razzolare maluccio. Per esempio la battaglia al climat change male si sposa con il progetto, particolarmente caro a Trudeau, della realizzazione di nuove pipeline per trasportare ancora più petrolio dall'Alberta attraverso Canada e Stati Uniti. Si parla di 173 miliardi di barili che nessuno sano di mente lascerebbe dove sono, ha detto il primo ministro in un incontro a Houston a inizio aprile. Bene, se il Canada vendesse tutti quei barili, è il ragionamento, potrebbe dire addio agli obiettivi di Parigi.

IL BUSINESS CON RIAD. Altri si chiedono perché Trudeau abbia mantenuto l'accordo con l'Arabia Saudita per la fornitura di veicoli militari (un business da 15 miliardi di dollari canadesi) pur denunciando l'uso che ne fa Riad nell'area del Golfo, soprattutto in Yemen. Per non parlare del femminismo. Vero, il suo esecutivo è composto da 15 donne e 15 uomini con "nuovi canadesi" e minoranze rappresentati. E Trudeau ha sempre sostenuto la causa. Dopo il G7, a Roma, per esempio ribadì: «Io sono e resto femminista» incassando il plauso di Laura Boldrini.

FEMMINISMO FAKE? Il fatto è che agli slogan senza dubbio positivi dovrebbero ora seguire politiche concrete. Sia per le famiglie delle almeno 4 mila donne native scomparse o uccise, per le quali il governo ha creato una commissione di inchiesta ad hoc i cui lavori però stentano a decollare, sia a favore di chi resta ai margini di un Paese dove il costo per le cure parentali è tra i più alti dell'Ocse: le famiglie canadesi spendono il 22,2% delle entrate, percentuale che sale al 32,3% nel caso di un genitore single contro una media del 15%. Non va meglio per il gender gap per il quale il Canada è al 35esimo posto nella classifica del World economic Forum. Per quanto riguarda la differenza salariale tra uomini e donne, il Paese si situa al settimo posto su 35. Su ogni dollaro incassato da un uomo, una donna guadagna 74,2 cent. Il governo dal canto suo ha promesso di intervenire dal punto di vista legislativo entro il 2018. Vedremo. Nota positiva è invece la rappresentatività in politica.

Il Canada è settimo su 35 Paesi per quanto riguarda la differenza di salario tra uomini e donne.

Lo scorso marzo Oxfam Canada aveva sottolineato come nei 17 mesi di governo, il premier e la sua squadra non avessero ancora tradotto «la retorica femminista in politiche concrete di spesa». Mentre l'accusa mossa a Trudeau da Kathryn Trevenen, professoressa di Sociologia all'Università di Ottawa esperta negli studi di genere, è di supportare un femminismo «mainstream», «bianco», rivolto dunque a una piccola percentuale di cittadine. Il Canada dunque non è il paradiso. E l'aitante primo ministro dovrà lavorare molto per mantenere le promesse fatte agli elettori. Oltre il velo di Maya dello story telling pare però che non sia Trudeau tutto quello che luccica.

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