Macron, Francia creerà hotspot in Libia
BASSA MAREA
30 Luglio Lug 2017 1400 30 luglio 2017

L'antipatico Macron può dare la sveglia all'Italia

Chissà che il presidente, francese “vecchio” sotto la crosta del “francese nuovo”, non ci abbia dato una spinta. Visto da Parigi, meno male che l’Italia c’è.

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I francesi non vogliono che nessuno sia superiore a loro. «Alzano costantemente gli occhi per accertarsene», scriveva nel 1835 Alexis de Tocqueville. «Gli inglesi abbassano i loro con soddisfazione». Non c’erano ancora i tedeschi, come Stato-Nazione, che tanti problemi dovevano creare per i francesi aggiungendo un secondo timore di inferiorità, oltre a quello inglese, in economia e altro. E non c’erano ancora gli italiani, che spesso riusciranno a tirare su il morale alla Francia. Finalmente qualcuno con il quale sentirsi superiori. Non sempre, ma qualche volta sì. Il caso Africa, Libia e immigrazione sta offrendo ai francesi una nuova occasione, dopo essere stati con il presidente Nicolas Sarkozy la causa prima del disastro libico: Gheddafi era un tiranno, come tutti i governanti di quel mondo, ma dopo di lui è stato peggio. L’inglese Cameron e soprattutto Barack Obama, che nel 2011 aveva ancora qualche illusione sulla “primavera araba” e il suo ruolo di ispiratore di una stagione “democratica” islamico-maghrebina, fecero il resto, lasciando all’Italia i cocci.

I FRANCESI SONO ARRIVATI PRIMA. Chi conosce assai Francia e francesi non ha motivo, come italiano, di avere complessi, peraltro impropri nei confronti di qualsiasi altro Paese. Ma deve ammettere che come Stato-Nazione i francesi sono arrivati assai prima di noi, dato certo, e hanno costruito più di noi. Hanno avuto più tempo per organizzarsi, detto semplicemente, quattro secoli invece del nostro uno e mezzo. Oggi, retaggio fortunoso dell’abilità di Charles de Gaulle che fece in modo vincessero sulla carta una guerra persa in battaglia, sono nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno, per quello che vuol dire, la bomba atomica e forze armate considerate le migliori del continente europeo, hanno una storica presenza in Africa, una diplomazia più efficace, una classe dirigente nel complesso ben più solida della nostra, e una vera borghesia che qualche responsabilità se la assume. La borghesia francese è riuscita, in un passaggio difficile di sfascio diffuso del sistema partitico, all’italiana, a trovare un “uomo nuovo” come Emmanuel Macron. E a raccogliersi a coorte a suo sostegno, mentre l’Italia è persa a destra dietro i tatticismi di Silvio Berlusconi e l’eterna ricerca della “vera sinistra”, a sinistra. Noi paghiamo molto meglio giudici costituzionali e alti gradi della burocrazia, e con questo ci rendiamo ridicoli.

L'ITALIA S'È MESSA IN UN ANGOLO. Macron non ha un compito facile, e vedremo. Ma intanto, molto bisognoso di popolarità, non esita a “mettere in riga” l’Italia. Riaprendo il dossier della proprietà italiana dei cantieri di Saint Nazaire, come se la finanza francese non fosse in Italia in numerose posizioni di comando nelle banche soprattutto, nella grande distribuzione e nell’industria, nei servizi-chiave (Telecom, per fare un nome). E dimostrando che i libici stanno a sentire più Parigi che Roma. Un grande esempio di concerto europeo. Sull’immigrazione l’Italia si è messa in un angolo nel quale è sempre più difficile restare, e ci si è messa quando di fatto ha considerato profughi centinaia di migliaia di immigrati economici. Erano profughi dall’Africa, certo, come subito il mondo cattolico ha dichiarato, San’Egidio in prima fila. Ma che vuol dire, che in quanto profughi dall’Africa dobbiamo accoglierli a milioni? Questa domanda è sempre stata tabù, o “razzista” come se l’accoglienza indiscriminata fosse un’opzione realistica. C’è chi lo sostiene, ma siamo nell’irrazionalità più evidente.

