MESSICO
16 Luglio Lug 2017 1500 16 luglio 2017

Messico, la strage infinita dei giornalisti

Dall'inizio dell'anno già otto cronisti sono stati uccisi dai narcos. La libertà di stampa è a rischio. E mentre il governo federale minimizza, professionisti e cittadini scendono in piazza per chiedere giustizia.

  • ...

da Guadalajara

Cecilio Pineda è stato ucciso il 2 marzo a Tierra Caliente nello Stato del Guerrero. Era un giornalista indipendente. Il 19 marzo Ricardo Monlui, editorialista de El diario de Xalapa di Veracruz, è stato trucidato a colpi di fucile. Una manciata di giorni dopo, il 23, Miroslava Breach, corrispondente de La Jornada en Ciudad Juárez, a Chihuahua, è stata trovata morta di fronte a casa sua, crivellata di proiettili. Sul corpo un cartello con un nome: «El 80», il narcotrafficante accusato dell'omicidio. Maximino Rodríguez è stato ucciso a La Paz, Baja California, il 14 aprile. Il 2 maggio invece è stata la volta di Filiberto Álvarez, ammazzato con tre colpi a Morelos, mentre Jonathan Rodríguez è stato freddato il 14 maggio ad Autlán, Jalisco. Il caso però che ha creato maggior indignazione è stato l'omicidio di Javier Valdez cronista del settimanale Ríodoce di Culiacán, di Sinaloa, corrispondente de La Jornada e autore di diversi libri sul narcotraffico.

NON È UN PAESE PER GIORNALISTI. Salvador Adame è invece l’ultimo giornalista di questa macabra serie: l’ottavo a essere stato ammazzato in Messico dall'inizio del 2017. Il suo corpo bruciato è stato ritrovato il 14 giugno in una località dello Stato del Michoacán. Adame era stato sequestrato un mese prima, il 18 maggio. Dal 2000 a oggi i giornalisti uccisi sono stati 128, almeno secondo la Commissione nazionale per i Diritti umani, e altri 20 sono attualmente desaparecidos. Numeri che hanno portato il Messico sul podio dei Paesi più pericolosi per esercitare questa professione, dopo Siria e Afghanistan.

Salvador Adame. Il suo corpo è stato ritrovato il 14 giugno, era stato rapito un mese prima.

Se il 90% degli omicidi di giornalisti è tuttora irrisolto, nel caso di Adame qualcosa si sta muovendo. Come dichiarato dal procuratore dello Stato del Michoacán José Martín Godoy, un uomo arrestato per sequestro, detto El Cabezas, che si dice pure cugino della vittima, avrebbe accusato dell'omicidio El Chano Peña, capo di una cellula della criminalità organizzata che opera nella regione di Tierra Caliente. Salvador Adame era originario proprio di questa zona del Messico occidentale. Una regione che fa onore al suo nome: caliente, appunto. Per le alte temperature che bruciano queste terre montagnose, ma anche perché da sempre è un territorio attraversato da conflitti: alla fine degli Anni 60 qui si consumò la guerriglia dell’Associazione Civica Nazionale Rivoluzionaria, ora invece a farsi la guerra sono i cartelli del narcotraffico.

LA SFIDA AI NARCOS. Adame era direttore del Canal 6 Tv a Nueva Italia, una località che fu fondata a inizio del 900 da Dante Cusi, un emigrante bresciano. Cusi realizzò il sogno di ricreare la sua regione di origine in queste pianure brulle e arse dal sole, riuscendo a trasformarle in terreni fertili, costruendo un sistema di irrigazione a quel tempo innovativo in America Latina e realizzando persino una rete ferroviaria. Adesso, di quelle grandi haciendas dove hanno lavorato centinaia di italiani assunti da Cusi, resta solamente terra bruciata. Adame era una delle voci che denunciavano la situazione di abbandono e lo strapotere dei narcos nella zona. «Da molto tempo, Salvador denunciava aggressioni e intimidazioni ai suoi danni, collegate con il suo lavoro giornalistico», hanno reso noto dei colleghi del Michoacán che fin dal suo sequestro avevano organizzato diverse manifestazioni. Le proteste si sono allargate ad altre parti del Messico.

IN PIAZZA PER LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Dopo l’omicidio di Javier Valdez, per esempio, centinaia di persone sono scese in strada nella capitale e altre città per chiedere giustizia al grido di «Nos están matando» (ci stanno ammazzando). Lo scorso 28 giugno, una trentina di giornalisti hanno disegnato sul pavimento del Zocalo, la piazza principale di Città del Messico di fronte al Palazzo Nazionale, l'enorme scritta «Sos Periodistas» (sos giornalisti). La scritta è stata quasi subito rimossa dagli addetti alla pulizia e il governo si è affrettato a scusarsi sui social network affermando che si era trattato di un'operazione di routine, e non di una violazione della libertà di espressione.

Javier Valdez, giustiziato da un commando il 15 maggio.

Libertà che in Messico però è in pericolo: gli attacchi arrivano dai narcos, da governanti allergici alle critiche e da poliziotti corrotti. Oltre alle morti, si sono registrati negli ultimi anni almeno 800 abusi gravi nei confronti dei cronisti. Da messaggi intimidatori a tentativi di omicidio, da blitz armati negli uffici di giornali, radio e televisioni, fino alla chiusura di alcune redazioni in seguito alle minacce. Solo in due casi la procura creata ad hoc per i delitti contro la libertà di espressione si è espressa: l'impunità vige nel 99,8% dei casi. Da parte sua, il governo federale ha fatto intendere a più riprese di non considerare gli attacchi a singoli professionisti come attacchi alla libertà di espressione. Non solo: ha dichiarato che la libertà è garantita nel Paese anche grazie al programma di protezione che negli ultimi sei anni ha interessato più di 500 giornalisti e attivisti. E "solo" uno di questi, Pedro Tamayo, è stato ucciso lo scorso luglio a colpi di mitra, fuori dalla sua abitazione.

LA COSCIENZA DEL PERICOLO. Javier Valdez diceva di lavorare «nel mirino dei fucili dei narcos». Era cioè cosciente dei rischi che correva. «Il 90% delle informazioni nelle nostre mani non le pubblichiamo», raccontava in una intervista poco prima di essere ucciso, «perché prima di farlo devi sapere chi comanda nella zona in cui ti muovi, e come potrebbe reagire se scrivi qualcosa che non gli piace». Nonostante questo, qualcuno ha perso la pazienza. Il 15 maggio, mentre Valdez si stava recando in auto alla redazione di Riodoce, un'altra vettura gli ha tagliato la strada. Un commando l'ha costretto a scendere e lo ha fatto inginocchiare sull'asfalto. Poi lo ha giustiziato con 12 colpi di pistola.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso