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Emergenza migranti

Migranti: Msf, indignati da accuse a ong
14 Luglio Lug 2017 1146 14 luglio 2017

Migranti, l’Italia vuole coinvolgere gli Stati di bandiera delle Ong

Nel codice di condotta c’è il tentativo di riconoscere la responsabilità di Paesi terzi. Così si configura il rischio di contenziosi internazionali. Ma Roma gioca la sua battaglia strumentale.

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da Bruxelles

Due sole righe su cinque pagine, apparentemente un dettaglio. Ma che, già alla prima lettura del codice di condotta per le Ong stilato dall'Italia, si rivela essere quello in cui si nasconde il diavolo. Nel documento che Roma sta presentando ai partner Ue c'è infatti un solo passaggio con cui il nostro Paese tenta di allargare le responsabiltà del controllo delle attività delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo centrale. Ed è l’obbligo per le Ong di «notificare al centro operativo regionale di sorveglianza e salvataggio in mare dello Stato di cui battono bandiera l'avvistamento e il successivo intervento, in modo che lo Stato di bandiera sia informato dell'attività portata avanti dall'imbarcazione e possa prendersi la responsabilità anche in merito all'obiettivo della sicurezza in mare». In queste poche parole, c’è il tentativo di riconoscere la responsabilità di Paesi terzi, di scaricare su di loro i problemi dell'accoglienza e di portare gli eventuali contenziosi che potrebbero nascere dal mancato rispetto delle nuove norme a un livello più alto, coinvolgendo gli Stati che alle imbarcazioni hanno dato il loro vessillo.

In sostanza, c'è il tentativo di ottenere una condivisione degli sbarchi, negata ufficialmente dai Paesi Ue, passando attraverso le bandiere delle Ong. Non è chiaro come l'Italia possa mettere in pratica un tale proposito senza violare il codice del mare. Se ci sono condizioni di emergenza o di rischio per la salute a bordo di una nave, il nostro Paese non potrebbe negare la disponibilità dei propri porti. Eppure apparentamente chi ha inserito quel punto nella bozza è convinto che il riferimento diretto a un'autorità statale, e quindi la minaccia di coinvolgere direttamente i Paesi bandiera, cosi peraltro è previsto dal protocollo delle Nazioni Unite contro il traffico di migranti, potrebbe aumentare la pressione sulle associazioni che salvano i migranti in mare. E magari facilitare la limitazione delle loro attività.

DAL BELIZE ALLA NUOVA ZELANDA. Le organizzazioni che operano nel Mediterraneo sono per lo più europee ma battono le bandiere più varie e di isole e Stati anche ben lontani dalle acque in cui navigano. Frontex ha registrato la presenza di navi di Nuova Zelanda, Gibilterra, Belize, Isole Marshall e Panama. La nazione europea più rappresentata è in ogni caso l'Olanda: la bandiera orange sventola su almeno quattro imbarcazioni che sono state attive in occasioni diverse nel canale di Sicilia. Ma sono presenti anche navi con bandiere tedesca e maltese. La partita non sembra senza rischi per Roma. Da una parte potrebbe trovare nei Paesi Ue una sponda per il controllo delle attività delle associazioni, facendo cinicamente leva proprio sulla volontà di fermare il fenomeno migratorio di quegli Stati che lei stessa accusa di mancanza di solidarietà. Dall'altra però potrebbe aprire contenziosi con L'Aja o Berlino o, peggio, con Paesi terzi. Una scelta non priva di rischi sul piano del diritto internazionale. La Commissione europea, interpellata a proposito, non ha voluto commentare ufficialmente il dossier che però è al centro dei contatti diplomatici a Bruxelles.

Il mantra comunque resta lo stesso. E ormai la questione sbarchi viene richiamata da Roma in tutti i tavoli legati ai migranti in discussione a Bruxelles. Per esempio nel rinnovo della missione Sophia, cioè l'operazione coordinata dall'Italia di addestramento della guardia costiera libica, su cui sono in corso le riunioni del Comitato per la politica e la sicurezza dell'Ue. Il rinnovo è previsto entro il 27 luglio, ma a quanto pare anche qui si è fatta strada la richiesta di una ridistribuzione dell'accoglienza dei porti. La stessa che Roma porrà al gruppo di lavoro che dovrebbe nascere in seno a Frontex per la revisione della missione Triton. Forse si spera che i risultati che non arrivano da una parte del Mediterraneo si ottengano dall'altra.

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