In sintesi, la storia del rapporto tra Italia e fuga dall’Africa è in una sola parola ampiamente usata: accoglienza. A questa se ne aggiunge un’altra: integrazione. Certo, ma di quante persone? Superfluo ripetere dati demografici che dovrebbero essere noti: 500 milioni, 1,2 miliardi, 2,5 miliardi. Le cifre indicano la popolazione africana ieri, oggi e domani. Aumenta al ritmo di 3,5 milioni al mese. C’è da chiedersi come mai in Italia sia stato e sia ancora così difficile, impossibile in molti casi, partire da questa realtà dei numeri. La risposta più credibile è che noi veniamo da una lunga ormai tradizione di dibattito, di lotta politica basata sui concetti di “buoni” e “cattivi” applicato in massa da gran parte della sinistra, fatto proprio in termini chiesastici da molti cattolici e applicato anche all’inverso, ma con numeri risicati ed effetto mediatico minimo, dall’estrema destra. Esploso nel 2011, con la fine di Gheddafi, il problema migranti africani è entrato subito nel tritacarne dei “buoni” e “cattivi” e si è subito fissato il canone che chiunque discutesse il principio dell’accoglienza (certo, ma di quanti?) era subito a rischio. Il punto non è schierarsi con Matteo Salvini, che vorrebbe eliminare l’immigrazione se non dei rifugiati “veri”. Il punto è decidere come e con che caratteristiche e in che quantità si entra in Italia. L’immigrazione è regolata, o non è immigrazione.

GIGANTE PIÙ SCEMO CHE BUONO. A dire questo, fino a ieri e forse anche oggi, apriti cielo. L’ultima spiaggia sono adesso le parole del presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha ricordato come data la fortemente negativa dinamica demografica italiana i conti dell’Inps sono tenuti a galla (più o meno) dagli immigrati regolari. Di cui quindi abbiamo bisogno. Ma con criteri e procedure che non possono essere quelle dei gommoni. Il rifugiato arriva come può. L’immigrato economico deve seguire altre vie. “Gigante buono o gigante scemo?” si chiede l’ultimo numero di Limes, la rivista di geopolitica con ottime credenziali di sinistra diretta da Lucio Caracciolo, parlando di arrivi dal Nord Africa e dell’Italia. La risposta è complessa ma alla fine è questa: più scemo che buono. E i motivi sono vari, ma riconducibili a due fatti: l’Italia ha reagito agli eventi senza una linea chiara, tanto umanitarismo senza chiedersi fino a quando basterà e, secondo, si è trovata e si trova in una partita ben più grossa delle sue possibilità. Limes propone una via da considerare seriamente, ma che implica controlli e procedure ben diversi e la fine dei gommoni e, in definitiva, quote, parola da molti esecrata: arrivo in Italia con regolare traghetto. Chi volesse leggersi l’articolo, lo trova qui.

UNA OCCASIONE PERSA. L’Italia ha compiuto un’azione di grande generosità nel Mediterraneo e salvato migliaia di vite umane. Ma ha perso la grande occasione, che questa generosità le garantiva, di indicare con forza all’Europa i pilastri di una nuova politica, aldilà di trattati e formule da aggiornare a fronte dell’eccezionale situazione. E non lo ha fatto perché prima di chiedere con forza ai partner di farsi carico pro quota dei migranti dovevamo definire chi erano i migranti e quanti ne avremmo immesso all’anno nel circuito europeo. E questo, in nome dell’accoglienza, non abbiamo voluto farlo per tempo, e un politico che lo avesse fatto sarebbe stato massacrato dal “buonismo” nazionale. Adesso ci stiamo arrivando, per la forza delle cose. Chissà, senza volerlo forse l’antipatico e nazionalista Macron, francese “vecchio” sotto la crosta del “francese nuovo”, ci ha dato una spinta. Visto da Parigi, meno male che l’Italia c’è.

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