Trump Vittoria

L'America di Trump

Trump
14 Luglio Lug 2017 0800 14 luglio 2017

Trump, una dottrina costruita sul rigetto delle guerre di Bush

Il presidente guadagna in consensi negli Stati Usa dove i conflitti iracheno e afgano hanno fatto più caduti. E su questo trend plasma la propria politica estera. All'insegna del patriottismo, non dei regime change.

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L'inaspettata vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton è stata anche la naturale conseguenza di 16 anni di guerre americane costate la vita a 6.930 soldati, di cui 4.424 in Iraq e 2.390 in Afghanistan (dati del dipartimento della Difesa aggiornati a giugno). Il nazionalista outsider è riuscito a interpretare come nessun altro suo navigato rivale il sentimento di rivalsa di quelle parti della società (spesso le più dimenticate) stanche di vedere i propri uomini e ragazzi morire all'estero o tornare a casa radicalmente traumatizzati. E a trasformarlo in un trionfo alle urne che è sembrato arrivare dal nulla. Ci sono ovviamente molte altre letture del suo successo, ma questa è particolarmente interessante per cercare di capire le sue recenti scelte in termini di politica estera e tentare di prevedere le future.

Secondo un recente studio dei professori Douglas Krinera della Boston University e Francis Shen della University of Minnesota, Trump ha ottenuto più voti rispetto alla Clinton proprio in quelle comunità in cui il costo umano delle guerre è stato più alto. Al contrario, negli Stati meno toccati dai conflitti oltre mare i consensi del candidato repubblicano non si sono molto discostati dalle elezioni precedenti.

Il magnate ha avuto l'intuizione di creare un modello di politica estera unico e «incoerentemente brillante», come lucidamente spiegato da Stephen Sestanovic in un articolo sulla rivista The Atlantic, adatto un elettorato logorato dall'interventismo di George W. Bush. Da una parte, Trump ha promesso un trinceramento degli Stati Uniti dentro i confini nazionali a scapito dei suoi alleati e della complessiva sicurezza mondiale (vedi American First). Dall'altra, ha garantito che con la sua amministrazione l'esercito Usa e il Paese intero avrebbero vissuto un nuovo periodo di gloria sullo scenario internazionale dopo i passi indietro fatti dal predecessore Barack Obama (vedi Make America Great Again).

AMERICA FIRST, MA ANCHE GREAT AGAIN. L'incoerenza di un'America grande ma isolata è piuttosto evidente, ma ha soddisfatto la domanda di quegli elettori delusi dal passato. La rivale Clinton, al contrario, è rimasta più tradizionalmente legata a idee classiche degli Usa nel mondo, senza spostarsi troppo dall'eredità di Obama e addirittura assicurando un maggior impegno nel risolvere le grane del mondo. Come candidato dell'establishment, inoltre, ha subito il peso delle vittime delle guerre portate avanti dal sistema politico washingtoniano (Obama, Bush). Prendendo a confronto le elezioni del 2012 e del 2016, lo studio conclude che negli Stati in cui ci sono state più vittime di guerra negli ultimi 15 anni c'è stato un boom di consensi per Trump.

Seguendo il modello realizzato dagli studiosi, è significativo il fatto che, stando alle loro conclusioni, in tre Stati chiave (Wisconsin, Pennsylvania e Michigan) la Clinton avrebbe potuto tranquillamente vincere se i caduti di guerra negli stessi fossero stati di meno.

Guardando le elezioni passate sotto questa particolare lente, Trump ora ha un duplice compito per evitare emorragie di consensi: dare la sensazione che gli Usa non si impegneranno più in missioni che non siano chiaramente nell'interesse americano; e sostenere il più possibile l'esercito di casa sia in termini di prestigio che in termini economici. Per una volta, sembra che la strada intrapresa sia coerente con gli obiettivi. Il presidente sta mantenendo la promessa di disinteressarsi delle faccende interne di altre nazioni, abbandonando completamente la politica di regime change di cui Bush era stato il massimo sostenitore (l'«esportazione della democrazia») e che Obama aveva in parte continuato (vedi Libia e, in parte, Siria).

LA GLORIFICAZIONE DELLA POTENZA MILITARE. Allo stesso tempo, il tycoon ha voluto ridare “splendore” allo zio Sam con azioni emblematiche atte a scaldare i cuori del suo elettorale altamente patriottico. I missili sulla Siria, le manovre di portaerei al largo della Corea del Nord, la “madre di tutte le bombe” sull'Afghanistan e la recente propaganda della missione americana contro l'Isis in Siria ne sono la prova. Ultimo ma non per importanza, l'enorme incremento nella spesa per la Difesa e per i veterani messo a bilancio dall'amministrazione (+57 miliardi di dollari all'anno) è una mano tesa anche alle famiglie che più hanno contribuito allo sforzo bellico americano.

«DESTINO POLITICO LEGATO AL PREZZO DELLA GUERRA». «Se Trump vuole vincere anche nel 2020», spiegano gli autori, «il suo destino sembra essere legato all'approccio dell'amministrazione verso il prezzo umano della guerra. Se non vuole diventare l'ennesimo politico che non si cura dell'invisibile ma elevatissimo prezzo del sacrificio militare, deve rimanere altamente sensibile all'argomento e non farsi influenzare da interessi che non siano quelli dei cittadini».

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