Trump Vittoria

L'America di Trump

Trump, ora lasciamo fallire l'Obamacare
LA TRUMPIANA 1 Agosto Ago 2017 1533 01 agosto 2017

Niente più compromessi: Trump ha ritrovato se stesso

Basta con gli ammorbidimenti della prima ora, gli innesti di cosiddetti “moderati” nello staff per addolcire le sue prese di posizione spesso troppo nette e il suo linguaggio fin troppo schietto: adesso si fa come dice lui. 

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Trump ha deciso di rifare Trump, cacciando il secondo portavoce dopo solo dieci giorni, l’ormai arcinoto Anthony Scaramucci, e nominando come nuovo capo di gabinetto il generale John Kelly. «Un grande giorno alla Casa Bianca», ha definito il mega rimpasto del suo staff. Una sorta di liberazione dai compromessi in cui lo avevano affossato le colombe del partito repubblicano nel definire l’organigramma iniziale a gennaio, quando era ancora un “novellino” di Washington. Nell’ultima settimana Trump ha pagato lo scotto di tutto questo ed oggi è finalmente pronto a ricominciare, con una squadra rinnovata e più vicina al suo pensiero. Ne è convinto. A fine giornata, il 31 luglio, era felice davvero. Non tanto per aver fatto fuori Scaramucci, che con le sue esuberanze rischiava addirittura di offuscarlo. Quanto perché ha finalmente “ritrovato se stesso”. Basta con gli ammorbidimenti della prima ora, gli innesti di cosiddetti “moderati” nello staff per addolcire le sue prese di posizione spesso troppo nette e il suo linguaggio fin troppo schietto, adesso si fa come dice lui.

D’altronde, ha vinto le elezioni comportandosi da Trump, è ovvio che perde consenso se nello Studio Ovale agisce diversamente. Trump è una “new entry” della politica, continua a chiamare «sala del consiglio di amministrazione» quella in cui si fanno le riunioni di gabinetto, non ha mai avuto a che fare con un Congresso di 435 (Camera) più 100 (Senato) membri. Nei primi sei mesi di mandato ha, per così dire, «preso le misure», anche facendo degli errori, magari perché ascoltava chi gli consigliava di mostrarsi diverso, di essere più presidenziale. Eppure lo aveva già visto in campagna elettorale che moderando i toni perdeva terreno. Ma nonostante tutto ci ha provato: per questo in prima battuta ha scelto Reince Priebus come capo di staff. Una enorme apertura al partito repubblicano. Era Priebus l’uomo che, insieme a Paul Ryan, presidente della Camera, avrebbe dovuto garantire i voti per la cancellazione dell’Obamacare, che sono mancati per ben due volte, la prima il 24 marzo e la seconda la scorsa settimana. Erano loro che avrebbero dovuto preparare un testo inattaccabile, che piacesse al numero più largo di parlamentari possibile.

CONTANO SOLO I RISULTATI. Invece no, questo provvedimento di cancellazione della riforma sanitaria di Barack Obama, che lo stesso partito repubblicano ha reclamato per sette anni quando era all’opposizione, non si riesce a portare a casa. E allora, se Priebus non è in grado di svolgere il suo ruolo, si cambia. Semplice. È la mentalità imprenditoriale di Trump, è il comportamento tenuto in campagna elettorale, quando ha cambiato tre responsabili, ognuno per una stagione diversa: Corey Lewandowski nella prima fase in cui bisognava far leva sulle posizioni più “aggressive”, Paul Manafort quando c’è stato bisogno di moderare i toni dopo la vittoria nelle primarie e poi Kellyanne Conway nello sprint finale. Trump, insomma, si è stancato delle lotte interne, degli spifferi ai giornali che partivano proprio dal suo staff più ristretto e delle mediazioni con il partito. La nomina del generale Kelly è un modo per dire: “Adesso si fa come dico io. Chi ci sta, bene. Chi non ci sta, va a casa”. Law and order non solo nelle strade d’America, ma a cominciare dalla Casa Bianca. E si riparte. Con Obamacare ma, soprattutto, con la riforma fiscale: contano solo i risultati. E quello che garantisce il successo alle elezioni di medio termine nel novembre 2018 è solo il maggior potere d’acquisto restituito ai cittadini con il taglio delle tasse. Tutte le altre chiacchiere stanno a zero.

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