Summit anti-Isis a Washington 11-13/7
FRONTIERE 13 Luglio Lug 2017 0846 13 luglio 2017

Non illudiamoci che l'Isis sia morto a Mosul

Lo Stato Islamico è ancora molto forte in Iraq come nel Nord della Siria. Pensare che le recenti sconfitte (e quella alle porte di Raqqa) ne segnino il declino definitivo è sbagliato, oltre che pericoloso. 

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Guai a farsi illusioni sul peso della liberazione – finalmente! - di Mosul che sarà tra non molto seguita da quella di Raqqa. Naturalmente, è enorme il suo risvolto politico, perché l’Isis di fatto perde ora il controllo di uno “Stato” vero e proprio, grande più del Belgio e con 5-6 milioni di abitanti. Ancora più rilevante è l’impatto mediatico e militare, perché queste due battaglie perse dimostrano che il Califfato Nero è stato avventurista e che non è in grado di difendere il proprio “Stato”. Ma non si va oltre; chi si illude che queste due vittorie siano decisive, che inizi ora il declino definitivo dell’Isis, commette un grosso sbaglio. E non solo perché – forse - l’Isis ora incrementerà i suoi attacchi terroristici in Occidente.

LE ALLEANZE CON LE TRIBÙ SUNNITE. Di fatto, nonostante questo drastico ridimensionamento, l’Isis è tuttora saldamente radicato in Iraq e nel Nord della Siria. Controlla territori ben più limitati, ma vi è saldamente impiantato e gli otto lunghi e cruentissimi mesi che sono stati necessari per la presa di Mosul indicano quale straordinario dispositivo militare sia in grado di dispiegare. Ma le previsioni non rosee per il futuro sono tutte di carattere politico: il successo stravolgente dell’avanzata dell’Isis nel 2014 che portò alla cattura di Mosul era saldamente ancorato alle alleanze tra lo Stato Islamico e le tribù sunnite dell’Anbar «pronte ad allearsi anche col diavolo pur di sfuggire al dominio degli sciiti», come dichiararono i leader tribali sunniti.

Mosul dopo la cacciata dell'Isis.

Il comportamento punitivo e terroristico nella Mosul conquistata delle milizie sciite agli ordini del generale dei pasdaran Ghassem Suleimaini, però, dimostra che il governo di Baghdad e l’Iran non hanno nessuna intenzione di recuperare sul piano politico il consenso di queste tribù sunnite, bensì di punirle, umiliarle e continuare a considerarle dei paria. Lo si vede bene da mesi nelle zone “pacificate”, come Falluja e Tikrit, là dove i nuclei clandestini dell’Isis continuano a godere dell’appoggio complice di tribù sunnite per nulla “riconquistate” dal governo di Baghdad, ma, di nuovo e sempre vessate ed emarginate. Dunque, sia in Iraq che in Siria è certo che l’impianto dell’Isis, anche se radicalmente ridotto, continuerà a essere consistente e cronico.

LA GUERRA NON È VINTA. Infine, ma non per ultimo, la valutazione di parte americana sulle perdite subite dall’Isis merita una analisi attenta. Sessantamila, secondo gli americani, sono i miliziani del Califfato uccisi dal 2014 a oggi. Una cifra enorme (probabilmente eccessiva, ma l’ordine di grandezza è comunque impressionante) che indica come il fenomeno, la capacità di attrazione di combattenti di straordinaria rilevanza militare (lo si è visto negli otto mesi della battaglia per Mosul), sia non contingente, ma strutturale. Ai miliziani che l’Isis ha messo in campo in Iraq e Siria, infatti, vanno aggiunte le decine di migliaia che militano nelle sue file dalla Nigeria sino alla Filippine. A questi, inoltre, vanno aggiunte le migliaia di miliziani che militano in al Qaeda. Nel complesso, dunque, il fenomeno jihadista più oltranzista e pericoloso, pur fortemente debilitato, appare ben lungi dall’essere sradicato. Anzi. La guerra continua.

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