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31 Luglio Lug 2017 1621 31 luglio 2017

Venezuela, quella di Maduro è una vittoria di Pirro

Caracas verso la dittatura: un accentramento dei poteri in corso dal 2016. Con la Costituente nuova stretta. Ma il Paese è sempre più diviso. E i primi governi latino-americani ripudiano il successore di Chávez.

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Il leader venezuelano Nicolas Maduro considera la partecipazione al referendum per la Costituente (per il Consiglio elettorale governativo con un’affluenza al 41,5%) del 30 luglio 2017 la sua investitura: il suggello dopo la riconferma alle Presidenziali del 2013 con il 50,8% di un Paese già allora profondamente spaccato a metà. Il quadro si è riproposto, nella sua drammaticità – sono 121 i morti nelle contestazioni riesplose ad aprile 2017, almeno 14 solo nella giornata del voto, per la guerriglia con la polizia e i miliziani governativi ausiliari, alcuni anche uccisi da colpi d’arma da fuoco – per l’ultima chiamata alle urne del successore di Hugo Chávez.

MANOMETTERE LA COSTITUZIONE. L’epigono del caudillo ha trasformato le Presidenziali anticipate, previste per questa estate, nella consultazione per nominare un’Assemblea incaricata di modificare la Costituzione bolivariana riscritta dallo stesso Chávez nel 1999: i tempi sono peggiorati, s’imponeva per Maduro il mandato popolare a un ulteriore accentramento di poteri nella sua figura e nell’establishment del suo Partito socialista unito. Dopo aver, tra il 2015 e il 2016, proceduto a estromettere, processandoli e in qualche caso incarcerandoli, i maggiori leader d’opposizione, fino a sottrarre anche poteri al Parlamento a loro guida.

Effettivamente con la giornata che Maduro celebra come «storica per il voto più importante nei 18 anni di rivoluzione» il presidente ha il disco verde per insediare 545 membri nella Costituente in modo da manomettere in senso autoritario la Carta fondante dello Stato latino-americano, e in linea teorica della democrazia. Tra i candidati filogovernativi (l’opposizione disconosce l’Assemblea) a farne parte spiccavano ex ministri fedelissimi di Maduro, come l’ex titolare degli Esteri Delcy Rodriguez, rimpiazzati nell’esecutivo e nei loro incarichi d’apparato da generali repressivi delle rivolte.

NUOVA STRETTA SUL PARLAMENTO. Uno Stato di polizia che promette mano ancora più dura: nel primo discorso pubblico dopo il voto, il presidente venezuelano ha annunciato che l’Assemblea costituente prenderà altre «misure contro il Parlamento, la Procura generale, il leader d’opposizione e la stampa indipendente». Nel marzo 2017, Maduro aveva già esautorato, attraverso la Corte suprema vicina all’establishment chavista, l’assemblea legislativa che dalle Parlamentari del dicembre 2015 ha 112 deputati (su 167) dell’opposizione: «Per la loro azione ribelle e di oltraggio alle deliberazioni del presidente», argomentava gli alti giudici, «si rendeva necessario passarne le competenze al tribunale supremo».

Da aprile Maduro ignora tutte le richieste interne e internazionali, anche della Chiesa, di indire nuove elezioni demodratiche sospendendo i progetti di Costituente

L’avocazione dei poteri del Parlamento, di fatto nelle mani di Maduro, avveniva dopo la sua messa in stato d’accusa dalla maggioranza dei deputati. Da allora il presidente ha ignorato ogni ammonimento interno e internazionale – anche la Chiesa, che propone da mesi un negoziato serio, lo ha implorato – a indire nuove elezioni democratiche, sospendendo i progetti di Costituente. Men che meno lo farà dopo la sua istituzione, come continua a chiedergli l’Ue. Con l’ultimo voto Maduro ha dirottato le Presidenziali a rischio verso tempi non definiti, probabilmente lontani: il «colpo di stato» denunciato dall’opposizione è una vittoria per il governo.

Ma Caracas non avrebbe nulla da festeggiare: l’ennesima frattura tra l’elettorato popolare ha ulteriormente deteriorato la stabilità e la sempre più scarsa sicurezza del Venezuela. Le proteste a catena si stanno intensificando, in tutto il Paese, per la denuncia dell’opposizione anche di brogli: l’affluenza di 8 milioni di votanti, per l’opposizione, sarebbe stata gonfiata da un’astensione «all’87%». Impossibile finora conoscere la verità dei fatti, per la mancanza di fonti e di inchieste indipendenti, anche sugli oltre 7 milioni di partecipanti rivendicati dall’opposizione al referendum contro la Costituente del 16 luglio scorso.

LE SANZIONI AMERICANE. Di certo lo Stato lacerato del Venezuela, in preda a violenze anche della criminalità comune, lo sarà ancora di più. Anche per l’allontanamento, da Maduro, dei primi governi latino-americani. Quello amico del Brasile, che fronteggia un flusso di migliaia di profughi dal Paese confinante, non si è ancora pronunciato. Ma l’Argentina, il Messico, il Perù e la Colombia pure alle prese con l’emergenza profughi dal Venezuela, hanno dichiarato l’ultimo voto «illegale». Tutti gli Stati occidentali hanno preso le distanze da Maduro, gli Usa hanno imposto sanzioni (l'amministrazione Trump ha congelato gli asset del presidente sotto la giurisdizione statunitense e vietato agli americani di fare affari con lui), diverse compagnie aeree hanno interrotto i collegamenti. Tanti giovani continuano a morire negli scontri, anche adolescenti estranei alle proteste come l'ultima tenne colpita. Anche un candidato alla Costituente, per un’apparete rapina, e un capo dei dissidenti hano perso la vita alla vigilia del voto.

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